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COMO : conferenza stampa di presentazione del Comitato a sostegno della candidatura di Bertinotti

martedì 4 ottobre 2005

Heidi attorniata da una delegazione del Comitato Comasco a sostegno della candidatura di Fausto BERTINOTTI alle primarie dell’UNIONE

di Donato lamonaca

È stato presentato nella sala degli Uccelli di villa Gallia, il Comitato comasco a sostegno della candidatura di Bertinotti alle primarie dell’Unione. Partecipava Heidi Giuliani, prima firmataria insieme a Pietro Ingrao, dell’appello Sosteniamo la candidatura di Bertinotti alle primarie e sottoscritto dai 55 membri del comitato comasco.

Heidi Giuliani ha affermato come sia divenuto cruciale avviare un’alternativa di governo che sia anche un vero rinnovamento della politica, della cultura e della stessa democrazia italiana e non una finzione che non permette una reale innovazione. Heidi Giuliani ha sottolineato come «La vera forza sta nella partecipazione alla vita politica, in modo che si possa creare una vera unione di persone, di contenuti, di idee e di valori».

In questa ottica le primarie possono diventare un’occasione per raccogliere tutte quelle forze che manifestano il medesimo dissenso e il medesimo desiderio di rinnovamento, al di là delle appartenenze politiche. Questo ultimo concetto è stato ben messo in luce anche dai componenti stessi del comitato, appartenenti a numerose realtà del territorio comasco.

Il comitato sostiene la candidatura del segretario del Prc perché é convinto che temi come la pace, la giustizia, la scuola, il rispetto dei lavoratori e dei diritti degli emarginati possano essere accolti in modo più fecondo dalle forze di sinistra; inoltre come ha sottolineato Marco Lorenzini:«Bertinotti ha avvicinato i movimenti non in un’ottica di scambio, ma come interlocutori politici». I membri del comitato sono stati concordi nell’affermare che le primarie sono un’autentica opportunità per influenzare attivamente l’agenda politica dell’Unione. Il comitato si presenta alla città come un soggetto attivo che aspira ad andare oltre la campagna elettorale e proporsi come un’opportunità di discussione e di partecipazione politica.

Tra gli altri numerosi interventi riportiamo, qui sotto
i testi fattici pervenire da Celeste GROSSI e da
Donato LAMONACA, riservandoci, naturalmente,
secondo lo stile della campagna bertinottiana,
di riportare il piu’ possibile tutti i

VOGLIO

...che saremo in grado di ospitare

ed ecco l’interventi di Celeste GROSSI

La politica senza polis

È in crisi l’idea di una dimensione pubblica dell’esistenza e della felicità; l’idea che abbia a che fare con la polis, che esista una dimensione interpersonale oltre la propria persona, la propria famiglia, le strade dei propri negozi, una dimensione non personalizzata quanto personale.

La destra si indirizza a consumatori atomizzati dello spettacolo politico si rivolge a un popolo-plebe di proprietari che chiede alle istituzioni di offrire servizi che aumentino non la qualità della vita, ma la sua facilità privata.

La cancellazione dello spazio pubblico della politica è il segno della forza della destra, oggi, e della sua pervasività (anche nei cuori e nelle menti di donne e uomini insospettabili).

E non si illuda chi pensa che Berlusconi «si sconfigga da solo, basta lasciarlo governare». Non è vero. E non è vero che tanto peggio di così non può andare. Non passerà da sola la nottata.

Non ci sono scorciatoie verso la "liberazione" e il cambiamento: occorre costruire dal basso, orizzontalmente, un’altra cultura politica.

Il fatto è che si è depositata una separazione fra istituzioni e paese, ma anche tra partiti e cittadini, che ha permesso alla “politica” di disinteressarsi sfacciatamente della polis.

C’è molto da lavorare per ridefinire il tessuto e la grammatica della polis: luoghi di vita e relazioni; non bisogni da rappresentare attraverso tessere o deleghe, ma desideri e pratiche con le quali stare, cercando di abitarne le istituzioni diffuse; non ricerca di ingegnerie e tatticismi già visti (e sofferti), ma rivendicazione di laicità e di apertura alle diversità, per non ridursi a rincorrere le destre sul loro terreno, mutuando la forma del loro discorso.

