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CAROCINEMA

sabato 11 marzo 2006

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di Enrico Campofreda

Se l’alternativa è la fettina o il cinema vuol dire proprio che siamo alla frutta. Non quella di stagione né la macedonia ma - per restare nella metafora alimentare - parliamo del raschiamento del nostro portafoglio nel disastro della microeconomia della famiglia italiana alla quale c’hanno ridotto Tremonti e Berlusconi, Fini, Casini e Bossi. E anche i berlusconiani del centrosinistra, quelli a cui piacciono liberismo e privatizzazioni.

Cosa c’entrano le privatizzazioni? C’entrano, perché è il clima tatcherian-blairiano di cui il Paese si nutre ad aver deregolarizzato ogni cosa, soprattutto i prezzi e il cittadino medio è ostaggio delle corporazioni commerciali e professionali padrone d’una speculazione bieca e impunita da questo governo.

Fra i disastri prodotti dall’attuale gestione economica della Destra c’è l’impossibilità di godere del tempo libero divenuto semplicemente un lusso. Le vacanze ce le siamo giocate da almeno un triennio, il convivio nei pubblici locali a consumazione gastronomica idem, diminuiscono sempre più anche le possibilità di svago davanti al grande schermo. Carocinema, dunque e non: cinema, o caro!

E’ un fatto: nei primi due mesi dell’anno le sale italiane registrano una diminuzione di pubblico del 5,7% rispetto al già non brillante 2005. Il calo tende a proseguire preoccupando i gestori che dovrebbero meditare su una poco oculata politica dei prezzi. Dal 2001 s’è passati da un biglietto di 7-9.000 lire a uno di 5-8 euro, con aumenti che sfiorano il 100%.

Anche quest’anno il Comune di Roma ripete un’inziativa denominata “Cin cin cinema” con cui per un mese, fra marzo e aprile, in collaborazione con 55 sale cittadine e su 197 schermi gli spettacoli vengono offerte a 3 euro di pomeriggio e 5 la sera. Il sindaco Veltroni ha dichiarato che in tal modo si vogliono favorire le fasce economiche più deboli da un’esclusione di censo dal prodotto cinematografico. Del resto i conti son presto fatti: chi porta al cine due pargoli per due domeniche al mese spende, se va bene, 35 euro se son piccoli, 45 se grandicelli. Naturalmente escluse bevande e pop corn, genere venduto a prezzi esorbitanti nel locale. Se al cine andate soli, ma col gusto dei cinefili che vedono otto-dieci film mensili, la spesa oscilla fra i 60 e i 75 euro.

I gestori, che hanno sotto gli occhi una situazione nient’affatto brillante, accanto a iniziative utili ma temporanee come questa romana dovrebbero cercare soluzioni alternative nella diminuzione dei prezzi in tutti gli orari di proiezione e nella creazione di carte di fidelizzazione per coloro che in sala vanno spesso. Insomma sarebbe auspicabile che chi intende fare business sulla cultura non si comportasse come lo Stato vampiro che prosciuga ogni stilla ematica del fruitore-consumatore.

Come bisognerebbe calmierare i prezzi di petrolio, metano, alimenti e vestiario anche gli spettacoli (per i concerti lo scandalo dura, in verità, da tempo immemore), i libri dovrebbero trovare un commercio equo e solidale. Inutile lanciare demagogiche campagne sulla tutela dei diritti d’autore di cd e dvd quando prima che nelle tasche degli autori il sovrapprezzo di quei generi finisce nelle tasche di discografici, distributori e commercianti, veri parassiti del sistema culturale.

E stiamo parlando solo del caro prodotto, non di cosa viene fornito. Il controllo del mercato è un’altra truffa ai danni della libera circolazione delle culture. E l’Italia, come ormai in tutti i campi, riesce a essere il fanalino di coda della Comunità Europea. Chiunque abbia la fortuna di viaggiare e fare scambi nel nostro continente riesce a constatare come lo stesso sistema del capitalismo globalizzato da noi sia più caro e più scarso. Tanti prodotti (dischi, film) non circolano e questo è un illogico mistero, eppure verificato in più occasioni.

Sarà un’escamotage per favorire prodotti autarchici e scadenti che discografici e produttori e registi ed editori e scrittori nostrani sfornano a immagine e somiglianza delle proprie miserie. Non è sempre così, c’è anche un’Italia che vale ma quanti signori nessuno dobbiamo sorbirci perché il mercato è fortemente autoreferenziale. Cornuti e mazziati, recita un sempiterno motto popolare che s’attaglia magnificamente all’Italia berlusconiana.