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Ecco il "revisionismo degli imbecilli" : Antisemitismo e sinistra

lunedì 7 novembre 2005

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di Rina Gagliardi

Esiste davvero un "antisemitismo di sinistra"? L’accusa torna e ritorna nel dibattito politico, usata con la pesantezza di una clava - come un insulto intollerabile per chi è venuto al mondo dopo l’orrore della shoah, ed è cresciuto nel rifiuto radicale del nazismo e del razzismo. Per i pasdaran del governo di Tel Aviv, per esempio, ma anche per larga parte dell’intellettualità moderata, criticare duramente le scelte politiche e militari di quel governo, sostenere attivamente i diritti dei palestinesi, ribadire che, finché non ci saranno "due Stati e due popoli", non potrà esserci vera pace in Medio Oriente, è sufficiente per essere "sospettati" di pregiudizio antigiudaico.

Anche molti esponenti delle comunità ebraiche, spesso, non ci risparmiano questa equivalenza. Come se l’esistenza di Israele, e il diritto del popolo ebraico ad avere un proprio Stato-Nazione, non fosse più distinguibile dalla politica dei governi e delle classi dirigenti israeliane. Come se, alla fin fine, le follie khomeiniste del presidente iraniano Ahmadinejad dettassero una pur aberrante verità, e l’Armageddon dei popoli fosse davvero alle porte.

In questo clima, era forse inevitabile che l’accusa di antisemitismo passasse di segno, e investisse le identità oltre le pur drammatiche contingenze della politica. Ora, infatti, è la sinistra, in quanto tale, a cadere sotto processo: proprio l’essere di sinistra implicherebbe, in sé, l’odio verso gli ebrei, e quindi una radice "inestinguibile" dell’antisemitismo. Una tesi non nuova, che oggi ricompare in un libro appena uscito in Francia - Alexis Lacroix ne è l’autore, e il significativo titolo è "Il socialismo degli imbecilli" - recensito ieri con entusiasmo dal Riformista.

Gli ebrei sono stati identificati da Marx, Proudhon, Jaurès e vari altri con il capitalismo, con la ricchezza, con il denaro: da qui la "necessità" di combatterli e anzi di cancellarli. Da qui, secoli dopo, l’identificazione della sinistra stessa con i popoli arabi e palestinesi, assunti come nuovo proletariato - questa volta, "ovviamente", contro Israele e i suoi capi. Insomma, il peccato sarebbe originale, nient’affatto casuale. La conseguenza, ovvia, di questa operazione è una richiesta perentoria: dichiarare "incompatibili" l’essere ebrei e l’essere di sinistra; rendere definitiva la frattura tra identità ebraica e identità di sinistra.

Il fatto è che grazie a libri come quello di Lacroix (e grazie anche, certo, alle campagne di Giuliano Ferrara) il revisionismo storico tocca livelli inimmaginabili: d’un tratto, scompare la lunga e feroce persecuzione degli ebrei che, di secolo in secolo, ha visto protagonista la "civiltà" cristiana. Scompaiono le Crociate del pio Buglione, che sterminavano senza distinzioni tutti gli infedeli musulmani ed ebrei; i pogrom della santa Russia ortodossa degli Zar; i ghetti di Roma e di tante cristianissime città in cui gli ebrei erano rinchiusi.

Scompare non solo la shoah, ma il dettaglio che il crimine più colossale che sia avvenuto nella storia umana, forse non solo moderna, ha avuto al suo centro il paese più civile dell’Europa cristiana. E che cosa resta, al loro posto? Gli accenti antisemiti del giovane Marx della "Questione ebraica" - un intellettuale ebreo rivoluzionario, in lotta con la sua identità familiare - o il ben più acceso antisemitismo di Proudhon che con la sinistra non c’entra poi più di tanto. Anche Shakespeare - un altro che sarebbe difficile appiattire sulla storia della sinistra - fu un acceso antisemita e accedette a rappresentare l’immagine dell’ebreo come sordido usuraio.

Ma lo sanno Lacroix e il Riformista che, per secoli e secoli, ai cristiani era inibito il commercio di denaro e, all’opposto, agli ebrei questo soltanto era consentito, insieme al piccolo commercio e all’artigianato? Conoscono il ruolo essenziale che gli ebrei hanno dato alla nascita del movimento operaio? Hanno idea di che cos’è stato davvero il sionismo, e quanto sia stata segnata dall’utopismo socialista dei kibbutzhim la nascita dello Stato di Israele? In ogni caso, l’assurdità è di mettere sullo stesso piano le idee, le propensioni, le culture e i fatti storici. Nei due secoli che ci stanno alle spalle, l’intreccio tra sinistra, sinistre e soggettività ebraica è stato, per fortuna, forte e intenso. E si è rafforzato nel corso della tragedia della II guerra mondiale e della comune lotta contro il nazifascismo.

Sembra folle doverlo ricordare: l’antisemitismo teorico, ma soprattutto lo sterminio sistematico degli ebrei, appartiene alla destra. Così come la persecuzione reale degli ebrei è stata del cristianesimo, non dell’islamismo. Sembra ridondante doverlo ripetere: la storia rifiuta le semplificazioni ad uso propagandistico. Proprio come noi rifiutiamo ogni imperativo da crociata, ogni richiamo al conflitto delle civiltà. Ogni tentativo di ridurre i drammi del mondo ad un gigantesco e tragico referendum.

http://www.liberazione.it/giornale/051106/default.asp