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Il Mayday, la festa del primo maggio precario, quest’anno "parlerà francese"

lunedì 17 aprile 2006

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Mayday francese

di CARLA CASALINI

Il Mayday, la festa del primo maggio precario, quest’anno "parlerà francese", si dicei. E sarebbe il caso di prendere sul serio questo slogan, sondandone le implicazioni anche in vista del Forum sociale europeo di Atene che prenderà il via pochi giorni dopo.

La giornata del "lavoro precario", infatti, sta convenientemente al Forum che ha fra i suoi temi impegnativi il "mediterraneo", e anche l’"Africa" - dove si terrà, a Nairobi, il prossimo Forum sociale mondiale - solo se si allaccia nella sequenza l’anello mancante: i migranti. Non si può davvero, insisto, non partire dall’apartheid che si sta consumando dentro il continente euopeo, per parlare ad "altri". Senza la consapevolezza e la messa in cantiere di un agire forte di movimento contro il risorgente colonialismo "in patria", ogni preteso dialogo risulta impervio, quando non venato di sottile ipocrisia.

«Parlare francese», oggi, allude precisamente a questo: come pensare alle lotte studentesche contro il cosiddetto «contratto di primo impiego», senza considerare insieme l’autunno infuocato delle rivolte nelle banlieues? E non a caso, mentre la legge sul Cpe viene ritirata dal governo di Parigi - grazie all’opposizione generale che accanto agli studenti ha visto i sindacati e il consenso maggioritario dell’opinione pubblica - in Francia si sta preparando una legge restrittiva sull’immigrazione: un «cantiere sensibile» adeguato alle «zone sensibili», come sono chiamate le periferie ad alta intensità di immigrati e dei loro figli e nipoti - perché le stigmate a quanto pare sono indelebili nel susseguirsi delle generazioni.

Se, la Francia parla «a tutta l’Europa»,, allora tocca prima di tutto ai movimenti annodare un filo, non scontato: tra i giovani precari, ovunque angosciati per un futuro personale «impensabile» - come testimonia la ricerca condotta in Italia su un certo numero di regioni ricche dalla Fondazione Zancan - e i ragazzi con genitori o nonni immigrati per i quali questo peso è reso ancor più gravoso dal marchio della «diversità»: culturale, razziale, o quant’altro serve oggi a nominare le differenze sociali. Sulle quali non si può sorvolare.

Immanuel Wallerstein, riflettendo sulla sordità delle sinistre politiche: per esempio che l’«importante ’ribellione dei sottoproletari’, la rivolta dei giovani nei ghetti» non ha suscitato «un vasto appoggio nella sinistra francese», e che similmente l’ imponente marcia dei latinoamericani a Los Angeles non ha visto «aderire» la sinistra statunitense, segnala la «novità» di queste vicende. Ossia la presa di parola dei protagonisti dei ’ghetti’, che finalmente mettono in campo la «reazione alla reazione».

E si augura un possibile filo stabile fra le lotte dell’autunno e quelle studentesche di questa primavera: è il compito primario dei movimenti europei, per sfuggire all’attuale cappa neocoloniale.

http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/4443b50cc5fe3.html


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