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Dario Bellezza, l’oblio dei critici sull’ultimo poeta d’amore

mercoledì 15 febbraio 2006

Dieci anni fa la morte precoce per Aids. Un ricordo della sua vita, dei suoi libri, della sua ironia nata come una scheggia impazzita dal Sessantotto. Tra le sue opere, “Libro di poesia” e “Proclama sul fascino”

di Renzo Paris

In questi giorni di dieci anni fa il poeta Dario Bellezza (1944-1996) viveva i suoi momenti più atroci. Malato di aids era costretto a letto, non avendo la forza nemmeno per andare al bagno. Gli amici rimasti, davvero pochi, il sottoscritto, Antonio Veneziani e Maurizio Gregorini, andavano a trovarlo con il cuore in gola. Antonio e Maurizio qualche volta restavano a dormire con lui. Le signore romane che lo avevano visto animare i loro salotti, si tenevano lontane da quell’appartamento per paura di un contagio. Al massimo gli avrebbero mandato la colf.

Dario mi chiedeva se pregavo la Madonna, ingerendo tavor uno dietro l’altro. Febbraio e marzo furono velocissimi e alle tre e venticinque di domenica trentuno marzo del 1996 Dario spirò sul letto dello Spallanzani a Roma. Moriva oltre che un poeta un amico che aveva iniziato il suo primo libro di poesie Invettive e licenze del 1971 con una citazione classica, di cui non si accorse nessuno: «Ma non saprai giammai perché sorrido». Quel libro aveva una prefazione di Pier Paolo Pasolini che lo riteneva il migliore poeta della sua generazione.

Seguirono molti libri di poesie: Morte segreta, Serpenta, io, Libro di poesia fino a Proclama sul fascino, l’ultimo. Aveva firmato anche diversi romanzi, da L’innocenza del 1969, prefato da Moravia a Lettere da Sodoma, Il carnefice, Angelo, fino a Nozze con il diavolo, tutti libri scomparsi nelle librerie italiane in cui se si ha pazienza si può trovare un oscar Mondadori che antologizza il meglio delle sue poesie.

Sulla morte del suo amico Pasolni scrisse due libri e raccontò della sua amicizia-inimicizia con Elsa Morante in ben tre libri. Dario aveva esordito su “Nuovi argomenti” insieme a me e aveva tradotto due libri di Bataille e le poesie di Rimbaud. L’ho conosciuto alla Università La Sapienza di Roma nel 1966, quando aveva deciso di non laurearsi più, evitando così l’umiliazione di farsi radiare da tutte le scuole d’Italia per via della sua omosessualità.

Andò a vivere in via dei Pettinari, in una casa buia e umida, dove ospitava di tanto in tanto i ragazzi raccolti a piazza Navona. Da ultimo mi telefonava per sapere che cosa facevo la sera con i miei figli e com’era San Lorenzo di notte, un quartiere dove avrebbe voluto abitare. Bastava vederci che si accendevano scrosci di risate. Ci sentivamo come degli invitati poveri nelle mense di Moravia, Pasolini, Morante e Sandro Penna, che abitava sul lungotevere.

Era come se non volessimo indossare l’abito del poeta, del romanziere, rifiutando l’ufficialità, come se la nostra ironia ci spingesse a non fare nulla sul serio. In questo Dario era una vera scheggia impazzita del Sessantotto. Con il passare degli anni la sua omosessualità divenne per lui peccato, proprio quando schiere di giovani gay riscoprivano la gioia di amare gli uomini. Nacque così un Narciso sarcastico che con il suo “io sbudellato” scandalizzava i poeti dal colletto bianco delle avanguardie più conformiste. Penniano Dario? Nemmeno per sogno. Pasoliniano? Nemmeno. Meno che meno moraviano.

Aveva trovato una sua formula particolare, un po’ barocca, ingigantendo il suo io, in protesta contro un mondo che non amava i poeti. Al festival internazionale di Castelporziano lo ascoltammo inveire contro il pubblico etichettandolo come fascista proprio per la mancanza di quell’amore. Ebbe il coraggio di scrivere sulle mura della facoltà di Lettere occupata: “Viva Proust”, ritenendosi in polemica con la sinistra extraparlamentare come un comunista dei vecchi tempi.

Ma era solo posa. In realtà voleva organizzare un partito dei poeti con la sua brava scheda elettorale, un sogno che non gli riuscì. In pubblico, da Costanzo, Dario si rifiutava di scheccheggiare come tanti dopo e indossò i panni dell’invettiva contro questo e quello, già sofferente di una malattia che aveva contratto per aver fatto l’amore una volta soltanto con un infettato. Alzava l’indice: una, Renzo, una. Il salottiero Dario in realtà era un depresso, un malinconico, uno che soleva ripetere “nessuno mi ama” sempre.

Prete di se stesso, come scrisse Pasolini cercò il suo angelo sterminatore e lo trovò, pare, in un ragazzo di San Lorenzo che lavorava in una pizzeria del quartiere, bello, bellissimo. Sconcerta il silenzio su un poeta che ha aperto la strada a tanti altri che sono venuti dopo a criticare le avanguardie o ad assidersi super partes su tutto quello che si era fatto. Ultimamente una antologia curata dai nuovi critici lo ha cassato. I poeti sono tornati a scambiarsi le loro poesie puntando sulle loro poetiche, dimenticando che la vita di un poeta è pur sempre un sottotesto con cui fare i conti.

Senza il ritorno dell’io nella poesia degli anni Settanta, un ritorno che orchestrò anche una antologia come Il pubblico della poesia, gli ultimi trent’anni sarebbero stati diversi. Detto tutto, Dario resta un poeta d’amore. Basta leggere Libro di poesia e Proclama del fascino dove stava diventando un poeta sapienziale. In Ragazzi a vita ho scritto della nostra amicizia in maniera esaustiva.

Mi resta un cruccio: telefonai alla madre del poeta per convincerla a farlo trasferire allo Spallanzani per non fargli fare una morte atroce. Oggi forse non l’avrei fatto. Credo di più ai miracoli. Mi piace ricordare i versi del suo ultimo libro: «Fugace è la giovinezza/ un soffio la maturità/ poi avanza tremando/ vecchiaia e dura, dura/ un’eternità».

http://www.liberazione.it/giornale/060215/LB12D683.asp


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