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Acqua fredda-bollente: non ringrazio

lunedì 3 luglio 2006

de Doriana Goracci

Cara Lidia, sono una di quelle che non scorda il passato e spera nel futuro.Ma veniamo al presente.

Non sono tra quell* che ringrazi perchè schierat* a tuo favore. Non metto in dubbio che avrai ricevuto critiche pesanti (improperi?) da parte di molti altri. Il tuo esserti messa a disposizione nel passato al dialogo e al confronto anche aspro tra il movimento e la politica istituzionale, ci ha abituato ad interlocquire con te, direttamente.Non è cosa da poco.

Nel mio piccolo, ho dovuto ricevere, in proporzione alle tue ben diverse legittimazioni parlamentari, condanne di-per averti sostenuta-mitizzata-con faciloneria e superficialità, dal momento che poi, basta un tuo silenzio di giorni per sentirmi profondamente delusa-tradita- e trascinare nella polemica insidiosa tutto il cucuzzaro...

Non è nel mio stile lanciare "improperi", al punto che a volte quello che scrivo viene addirittura letto e capito senza l’ironia con cui avevo intenzione di intervenire, i fischi per fiaschi a farla breve.

Altri hanno pensato che tante belle addormentate nel bosco, maschi femmine trans,avevano avuto la lezione che si meritavano: la delusione nel credere alla democrazia, al governo del popolo e dei rappresentanti da loro eletti.

Del linciaggio politico da sinistra, che tu non ti aspettavi, non voglio neanche parlarne, tanto solo numericamente e qualitativamente è schiacciante.

Forse è vero pure che io come molti "non" della mia età,ho vissuto la politica solo di recente, solo esattamente dal luglio del 2001.

A partire da Genova.

Prima facevo parte di quei milioni di persone che la politica la subivano indirettamente tramite i media e si difendevano con qualche sporadica passeggiata pacifista e interlocuzione lavorativo-famigliare.

Da Genova mi sono montata la testa.

Mi è montata la rabbia, non ho sentito più ragione dei miei acciacchi e mi sono "confusa" nel movimento per la pace. Ho appreso via via ad ascoltare, riconoscere, intervenire, tacere, espormi, manifestare,ragionare, lottare.E non solo in mio nome, con tutto quello che significa agire politicamente dentro un partito e nel movimento.
Sei stata una compagna di cammino a cui guardare, senza età ed appartenenze.

Ho trovato spesso , pochi per la verità, altri in cui ritrovarmi con tanta certezza e affetto.

Ma purtroppo cara Lidia, io sono una attenta ai dettagli...

E questa tua fretta, dopo il complotto disgraziato che ti ha messo fuori uso nella rete, di ringraziare uno ad una le sostenitrici del tuo agire, del tuo prudente silenzio, dichiarato poi dalle colonne di Liberazione e oggi, ripeto, prima delle tue spiegazioni-considerazioni che ci annunci, la circolarità dei tuoi ringraziamenti, oltretutto personali, individuali, in lista, in liste dove noi tutti leggiamo,
bene tutto questo mi fa ancora una volta ripensare ai miei trascorsi scolastici, di lontana memoria ma freschi sulla pelle.
Respinta per condotta. Era il 1965.
Fummo in 18 ad essere bocciati.
Sono passati 40 anni e ahimè, vedo ancora metodi di giudizio scolastico, esclusione-inclusione, affidabili o meno,
respinti-rimandati-promossi.

Io, noi, da chi e da che cosa?

E questi famosi ponti, cosa sono diventati arieti d’assalto al palazzo,o peggio-meglio, vogliamo creare un bel fossato ( questo ci fa notare la "sinistra")?

I ponti sono tutti in costruzione, la strada è in salita e lo sappiamo da un pezzo, sulla testa credimi non ho mai messo caschi (da scema imprudente) al massimo sotto al palazzo mi puoi vedere con uno scolapasta sulla testa, ma l’acqua fredda-bollente, ahimè, arriva...

Doriana Goracci

*ho inviato ieri questa lettera a Lidia Menapace
di seguito la sua risposta.

