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Gli intellettuali nel fascismo, complici o frondisti?

mercoledì 28 settembre 2005

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Carlo Lizzani

Impegnato nella scrittura di un libro di memorie, il regista interviene nella polemica sulle organizzazioni universitarie fasciste, sollevata recentemente da un libro di Mirella Serri e poi dal Corriere. Una stagione vissuta in prima persona

di Carlo Lizzani

Meravigliarsi ancora che in questo territorio confuso di spinte innovatrici e conservatrici, di invettive antiborghesi e anticapitaliste e di richiami all’ordine, potessero anche trovarsi in posizioni di protagonisti o di fiancheggiatori, poeti o filosofi, pittori o cineasti, significa ignorare i tratti originali del movimento mussoliniano.

Il totalitarismo fascista - finché non si arrivò poi alla catastrofe della guerra - riuscì ad armonizzare (questo è il vero mistero, o comunque il problema storico sul quale dovrebbero veramente riflettere i revisionisti di oggi) tutte le spinte originarie alla "modernizzazione" che ne costituivano il tratto di fondo, (insieme al "sociale"), con un orizzonte tardo-ottocentesco ancora circoscritto nell’ambito della "nazione proletaria" e nei confini - avviati già al tramonto in tutto il mondo - di nuovi, velleitari sogni coloniali.
Il fascismo, insomma, come rotta verso un socialismo "nazionale", in un’epoca in cui sta cominciando il tramonto - irreversibile - delle nazioni, e della loro logica di espansione. Una logica che vede (che vide, fino ai primi anni del Novecento) la risposta per il proprio benessere, nella predazione di altre nazioni più deboli, nella ricerca di uno "spazio vitale" sempre più ampio che legittimi la colonizzazione dei propri vicini, o addirittura nella distruzione di altre razze "inferiori" (gli ebrei, gli slavi dell’est, per non parlare dei neri, ecc. E come culmine quindi il nazionalsocialismo). Sì, il fascismo come processo di modernizzazione. Ma un homo (socialpatriota) homini lupus che vanifica - per la sua cecità rispetto al contesto - i valori di quella "modernizzazione" che pur sta attuando. Una testa che opera la modernizzazione con tutto il corpo ancora immerso nell’Ottocento.

Niente paura, quindi, a riconoscere certe intuizioni, e il valore di certe "opere del regime", che talvolta l’antifascismo tradizionale ha dovuto se non occultare, sminuire o addirittura ridicolizzare. Insomma, sì, i giovani non solo a Roma ma in tante province, ebbero strumenti di promozione (Cineguf, Teatroguf) degni delle università americane.

Non c’era bisogno, per emergere, o quanto meno per avvicinarsi al mondo dello spettacolo, del giornalismo ecc - anche partendo dalle province più lontane da Roma - di quel lungo calvario che la democrazia non è riuscita a risparmiare ai giovani. La piccola città di Trento, già nel quarantadue catapulta verso il successo un giovane come Luciano Emmer. Il Teatroguf di Messina laurea, prima di Roma, l’enfant prodige della scena italiana: Enrico Fulchignoni. E così centinaia di altri casi. Ma con quale contropartita? La guerra, il saccheggio dei vicini di casa.

Poi in quegli stessi organismi, nella stampa giovanile, nei littoriali cominciano a divaricarsi i percorsi. E sono tanti. Da Ugo Spirito si può risalire - all’indietro - a Gentile, da Gentile a Croce, e da lì un altro bivio: il liberalismo, il liberalsocialismo, oppure, ancora indietro, Labriola e poi il marxismo. E qui l’incontro tra fascismo di sinistra (il sociale, l’anticapitalismo) e il marxismo.

Ma come è pensabile che questi percorsi diventino chiari, visibili in un regime "modernizzatore" ma totalitario e ancora più dittatoriale a causa della guerra in corso? Perché non usare i pochi spiragli lasciati aperti proprio a causa di quella profonda ambiguità che è impressa nel suo codice genetico?

Ce ne è traccia nel lessico della stampa giovanile, di primato, di cinema.

Il lessico dei Littoriali, dei Guf, studiato a distanza ravvicinata, parola per parola, racconta il passaggio da un fascismo di sinistra ("sociale", "rivoluzionario" che prendeva alla lettera le invettive antiborghesi della dottrina ufficiale) a riflessioni sul prefascismo, e per alcuni giovani già critici del regime, a qualche trasparente forma di opposizione.

Sfogliando per esempio, le pagine di tanti giornali dei Guf dal ’40 in poi si incontra spesso, invece della parola "Nazione" la parola "Paese".

