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I dieci giorni che hanno sconvolto la Francia

mercoledì 9 novembre 2005

La rivolta delle ’’banlieues’’ ha radici politiche, a cui si accompagnano voglia di comunicare e contagio imitativo. Tra gli obiettivi, le dimissioni del ministro dell’interno Sarkozy

di Rino Genovese e Federica Montevecchi, da Parigi

Non si può comprendere ciò che avviene nelle banlieues francesi - una rivolta che lambisce ormai il centro di Parigi e si va estendendo a tutto il paese - se non si parte dalla specifica situazione francese, se non si conosce quello che sta avvenendo da anni: controlli di polizia mirati su chi ha la pelle nera o un aspetto anche soltanto vagamente maghrebino, in una maniera vissuta come una vera e propria persecuzione. Né si può spiegare ogni cosa con la semplice delinquenza: l’argomento delle “bande criminali”, che pure ci sono, non spiega l’estendersi di una rivolta che dura da più di dieci giorni.

Tutto ha inizio con il successo di Le Pen alle presidenziali del 2002. Per la prima volta il candidato dell’estrema destra razzista arriva al ballottaggio, superando, sia pure di poco, il candidato socialista Lionel Jospin, penalizzato dalla divisione della sinistra al primo turno. Da quel momento la politica della destra al governo - in particolare quella del ministro dell’interno Sarkozy, ambizioso aspirante all’eredità di Chirac - è stata tesa quasi unicamente a dare una risposta al bisogno d’ordine proveniente dall’elettorato di destra, al fine di recuperare i voti di Le Pen.

C’è dunque un aspetto politico oggettivo. Alla rabbia dei giovani dei sobborghi nei confronti della polizia, da tempo scatenata, si sono aggiunte le provocazioni verbali di Sarkozy che ha soffiato sul fuoco. Il bersaglio ora è lui, c’è poco da fare. La violenza di questi giorni non è politicamente organizzata - almeno, non nel modo dell’organizzazione politica tradizionale, con un coordinamento o qualcosa di simile -, ma ha un obiettivo politico, ed è organizzata nel senso in cui è organizzata la comunicazione sociale.

Cosa vogliamo dire con questo? Si deve condannare la violenza, ma non si deve dimenticare che essa (perfino nella forma della guerra e del terrorismo) è diventata uno dei principali mezzi di comunicazione della comunicazione contemporanea. La violenza serve a comunicare. Se si è esclusi dalla televisione, per esempio, o se la televisione presenta la realtà dei sobborghi in una maniera ritenuta falsa da quelli che ci vivono, si incendiano le automobili, appunto per vedere divampare gli incendi in televisione e inviare un messaggio. Il fatto riprovevole che ciò possa procurare la morte di qualche malcapitato è visto come un “effetto collaterale” da chi comunica con la violenza. C’è inoltre una tendenza all’emulazione all’interno dei gruppi, che è un aspetto non secondario della comunicazione: se nel quartiere vicino hanno bruciato cinquanta automobili, noi ne bruceremo cinquantuno. Chi studia i fenomeni sociali conosce bene questi aspetti mimetici, che configurano una sorta di "potlach" neotribale al tempo stesso arcaico e moderno.

A questioni del genere bisognerebbe rispondere con la politica nel senso più autentico, ossia con quella forma di comunicazione che evita la violenza e organizza la democrazia. Non si tratta nemmeno soltanto delle politiche sociali, che pure sono importanti; si tratterebbe di organizzare la protesta dal basso in forme non violente. Ma oggi chi va a sporcarsi le mani con il lavoro politico nelle periferie? Nessuno. Addirittura i socialisti francesi (che pure hanno criticato il governo, ad esempio, per avere pressoché liquidato la polizia “di prossimità” capace di dialogare nei quartieri a favore dei semplici corpi repressivi) non hanno fino a questo momento - a differenza dei Verdi e del Pcf - chiesto le dimissioni di Sarkozy. Non intendono fornire ragioni alla rivolta. Eppure se la rivolta “vincesse”, se Sarkozy fosse costretto ad andarsene, non sarebbe un vantaggio per la sinistra e la democrazia francesi?

http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=7049&numero=’45’