Il movimento contro la guerra e contro il liberismo ha il desiderio e sente la responsabilità di condizionare alla radice alcune scelte programmatiche dell’Unione.

Ci riusciremo solo se considereremo il voto alle primarie uno strumento di lotta.

In Spagna il ritiro delle truppe dall’Iraq è stato ottenuto sicuramente con la mobilitazione ma anche con la partecipazione massiccia alle urne.

Ci riusciremo se quando andremo a votare per le primarie, ora, e per le politiche, poi, conserveremo memoria su chi ha coltivato e praticato l’idea che la guerra, magari quella definita “umanitaria” possa essere uno strumento possibile della politica.

Ci riusciremo soltanto se cambierà nelle donne e negli uomini nostre compagne e compagni di strada l’idea che si possa marciare per la pace ma votare per la guerra, eleggendo rappresentanti che nella propria azione parlamentare hanno votato per il mantenimento delle missioni militari all’estero o hanno parlano del “ritirarsi con lentezza” dall’Iraq, che non si sono battuti per il taglio delle spese militari o per il potenziamento della Legge 185 sul commercio delle armi o per la riconversione dell’industria bellica.

Ci riusciremo solo se continueremo a intrecciare esistenze e resistenze.

Solo in questo intreccio a me sembra stia la possibilità di “durare”, non solo sacrificando il proprio tempo in nome dell’emergenza del conflitto politico, ma facendo conflitto e politica nel proprio tempo di vita.

Ci riusciremo se continueremo a stare insieme non per elaborare un moderato progetto politico, una linea di mediazione al ribasso, ma per un desiderio: nel grande disastro di questi tempi di miseria politica istituzionale e di guerra, il desiderio di avere una casa comune, un luogo politico accogliente anche nei conflitti; uno spazio di discorsi e relazioni in mezzo a tante bombe su deserti di città e di parole.

Un percorso da cercare. Insieme

Certo è più facile indicare le derive da evitare che il percorso per ripensare le forme della politica e della sua trasformazione. E infatti il percorso resta da cercare. Insieme.

Alle primarie sostengo Fausto Bertinotti perché convinta che Rifondazione abbia capito e praticato una forma del far politica differente, senza pensare che il cuore della politica sia ancora mettere insieme piattaforme e cartelli elettorali, attraverso negoziazioni fra sigle.

È nel rifiuto di ogni connotazione militare, gerarchica e violenta delle forme del fare politica e nell’affermazione della politica come spazio pubblico, come territorio di dialogo fra diversi e diverse, fra generi e generazioni, luogo di conflitto (non solo simbolico) e insieme di festa collettiva che si riesce a costruire un altro modo di abitare il mondo. Senza solitudini, paure, egoismi.

Proprio in questo sta la ricchezza e la differenza delle reti.

Una rete è un luogo in cui annodare i percorsi diversi di chi non vuole semplicemente ripetere le vecchie forme della militanza politica, del riformismo istituzionale o della “professionalità”, e cerca qualcosa di nuovo una specie di autoriforma della società e della politica, un’autoriforma relazionale che è forma e pratica di una polis possibile nella quale trovare senso. Ed essere felici.

Le reti sono reticolo di incroci, di codici simbolici ed esistenze, di scambi (gratuiti) di saperi, di competenze e di desideri, attraverso i quali tessere lo spazio nel quale stare pubblicamente.

Sono convinta che queste modalità di azione politica abbiano una possibilità di trovare rappresentanza nell’Unione, solo se dopo le primarie la posizione di Fausto Bertinotti uscirà rafforzata.

Insomma oggi sostengo Fausto Bertinotti perché voglio mantenere aperte strisce di futuro e di speranza.

Lo sostengo perché come dice Arundhati Roy «Un altro mondo non è solo possibile, è in viaggio. Forse molti di noi non saranno qui ad accoglierlo, ma in una giornata tranquilla, se ascolto molto attentamente, posso sentirlo respirare».

