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BOLOGNA : NE’ GHETTI, NE’ CONTAINER

giovedì 27 ottobre 2005

di Commissione Immigrazione PRC

Speravamo fosse finito il tempo dell’accoglienza fatta di baracche, dei container e delle aree sosta.

Un volta, questa città, poteva vantare di essere una città accogliente e attenta alle questioni socali, mentre oggi la realtà è sempre più diversa.

Abbiamo già sperimentato l’accoglienza con le baracche e nelle aree sosta: fenomeno tutto Italiano che non si trova in nessun altro paese d’Europa!

L’abbiamo sperimentato quando arrivarono i primi rom dalla ex-Yugoslavia negli anni ’90 e tutti, politici, amministrazioni, noi compagni abbiamo giustificato l’accoglienza nelle aree sosta temporanee con la falsa scusante che tanto “ si trattava di rom, nomadi , non sedentari, abituati alle roulotte,...che le case neanche le vogliono”:

Con questa giustificazione l’alternativa non è mai stata cercata seriamente: nelle aree sosta ci abbiamo messo bosniaci,albanesi, croati, serbi, profughi di guerra, e rom, senza nemmeno distinguere chi era nemico di chi.

Nel frattempo, quelle aberrazioni diventarono aree ingestibili, veri e propri ghetti, pericolosi, fatiscenti da tutti i punti di vista ( sanitario, sociale,ecc..) e terreno fertile per quella micro e macro criminalità che si alimenta sul disagio sociale.

Il passato ci ha insegnato che le aree sosta non sono mai state ne lo saranno soluzioni temporanee, finiscono per diventare permanenti : altrimenti come verrebbero giustificati costi così elevati per aprirle?( allacci enel, bagni chimici, allaccio fognature, container, portineria, operatori sociali,ecc..)

Abbiamo lottato perché venissero chiuse, perché queste esperienze di falsa accoglienza non venissero mai piu’ proposte né praticate.

QUESTA NON E’ ACCOGLIENZA:

davvero ci basta che le baracche siano lontano dal fiume per dire che sono una risposta accettabile?

Non vogliamo assumerci la responsabilità né politica né morale di proporre la vita emarginata nei container come unica soluzione possibile.

Non spetta a noi trovare un’alternativa dignitosa: è il lavoro degli amministratori,dei tecnici, degli assessori e di questo sindaco, che dovrebbero essere capaci di attivare una politica della casa e dell’accoglienza degna di questo nome per tutte le persone, al di là di qualsiasi distinzione giuridica

A noi spetta il compito della denuncia e della memoria.

L’area sosta di S.Caterina ha un brutto spettro alle spalle, su quell’asfalto ci hanno lasciato la vita due bambini rom bruciati ( Alex 2 anni e Amanda 3 anni) e tutti quelli che hanno espresso solidarietà alla famiglia e hanno urlato indignati chiedendo la chiusura immediata delle aree sosta oggi sono pronti a rilanciare queste esperienze.

Abbiamo sbagliato allora, non vogliamo sbagliare oggi.

Non esiste una prima accoglienza nelle abitazioni in muratura ( CPA )e una, seconda, in baracche per chi non merita le case!

Non ci sono immigrati di serie A,regolari e immigrati di serie B, irregolari

C’è il diritto di ogni individuo, soprattutto di chi e è costretto a lasciare il proprio paese perché perseguitato o impossibilitato a vivervi e lavorarci, di realizzare una nuova vita in condizioni dignitose, con un a casa dove crescere i propri figli e un lavoro per potergli dare da mangiare.

Sappiamo già che le aree individuate e proposte sono ubicate in zone della città periferiche, estremamente emarginate e ghettizzate, dove non arriva nemmeno l’autobus.( Pilastro).

Sappiamo già che li, ci andranno i lavoratori rumeni sgomberati dal Lungo Reno, gli stessi che vengono quotidianamente sfruttati come manodopera in nero nei cantieri bolognesi.

Quello che ancora non si sa è a quanti di loro e con quale criterio sarà “ concessa” questa soluzione.

Anche questo non lo possiamo accettare: pretendiamo che sia fatta prima chiarezza sui percorsi di regolarizzazione previsti per questi lavoratori rumeni.

Questa città ha il dovere di elaborare un piano di accoglienza adeguato alla portata del fenomeno che non sia basato sull’emergenzialità ma che diventi una priorità dell’amministrazione locale.

Pensiamo che sia necessario tornare a riflettere collettivamente prima di commettere l’ennesimo grave errore.