Cara Doriana rispondo anche a te, come a tutti/e quelli che mi hanno scritto. Non mi
lamento per i giudizi pesanti e senza un minuto di dubbio che hanno investito la mia
decisione, so che capita, a me è capitato spesso, il più delle volte mie proposte
(occuparsi dei paesi neutrali per fare un argine contro l’uso della guerra, favorire
l’obiezione di coscienza anche dei militari volontari per avere dentro l’esercito
possibili alleati ecc.ecc.) sono state considerate sciocche o inutili e si è preferito
discutere di posizioni non traducibili in azione politica.

Ho pensato allora che forse sarebbe stato possibile trovare tra movimenti e posizioni istituzionali una relazione, come appunto tra mete avanzate e difficile e intricato cammino per approssimarle, con reciproca comprensione e autonomia.

Già quello che scrissi dopo il 2 giugno sulla
reciproca libertà tra movimenti e istituzioni andava in quella direzione, ma non mi pare abbia avuto esito. Scriverò su Carta che mi ha messo a disposizione spazio una
riflessione un po’ meno convulsa e affrettata di quanto ho fin qui buttato giù. Mi
spiace che molte e molti debbano pentirsi per essermi stati vicino, ma non posso davvero fare nulla, se non raccomandare che in futuro abbiano un atteggiamento più laico nei miei confronti.

Davvero sono convinta che -nel contesto dato e non nella dimensione più sciolta da condizionamenti come avviene nei movimenti- la decisione giusta, provvisoria
ma importante, sia quella che ho preso: da parte dei movimenti naturalmente tutta l’
autonomia di criticarla anche aspramemte, purchè senza discredito: anche tra quelli
dello stesso gruppo parlamentare che sono così duramente divisi si è deciso di avere
rispetto reciproco. La cosa migliore sarebbe forse una buona e reale analisi: il
movimento (che peraltro si è espresso con sfumature di opinione non da poco) e la
popolazione (che quasi non si è espressa, se non per dichiarare preoccupazione per una eventuale caduta del govern) ci impongono di esaminare dove stiamo: le ragioni della pace hanno fatto molti passi indietro nell’opinione e il "pensiero militare" molti passi avanti e sarebbe il caso di chiedersi come mai e se una certa visione conservativa del movimento non abbia alla fine provocato una perdita di ascolto, di eco, di azione.

Insomma c’è molto più da fare che stracciarsi le vesti. Se ero una icona, comumque
sono contenta che ci siano degli iconoclasti che la rompono, le icone fanno male
anche a chi è ritenuta esserlo

ciao grazie lidia

Messaggi

  • Di seguito metto a disposizione alcune delle mail circolate oggi, in liste diventate di discussione oltre che di informazione.

    Doriana


    insomma la lidia menapace sbaglia a votare il rifinanziamento alla missione
    in Afghanistan e con lei sbagiano molte e molti altri deputati e senatori
    sono cinque anni di guerra, il controllo del territorio è ancora in mano ai
    signori della guerra e in alcune enclave in quelle dei talebani, la vita e
    l’economia delle afgane/i continua a precipitare verso il basso, è aumentata
    l’economia criminale della produzione e vendita della coca, guantanamo è
    ancora lì, torture e violazioni di ogni tipo. L’infezione criminale si è
    allargata all’Iraq.
    Palestina-Israele stanno affondando senza più possibilità di ritorno. In
    Somalia si contendono il potere altri signori della guerra filoamericani e
    le Corti islamiche.
    La strategia bellicista dei guerrieri non risolve nulla, concretamente,
    aumenta semplicemente il caos e l’impossibilità di trovare soluzioni
    adeguate.
    bisogna decidere se finanziare una strategia di disordine criminale, per
    imporre il proprio dominio, capeggiata dagli Stati Uniti, dalla Nato e da
    Israele o trovare delle soluzioni appropriate. Anche il kossovo parla a
    sfavore della guerra fatta nei Balkani.
    bisogna ridurre il danno impedendo la continuazione di una strategia
    criminale che va contro la sopravvivenza materiale di intere popolazioni, di
    persone in carne ed ossa.
    non si tratta di ideologia, esiste un piano di realtà che stride, è in
    conflitto, con le scelte di guerra. è sotto gli occhi di tutte e tutti. non
    capisco...
    annamaria medri


