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Identità

lunedì 29 maggio 2006

di Luca Peretti

Un appartenente ad un partito che si dichiara comunista siede di nuovo, dopo 14 anni, sullo scarno più alto della camera dei deputati. L’ultima era stata Nilde Iotti dal 1979 al 1992, mentre prima di lei solo Pietro Ingrao aveva, nei tre anni precedenti, aveva occupato questa posizione. Per la prima volta invece un post ed ex-comunista è presidente della Repubblica.

Si tratta di un’importante novità assoluta, la fine di quella convention ad excludem che ha impedito ad i componenti del PCI, in virtù del loro speciale legame con l’Urss ma non solo, di occupare alcuni posti di potere in Italia. Certo, la situazione è diversa, c’è stato un decennio (gli anni 80) che hanno portato, in Italia e in Europa, all’implosione del mondo, delle organizzazione e dei partiti comunisti tradizionali.

C’è stato un altro decennio che ha portato al decisivo allontanamento di questi partiti (e dei loro figli e scissionisti) dell’ideologia, ma anche e soprattutto dell’Utopia, comunista per come era stata a sua volta riconcepita alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Oggi quasi nessuno tra i politici italiani si scandalizza dichiaratamente per la presenza di un “comunista” al Quirinale. Indubbiamente questo processo di impoltronizzazione degli ex comunisti è positivo, o se non altro propositivo.

La mia paura però è che questo processo corra sullo stesso piano (o sia la realizzazione) di un altro, quel processo di demonizzazione, mistificazione, talvolta riscrittura della storia del comunismo e dei movimenti sociali in Italia. Sono anni che la destra berlusconiana tenta di mettere sullo stesso piano i ragazzi di Salò e i partigiani, che prova a descrivere gli “anni di piombo” come un calderone unico e senza distingui, che tenta costantemente di rivedere e correggere dove può la storia della Repubblica.

Se lo fanno loro, e naturalmente i figli di quel fascismo sepolto 60 anni fa, l’irritazione è tanta, ma niente di troppo strano. Quando invece, eminenti esponenti del centro sinistra, e gli esempi sono tanti e tristemente noti, si dilettano anche loro in questa arte, è naturale che la nostra indignazione e condanne siano ancora più ferme e decise.

Ma quando, esponenti di quel movimento di cui siamo e ci sentiamo parte, lo fanno, la questione assume caratteristiche ancora più gravi. Il fatto in questione riguarda il gruppo dei Modena City Ramblers. I Modena (come vengono familiarmente chiamati dai fan) sono un band formatesi nel modenese all’inizio degli anni 90, e da sempre sono vicini e dentro ai movimenti, ed anche ai popoli che lottano (famoso un loro viaggio nelle tendopoli Saharawi).

Tra le canzoni che eseguono c’è una rivisitazione in chiave folk irlandese della Contessa di Paolo Pietrangeli, oltre ad altre canzone storiche della sinistra, come Figli dell’Officina o Bella Ciao.

A dire il vero sono diversi anni che la canzone non veniva più cantata nei loro concerti, con la significativa eccezione del concerto dopo la morte di Carlo Giuliani. Per il Primo Maggio però, il gruppo pensa di ricantarla nel concertone di Roma. Chiedono però a Paolo Pietrangeli di cambiare alcune note, quelle più “cruente”, ma anche quelle più famose e cantate. Da parte sua il cantautore romano risponde che Contessa non è “sua”, ma è del movimento studentesco ed operaio, è del ’68, ma è insomma di tutti noi (tant’è che mai è stato depositato il marchio alla SIAE), quindi facciano quello che credano.

I Modena probabilmente la prendono come un’autorizzazione e "Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra/ vogliamo vedervi finir sotto terra""Prendete la falce, portate il martello/ scendete giù in piazza, picchiate con quello" diventano uno sciapito, ed esteticamente brutto "Ma se questo è il prezzo siam pronti a gridare/ che noi questo mondo vogliamo cambiare""Scendete giù in piazza per manifestare/ qualcosa di nuovo ora può cominciare".

Inutile stare a citare le motivazioni, il compito pedagogico dei musicisti che non possono istigare i giovani alla violenza, attualizzare questo e quest’altro, eccetera eccetera. La risposta di Pietrangeli è in una lettera a Liberazione, di cui il titolo dice tutto: “Contessa è di tutti. Non vi piace? Non la cantate”.

Insomma, l’ondata di buonismo e riconciliazione nazionale, non si sa bene a favore e verso quali valori, ha colpito anche i Modena City Ramblers. La Contessa che abbiamo conosciuto e cantato per anni in cortei, concerti, manifestazione o nella solitudine della nostra casa è diventata una contessina, come ha fatto notare Pietrangeli.

Quando poi, una simile riscrittura (seppur di una canzone e non della Storia) avviene in occasione del Primo Maggio, lo sconcerto e lo smarrimento sono ancor maggiori.

Il sospetto, che mi affligge e faccio vostro, è che siano, impoltronizzazione e demonizzazione della nostra storia, due facce della stessa medaglia.

Debbo, nella scrittura di questo articoletto, un ringraziamento a Daniele Lombardi per le informazione contenute nel suo blog www.opinionsofaclown.splinder.com