Riarmo, militarizzazione e guerra sono entrati nelle nostre vite

«La guerra modella gli uomini di cui si appropria», dice Christa Wolf, in Cassandra. E l’eccezionalità è diventata quotidianità.«La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare, a pensare alla pace», Virginia Woolf

È stata globalizzata la violenza invece dei diritti.

È sotto gli occhi e sulla pelle di noi tutti: l’intreccio micidiale tra potere, danaro e violenza. Poveri sempre più poveri, milioni di persone senza acqua né scuola. Guerre ovunque. Vite cui non si riconosce valore. Bambini arruolati, campi minati, tortura, razzismo.

Sono sotto gli occhi e sulla pelle di noi tutti le terribili conseguenze sulle vite, sull’ambiente, sulla democrazia, sui diritti di un sistema economico e politico che globalizzando povertà e ingiustizia distrugge e si autodistrugge.

Ed è necessario e urgente misurarci anche con i risvolti sul piano locale delle politiche economiche e militari, nazionali e internazionali che agiscono sulle dinamiche di aggressività, di interiorizzazione della inevitabilità delle armi e che diffondono un senso comune “bellico” di cancellazione delle ragioni degli altri e che premono ormai su tutte, tutti, con intensità devastante.

È evidente un raccordo fortissimo tra “sicurezza” e azione armata in nome del “nostro stile di vita” che si regge sulle risorse depredate e sulle popolazioni impoverite, sfruttate e schiacciate nella perdita di prospettive.

Da qui la guerra ai migranti, con le leggi di emergenza contro gli stranieri che a priori sono sospettati di terrorismo in base al paese di provenienza (accompagnate da nuove norme che riconoscono invece il diritto alla difesa violenta non solo della propria persona ma anche delle proprietà).

Da qui la caduta dei “nostri valori” di democrazia e di rispetto dei diritti umani.

Da qui l’evidenza che la componente di etnicizzazione dei conflitti (locali e globali) ripropone forme di esplicito razzismo.

Accettare che questa sia la dimensione attraverso cui possono stabilirsi legami di convivenza significa in realtà sancire il dominio politico-sociale degli integralismi, con sicuri esiti negativi.

La rete per il disarmo

Per tutte, tutti, ci sono stati (e ci sono) momenti di crisi nei quali prevale la sensazione di impotenza e inutilità.

Ma poi continuiamo la nostra azione nella consapevolezza che il mondo diverso che vogliamo richiede ogni giorno di più assunzione di responsabilità, impegno quotidiano.

Nella consapevolezza che per fare la pace bisogna preparare la pace, sradicare le ingiustizie e le diseguaglianze; e nella consapevolezza che chi vuole la pace in mano porta doni, non armi.

E siccome la preparazione della Pace non si può limitare alla scelta di decidere se iniziare o no a sparare sappiamo che bisogna opporsi insieme al riarmo, alla militarizzazione del territorio e alla guerra.

Perché riarmo militarizzazione e guerra ci riguardano come cittadine e cittadini del mondo e come cittadine e cittadini italiani.

Sono convinta che un memorabile discorso di Rosa Luxemburg al Parlamento tedesco contro il riarmo e per la riconversione delle spese militari in spese sociali ci indichi ancora oggi la strada: quella del disarmo - militare, economico e sociale -.

Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia se al mondo beni fondamentali come cibo, acqua, terra, lavoro, salute, istruzione e saperi non sono considerati diritti non negoziabili e al contrario sono sottoposti alle leggi del mercato.

E noi pensiamo che la pace e la sicurezza non si promuovano con le armi ma con la con la globalizzazione della giustizia, della democrazia e dei diritti.

Continuare a parlare e ad agire per il disarmo assume una valenza straordinaria, oggi che si tende a considerare la guerra come una transizione accettabile per raggiungere la pace.

Il cammino verso la riconversione della produzione, dell’economia e della cultura legata alle armi deve essere ripreso con decisione.

Per questo abbiamo costruito la Rete disarmo in Lombardia. Perché qui in Lombardia oltre ai cuori e alle menti è urgente disarmare anche le mani.