    Ho letto l’intervento di Floriana e continuo a ritenere che
    qualunque sia l’iniziativa politica da portare avanti bisogna
    comunque fare qualcosa al di la’ di questa lotta - per citare la
    Codrignani - di Puri e Impuri.
    Tuttavia leggo tra le righe scritte da Stefania qualcosa che mi
    suona come una inversione semantica, un modo per
    allontanarci/allontarsi dal nostro sentire che è l’unica
    motivazione reale del nostro fare politica.
    Non convenienze strampalate e neppure antipatie personalizzate
    per le quali è indispensabile sprecare troppa energia nella vita
    e non ne vale davvero la pena.
    La cultura si cambia a partire dalle nostre teste e - perchè no -
    anche da qui e dalla modalità attraverso la quale riusciamo ad
    affrontare questa discussione complessa che ci vede in conflitto
    per una contraddizione. Comunque la si vuole definire solo di
    questo si tratta: una contraddizione. E le contraddizioni non
    stanno nelle tasche dei giusti o degli ingiusti, così come i
    conflitti e la maniera di affrontarli in politica non hanno
    ricette preconfezionate che non siano la vicinanza a se stessi e
    alle nostre storie, al nostro partire da noi. Non dal partito,
    non dalla ingenuità politica cui Stefania continua a far
    riferimento, perchè qui di interventi ingenui ne ho letti fino ad
    ora diciamo nessuno. ci sono interventi pieni di vitalità,
    insofferenti, calmieranti e qualche volta intravedo la necessità
    di fare quadrato, truppa, fazione attorno ad una idea che è un
    compromesso che qualcuna si fa piacere e che altre ritengono una
    necessità.
    non capisco poi come si possa associare il metodo del consenso
    applicato ad una situazione in cui qualcuno dice all’altro che
    vive di sogni. il metodo del consenso viene applicato in assenza
    di gerarchie e non è questo il caso perchè si sta parlando di
    persone elette in parlamento per rappresentare anche noi che
    siamo iscritte in questa lista. il metodo del consenso è poi una
    roba dove non dovrebbero esserci ragioni di parte identitarie,
    corporativismi di nessun genere ma solo e soltanto proposte
    (prima di arrivare alle decisioni e non dopo) che sommano il
    contributo, le testimonianze, le ragioni di tutti. quello che
    succede qui fuori non è metodo del consenso e non lo è certamente
    neppure quello che succede in parlamento.
    la prassi di pace e la non violenza dovrebbe comprendere anche la
    maniera di dare importanza alle idee, alle persone e non ai
    numeri. da quando in qua pace e violenza fanno rima con
    prevaricazione? perchè è questo che sta accadendo. chi decide
    cosa, poi, dichiara pure di sentirsi offeso perchè le persone
    che criticano scelte politiche non condivise non hanno capito,
    non meritano attenzione, neppure una risposta, niente.
    senza voler personalizzare, lidia menapace l’ho conosciuta,
    letta, ascoltata e sinceramente anch’io immaginavo che potesse
    dirci qualcosa di diverso. capisco quindi l’ostinazione di nadia
    nel voler combattere innanzitutto qui e poi anche altrove una
    battaglia che non è uno sfogo e neppure l’argomento sciocco di
    chi non ha capito niente.
    capisco certamente (perchè l’ingenuità politica è di chi conosce
    i metodi della politica e li tollera e non di chi pur
    conoscendoli agisce per cambiarli in meglio) che la realtà
    parlamentare non dia grande spazio d’azione a persone che persino
    all’interno del proprio gruppo parlamentare probabilmente non
    trovano alleati.
    perciò bisogna operare anche fuori. "Anche" vuol dire "anche" e
    non soltanto. se i parlamentari eletti e nostri riferimenti
    politici istituzionali abdicano e si fanno risucchiare da quel
    becero buco nero c’e’ ben poco da fare gli offesi con chi rileva
    le contraddizioni.
    personalmente ho votato rifondazione e chiedo a chi mi
    rappresenta di fare quello per cui ha chiesto il voto. la gente
    che fa parte dei movimenti fuori continua ad esserci e a voler
    dire quello che ritiene giusto. la censura - richiamata in
    qualunque modo - non è consentita. se la sinistra è al governo e
    il ricatto è che casini sostituisce rifondazione se non fa la
    brava, io, elettrice di rifondazione, abbastanza impura per darmi
    licenza di fare anche qualche numero da oracola rivoluzionaria,
    personalmente suggerisco di non soggiacere al ricatto e di tenere
    i piedi fermi dentro le proprie idee e non dentro le scarpe delle
    funzioni che sono state assegnate.
    detto ciò la domanda è: che facciamo?
    corteo? manifestazione? presidio fuori dal parlamento?
    raccontiamo in parodia una favola dal titolo: c’erano una volta i
    pacifisti della guerra senza se e senza ma?
    parliamone...

