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Esecuzione in metro: un filmato prova che la polizia inglese ha mentito

venerdì 19 agosto 2005

di Martino Mazzonis

Un giovane immigrato a Londra esce di casa per andare a lavorare, aspetta un autobus, sale sull’autobus per poi scendere a pochi metri dalla stazione della metropolitana di Stockwell, entra nell’atrio, raccoglie una copia di Metro, giornale di quelli gratuiti che si trovano in tutte le stazioni delle grandi metropoli, inserisce la sua tessera nelle barriere che consentono l’accesso ai binari, scende le scale, poi accelera il passo per riuscire ad infilarsi nel treno che nel frattempo e arrivato e sta per ripartire. Prima di salire sul treno guarda a destra e sinistra. Un inizio di mattinata normalissimo di un normale cittadino londinese che si sposta con i mezzi pubblici per andare al lavoro. L’unica differenza tra la sua giornata e quella di tutti gli altri è che la giornata di Jean Charles de Menezes, elettricista 27enne brasiliano, finisce pochi secondi dopo sotto i colpi degli ufficiali armati della polizia britannica.

Era il 22 luglio, il giorno dopo gli attentati falliti di Londra, e la versione sulla tragica morte del giovane brasiliano fornita dalla Metropolitan police immediatamente dopo i fatti non coincide affatto con quella che avete appena letto. I nuovi particolari sulla mattina in cui agli uomini di Scotland yard, impegnati nel pedinamento dei sospetti kamikaze, venne dato l’ordine di sparare per uccidere, vengono dalla commissione indipendente d’inchiesta (la Ipcc). Il rapporto della commissione non è ancora stato pubblicato, ma qualche notizia è trapelata ed è stata resa pubblica da Itv, il network privato televisivo storico. Una parte delle novità è il frutto dell’osservzione delle riprese delle telecamere a circuito chiuso posizionate al’interno della stazione di Stockwell. Non testimonianze o punti di vista, quindi, ma immagini indiscutibili. Se le rivelazioni di Itv sono vere - come è estremamente probabile che siano - saranno guai per la polizia di sua maestà la regina britannica e per il suo capo, quel sir Ian Blair che da settimane aggiorna i giornalisti sulle indagini in corso.

La versione ufficiale parlava di un giovane con il cappotto, scappato all’alt intimatogli dai suoi inseguitori saltando la barriera della metropolitana e infilatosi nel treno. Le immagini mostrerebbero invece de Menezes che prende un giornale e che, come se non bastasse, indossa un giubotto di jeans. Tra le altre rivelazioni dell’emittente britannica anche il motivo per cui il brasiliano sarebbe stato seguito: l’ufficiale di sentinella al palazzo, che aveva la consegna di controllare i documenti a chiunque uscisse, era andato al bagno e non poté fermare Menezes; tornato sul posto lo vide salire sull’autobus e lo descrisse via radio alla centrale. E’ qui che, secondo la nuova ricostruzione, avviene il secondo errore: la sala operativa decide che quella descrizione coincide con la fisionomia di Hussein Osman, il giovane etiope che ha tentato di farsi saltare in aria il 21 luglio, oggi in carcere in Italia - che qui identifichiamo come Hamdi Issac. Dal comando parte l’ordine ai C019 - uno dei reparti che portano armi della polizia - di impedire che il sospettato entri nella metro. Il seguito viene ripreso dalle telecamere o descritto dai testimoni sul vagone al momento dell’uccisione. Sul documento in possesso di Itv ci sono anche i verbali di interrogatorio: «Un uomo è entrato dalla porta alla mia sinistra - spiega un testimone - Puntava una piccola pistola al lato destro della testa della persona seduta di fronte a me. Quando è partito il primo colpo, la pistola era a meno di dodici pollici (30 cm) dal volto dell’uomo». Un agente di sorveglianza privata che viaggiava su quel vagone racconta poi di aver bloccato l’elettricista brasiliano: «Ho sentito gridare anche la parola "polizia" e mi sono voltato verso l’uomo con la giacca di jeans. Questi si è subito alzato in piedi e si è avviato verso di me e i C019. Allora l’ho afferrato, tenendolo stretto per bloccargli le braccia lungo il corpo. Quindi l’ho spinto sul suo sedile e infine ho sentito un colpo di pistola molto vicino al mio orecchio sinistro». Secondo questo racconto, quindi, Jean Charles de Menezes è andato incontro alla polizia, non ha tentato di scappare. Se fosse stato davvero un kamikaze, la scelta di avvicinarsi avrebbe potuto essere un tentativo di uccidere dei poliziotti. Ma il ragazzo con il giubbotto di jeans era un elettricista e stava facendo esattamente quello che farebbe chiunque venisse fermato dalla polizia e non intenda scappare.

Le due ricostruzioni su quella mattina non coincidono quasi in nulla e se la redazione di Itv ha visto il video delle camere a circuito chiuso, quella della polizia, almeno per quella parte (e quella sull’abbigliamento di Menezes) è chiaramente una bugia. All’errore di identificazione, all’uso spregiudicato dell’Operazione Kratos (i nuovi ordini per cui ai presunti kamikaze che mettono in pericolo delle vite bisogna sparare in testa), si aggiunge anche un racconto chiaramente falso. Per adesso la commissione che ha redatto il rapporto non ha voluto commentare le rivelazioni, aggiungendo che averle diffuse ha significato dare alla famiglia dell’ucciso notizie via televisione senza comunicargliele prima. Ha parlato invece la rappresentante legale della famiglia del ragazzo ucciso, Harriet Wistrich, che ha definito le rivelazioni «terrificanti», aggiungendo che «le prime informazioni diffuse sono sbagliate e fuorvianti» e che la politica dello "spara per uccidere" dovrebbe essere immediatamente rivista.

Per adesso, polizia, ministero degli Interni e forze politiche non commentano, ma il materiale per far scoppiare un caso gigantesco sulle scelte post-7 luglio in Gran Bretagna c’è. Se ne parlerà quando il rapporto verrà reso pubblico. Magari la morte del giovane brasiliano servirà a far riflettere i deputati britannici quando si troveranno a votare il pacchetto sicurezza di Blair tra poche settimane.

http://www.liberazione.it/notizia.asp?id=3730