Non vogliamo che la Lombardia primeggi nella produzione di strumenti di morte e di devastazione (secondo gli studi dell’Onu, nel decennio 1990-2000 da sole le cosiddette, armi "leggere" hanno provocato nel mondo più di 5 milioni di morti - la metà dei quali bambini - e 2,5 milioni di disabili gravi).

Per questo abbiamo proposto ad altri soggetti politici, ad associazioni pacifiste, ai sindacati, a gruppi del mondo cattolico di preparare insieme il testo di una proposta di Legge regionale di Iniziativa Popolare per la promozione del Disarmo e della Riconversione dell’industria bellica. Il 19 settembre consegneremo al Consiglio regionale per riproporre con la forza di oltri 15.000 donne e uomini che l’hanno sottoscritta da marzo ad oggi.

Opporci

Tutte, tutti, siamo chiamati ad assumerci la responsabilità di opporci al mondo violento che i potenti della terra cercano di imporci, di opporci alle dinamiche della globalizzazione capitalistica e al sostegno al sistema militare-industriale, di opporci ai danni collaterali della guerra che si chiamano razzismo e distruzione dei diritti democratici, di opporci alla militarizzazione di cuori e menti di milioni di donne e di uomini anche in Italia, di opporci alla spericolata macchina del consenso mediatico che sostiene un’idea di sicurezza, basata sugli strumenti militari.

Misure di sicurezza invasive, prepotenti, ma impotenti, sono la testimonianza del fallimento della militarizzazione del territorio.

Ogni giorno facciamo i conti anche localmente con le manifestazioni di una tensione globale alla violenza armata, come scelta strutturale e sistematica.

Oggi forse non appare un respiro globale realmente incisivo del movimento contro il riarmo, la militarizzazione e la guerra, ma crediamo che nei nostri limiti ci siano anche delle potenzialità.

Noi che facciamo politica dal basso abbiamo un vantaggio: lo sguardo dal margine.

Quello di chi non si riconosce nella cultura e nel mondo che violenti e potenti cercano di imporci; quello di chi ponendosi ai bordi riesce anche a vedere le dinamiche ― è uno dei nostri punti di forza è quello che ci consente di guardare al militarismo con estraneità e ai dolori del mondo con il coinvolgimento e che ci dà il coraggio di manifestare per cambiare radicalmente la società. Siamo nonviolenti, ma radicali.
Celeste GROSSI

segue il contributo
del Prof Donato LAMONACA

Voglio

Voglio

Voglio

Quello che vorrei: TUTTO E SUBITO.

Quello che voglio: la sensibilità, il progetto, l’impegno per TUTTO da SUBITO.

Cosa ci metto dentro il TUTTO: cominciamo da quello che riporta “Voglio” in http://www.faustobertinotti.it/.

Vedo che si dispiega una griglia amplissima di temi: la guerra, il dominio sui popoli, l’accesso e la distribuzione della ricchezza planetaria, i paesi poveri, le migrazioni, la globalizzazione, i diritti degli uomini, gli investimenti per la ricerca, la scuola, l’ambiente, la salute, il welfare, la politica estera, l’immigrazione, il sud, il nord, le opportunità, il diritto, le coppie di fatto (retromarcia di Prodi e Rutelli), l’ascolto, il dialogo, il rispetto per gli altri, la lealtà, il rinnovo dei contratti alla propria scadenza, le pensioni, la viabilità, l’aria, l’acqua, il suolo, gli alimenti, l’inquinamento, l’energia alternativa, il caro-vita, il tempo libero. Il lavoro, i salari, i figli, il futuro, ... il mondo che verrà, ... l’assalto al cielo, ...

Credo che ogni persona o componente sociale o politica abbia da dire su tali temi, ma io li voglio sentir dire con un linguaggio di sinistra.

Voglio una sensibilità permanente, un dibattito progettuale, un impegno operativo su TUTTO da SUBITO.

Voglio mettere i piedi per terra.