    ciao
    enza panebianco


    Care amiche, sto seguendo il dibattito sulla guerra, la delusione sulle
    iniziative del nuovo governo, nuovi e vecchi eletti di sinistra.
    Ho già scritto a questa lista la mia opinione sulla guerra, non avendo
    ricevuto risposta, ci riprovo. La guerra non è prerogativa di questo o
    quell’altro governo, né il nemone dei governi di destra di cui la sinistra
    ne dovrebbe essere l’acqua santa. Non è stata inventata dall’Italia ne
    dall’America. La guerra è annidata nel DNA dell’uomo inteso come maschio, e
    la cultura, la sua cultura, non poteva che convalidare questo germe.
    Ne è la dimostrazione la guerra sempre vinta col genere fisicamente più
    debole della sua specie, vinta soprattutto quando e se non combattuta,
    quando genera acquiescenza alla perdita di dignità; quando genera tolleranza
    all’offesa e alla mercificazione della donna, alla prostituzione anche se
    esercitata da persona "consensiente" per comodità e successo; quando non ci
    fa percepire che il misero vantaggio di poche va a scapito dell’immagine di
    tutte.
    La guerra comincia quando si regalano armi ai maschietti e bambolotti alle
    femminucce inculcandole già un ruolo (sono necessare entrambe le condizioni
    perché è appurato che la concentrazione di individui sviluppa la competività
    e l’aggressività) ma in quano a questo tutti/e zitti/e mentre è qui che si
    dobrebbe riflettere e operare, ovviamente tutti e in tutto il mondo, non
    prendersela con i nostri governi, che non hanno scelta: o vinti o vincitori.
    Sono passati 2200 anni da quando un Console romano (non ricordo il nome)
    rispondeva ai senatori che non volevano votare una spedizione di guerra,
    perché il popolo era stanco delle continue guerre: che la scelta non era se
    fare la guerra e non farla, ma se farla ora alle porte del nemico, o fra un
    anno alle nostre porte, o andiamo noi da loro o loro da noi. Il Console
    faceva il suo mestiere ma la sua ipotesi non era poi così peregrina visto
    che quando i romani non sono più stati in grado di "andare", i barbari non
    avuto neanche avuto bisogno di combattere, alle nostre porte.
    Ora, dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo, oltre che predicare la pace,
    studiare le radici della guerra, quelle molto profonde, quelle nel cuore
    dell’uomo.
    Tamara Di Davide


    Cari amici,
    vi sottopongo qualche breve riflessione sul dibattito di questi
    giorni. Con una proposta conclusiva.

    Ho l’impressione che stiamo parlando troppo di cosa dovrebbero o non
    dovrebbero fare partiti e parlamentari (che non dipendono da noi) e
    troppo poco di cosa devono fare i movimento nonviolenti (che dipendono
    esclusivamente da noi).

    Forse abbiamo impostato male il dibattito sull’Afganistan.

    Stiamo discutendo di cosa devono fare altri (votare sì o votare no),
    mentre dovremmo decidere cosa dobbiamo fare noi (che non siamo
    chiamati a votare nè alla Camera nè al Senato).

    Tutti i parlamentari eletti (tutti!) rappresentano i partiti che li
    hanno messi in lista e rispondono agli elettori e alle loro coscienze,
    per il semplice fatto che nessuno dei partiti dell’Unione (nessuno!),
    al momento di formare le liste ha pensato di chiedere ai nostri
    movimenti un parere o di esprimere qualche candidatura.