"Nazione" era una cosa (evocava nazionalismo, sangue, razza). Qualcuno - chi sarà stato il primo? - cominciava a scrivere "Paese". Un’eco carpita da qualche pagina di Vittorini? Era un modo per distinguersi? Certamente, e nessuna censura poteva obbiettare qualcosa.

Altro terreno di ambiguità: quello del rapporto individuo-società. Nel linguaggio fascista c’era la cosiddetta battaglia antindividualistica, antiborghese... Quindi "antindividualistico" si poteva usare (evocando però un senso sociale diverso). "Esperienza individuale" (espressione che si riscontra in qualche nostro articolo) era ancora qualcosa in più. La parola "esperienza" vuol dire già un "farsi da soli", un "muoversi indipendentemente".

"Responsabili", "sentirsi responsabili e promotori": l’aggettivo "responsabile", non appariva mai nel lessico fascista, perché la responsabilità era del potere. Ma comunque anche in questo caso era difficile che un censore potesse sospettare una trasgressione.

"Umanità", per esempio, evoca piuttosto, il sovranazionalismo; il fascismo non ne parlava mai. Dava il senso di qualcosa che andava al di là dei confini, delle frontiere. E poi ecco, al posto della parola "Popolo", un altro tipo di vocaboli: i "lavoratori", "le masse"...
Questo per dirvi quanto era, in fondo, anche affascinante leggersi e scoprire delle parentele attraverso parole che a tentoni, proprio nel buio, noi riuscivamo a individuare e che ci facevano da radar per segnalarci gli uni agli altri.

Resta il problema della rimozione, dell’autoassoluzione. In una stagione in cui gli eventi precipitano e sembra saltare la linearità della storia con i suoi processi lunghi, forse molti di noi, miracolati dal comunismo e passato l’esame durissimo della Resistenza, si sentirono assolti e senza rischio di appello da parte di chicchessia.

Fu anche grazie a questo che nel breve arco di due anni (dal ’43 al ’45) si verificò l’altro fenomeno straordinario del Novecento italiano: la trasformazione di un partito di quadri (il Pci) in un partito di massa con milioni di militanti.

Sì, anche la Storia è schizofrenica, e vive di rotture, salti indietro e bruschi salti in avanti, momenti di circolarità e di irrazionalità che vedono convivere (non dialetticamente) estremi opposti. Solo sotto questa luce si potranno capire i tratti fondamentali profondi, del fenomeno fascista, le sue ambiguità, i suoi paradossi. Un’altra idea giustificazionista? No, soltanto una chiave di lettura per i tanti paradossi che ci fornisce la storia. Vogliamo parlare, per esempio, di una teoria come quella marxista, nata per sciogliere i nodi del mondo capitalistico più avanzato e che diventa Libretto rosso, Bibbia di un mondo contadino arretrato, e nutrimento per i deliri di Pol Pot e della dinastia nordcoreana?

http://www.liberazione.it/giornale/050927/LB12D6E4.asp


http://www.edoneo.org/

Messaggi

  • grande è l’imbarazzo di scrivere ancora su fatti noti e risaputi , anche perchè ogni quindicina d’anni qualche scrittore o storico o giornalista riscopre l’acqua calda . Gran parte degli intellettuali nati fra il 1910 ed il 1925 si sono nutriti ( e non poteva essere altrimenti) alla cultura fascista , spesso se non spessissimo in contrasto con la sostanza del fascismo, rappresentata fino al 1940 dalla rigida irregimentazione staraciana e dal culto della personalità di Mussolini, e dopo il 1940 dalla turpe guerra fascista . Essi hanno poi vissuto ( ed io dico fortunatamente ) un percorso nuovo , spesso attraverso la lotta partigiana , che li ha portati ad approdare ad una cultura democratica, sia alla sponda cattolica, che a quella laico-azionista che a quella marxista . Certo, vi è stato chi ha vissuto in esilio durante il fascismo , ma erano quasi tutti militanti marxisti , comunisti o socialisti , chi ha subito il carcere, chi è stato zitto ; ma ogni percorso personale è accettabile se è sincero ed approda ad una scelta di campo corretta e coerente .E così sono stati fascisti : Bocca, Lajolo (il compagno Ulisse), Pintor, Teresio Olivelli, Fenoglio, Ingrao, e tanti altri . Sul punto ha scritto un libro direi esaustivo Ruggero Zangrandi ," Il Lungo Viaggio Attraverso il Fascismo ", che ha quarant’anni ma che invito a rileggere . Certo vi è stato chi vivendo il fascismo ha ritenuto di non mutar bandiera , come Almirante od Evola , ma non mi paiono figure da prendere ad esempio.
    Buster Brown