Voglio cominciare a parlare di strategie, priorità e contingenze:

1. La guerra:

• È svolta per interessi economici, per dominio politico. Non si ricorre allo sterminio di vite umane per “esportare la democrazia”. È un inganno. È un’idrovora che sottrae immense risorse, che impoverisce i ceti sociali più deboli. Bisogna dire basta da subito.

2. La ricerca:

• L’Italia è fra i paesi con il più basso in vestimento in ricerca. Senza ricerca non c’è futuro. Rimane quello degli altri, molto costoso. I cervelli vanno altrove. Il paese non stimola e s’impoverisce. Bisogna invertire la tendenza. Bisogna stanziare cospicue risorse per la ricerca.

3. La scuola:

• Ahimè! Povera scuola! Cosa n’è rimasto!

È il fulcro di 0gni società civile. Non si producono copertoni. Si costruiscono le persone che sono il bene più prezioso dell’universo conosciuto. Si formano le coscienze. Si educa: bisognerebbe saper mantenere alto il senso dello stupore, dell’entusiasmo per il nuovo, per la conoscenza.

Bisogna pagare bene il personale, investire in strutture e mantenerle sempre efficienti e funzionali, bisogna formare ricorrentemente il personale per saper gestire la nuova complessità (saper motivare, saper infondere fiducia, saper proporre alla portata personale, saper valorizzare, saper promuovere, saper imparare ad imparare dagli errori propri e degli altri, saper gestire i casi, saper trattare con le famiglie, saper ascoltare, saper cooperare, ...).

4. L’ambiente:

• Quanti uragani “KATRINA” o “RINA” dobbiamo aspettarci?

Con quale frequenza e intensità?

Da fonte ANSA del 22/09/05 l’uragano “RINA” “comporta venti che soffiano a piu’ di 250 chilometri l’ora, ha gia’ spinto 1,3 milioni di americani, tra Texas e Louisiana, all’evacuazione, nel timore di una catastrofe come quella provocata dall’uragano Katrina”.

Bisogna aver rispetto dell’ambiente! Ci fa vivere!

Occorre stabilire protocolli di comportamenti dal livello più alto (Internazionale) a quello più basso (locale), dotarsi di nuove tecnologie, effettuare controlli.

5. Il locale:

• Voglio che termini lo scandalo della, delle numerose “TICOSA” a Como.

Voglio la parola fine sulla sul nuovo ospedale.

Voglio parcheggi.

Voglio viabilità.

Voglio strutture aggregative.

Voglio prezzi bassi.

Voglio una città sempre in crescita.

Voglio vivere bene.

6. Voglio...

• Voglio tracciare la strada “VOGLIO”, che stia a sinistra.

Ma queste cose le voglio sentire dire prima, non dopo.

Ecco perché ho dato il mio appoggio per la candidatura di Bertinotti alle primarie.

Nel ns. primo incontro del 7 cm. Queste cose ce le siamo dette, come tu stessa riconosci, ed eravamo anche d’accordo.

In quella stessa occasione si è dato per scontato che fosse costituito il “Comitato pro Bertinotti”.

È vero che non lo si è imposto, ma è anche vero che tempi e modalità di riflessione opportune per l’adesione sono mancati. La mia adesione non prevedeva la costituzione di un comitato.

Chi ne fa parte? I presenti? Chi e dove è registrato? E gli altri firmatari? Ne fanno parte per tacito assenso o per diritto di prerelazione?

Cosa dovrebbe essere il comitato l’abbiamo sfiorato appena nei due incontri collettivi. In quello a casa tua l’abbiamo descritto in forma un po’ più estesa, compreso il rapporto con Rifondazione. Gli altri (chi sono?) sono d’accordo?

Qualcuno dice “...purtroppo i tempi dell’agire politico non sono quelli lunghi e distesi che desidereremmo”.

Qualcun altro dice che i temi dell’agire politico sono scontati, non occorre descrivere un panorama grandioso.

Io dico che è un vecchio modo di far politica.

Ciò che è scontato per gli altri non è detto che lo sia per me e vorrei deciderlo in prima persona.

Como,Settembre 2005

http://www.rifocomo.it/index.php?pa...