    Per di più, quando in campagna elettorale ci siamo rivolti ai partiti
    dell’Unione, nessuno di loro ci ha risposto.
    Le nostre proposte erano chiarissime, e ad esse dobbiamo attenerci:

    "ridurre le spese militari, finora sempre crescenti, almeno del 5%
    annuo progressivo, per finanziare forme di difesa nonviolenta quali ad
    esempio i Corpi Civili di Pace, unico mezzo degno per dare aiuto e
    solidarietà democratica ai popoli vittime della guerra.
    - spostare su un apposito capitolo di spesa il denaro sottratto al
    bilancio del Ministero della Difesa, per istituire il Ministero per la
    Pace, dotato di portafoglio, per adottare una rigorosa politica
    costituzionale di Pace che obblighi a ripudiare la guerra come metodo
    di risoluzione delle controversie".

    Dunque la responsabilità di ciò che faranno gli eletti, come il futuro
    del governo, è nelle loro mani, e non mi permetto di giudicare le
    scelte dei singoli parlamentari. A loro spetta di rispettare in primis
    la Costituzione, e poi di onorare l’impegno preso con gli elettori
    sulla base del programma. La politica istituzionale, che è l’arte del
    possibile attraverso i compromessi, spetta a loro.

    Non accetto la divisione tra parlamentari "realisti" e
    parlamentari "anime belle", nè quella tra chi pensa che la politica
    estera di questo governo è "una riduzione del danno" e chi invece
    vuole esprimere "un voto di coscienza".
    Penso che il governo debba governare, che i partiti devono fare i
    partiti e che ai movimenti spetta il ruolo di movimenti.

    A me interessa ciò che devono dire e fare oggi i movimenti nonviolenti.
    Noi dobbiamo ispirarci ai principi della nonviolenza, ed esprimerci
    attraverso campagne di opinione ed iniziative concrete che prefigurino
    ciò che vogliamo.
    Nel 2000 abbiamo iniziato un percorso di confonto con la politica, a
    partire dall Marcia specifica nonviolenta "Perugia-Assisi" che abbiamo
    intitolato "Mai più eserciti e guerre". Ora è un fatto incontestabile
    che in Afganistan abbiamo un esercito che fa la guerra. La
    conclusione, dal nostro punto di vista, è ovvia.

    Ma purtroppo noto che siamo attraversati da un certo sbandamento, come
    se dovessimo interrogarci su cosa faremmo noi al posto di chi governa.
    Ma noi non siamo al governo, e questo non è il nostro governo (anche
    se l’abbiamo votato).

    Non è una questione di coerenza (anche se ci sarebbe qualcosa da dire
    su chi ha votato in un certo modo fino a ieri, all’opposizione, e oggi
    vota diversamente perchè in maggioranza), ma di strategia: strategia
    della nonviolenza rispetto ai nostri obiettivi, che sono a lunga
    scadenza, indipendentemente dal governo del momento.

    Ci sono tre questioni importanti che a mio avviso richiedono una
    discussione seria, che non può essere fatta via email:

    1) Partecipazione italiana alle missioni militari all’estero
    (Afganistan, Iraq, Intervento internazionale in Israele/palestina,
    Corpi Civili di Pace)

    2) Servizio civile volontario, gestione e prospettive (progetti,
    formazione alla nonviolenza, difesa nonviolenta - servizio civile
    obbligatorio?)

    3) Campagna per il disarmo atomico (obiettivi, modalità, strumenti,
    conduzione della campagna)

    Su questi tre punti propongo un seminario che riunisca amiche ad amici
    della nonviolenza, per elaborare una nostra "politica della
    nonviolenza". Un seminario da preparare bene, ma da realizzare con una
    certa urgenza entro settembre/ottobre. Se c’è consenso, sono disposto
    a fare la mia parte.

    Il futuro del governo è certamente importante, ma non dipende da me,
    mentre il futuro dei movimenti nonviolenti dipende anche da me, e
    sicuramente mi sta molto più a cuore.

    mao valpiana