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Il corpo-Pasolini, un testo ancora da decifrare

mercoledì 2 novembre 2005

"Questi dieci volumi non sono dunque che il residuo di una frustrazione o di un’ambizione franata?". L’interrogativo, "controverso" come pare inevitabile quando si tocchi - da qualsiasi estremo, per qualsiasi tasto - il metamorfico "fuoco" di un’opera che sembra (voler) rovinare ad ogni punto su se stessa, qual è la pasoliniana, acquisisce un peso e un’eco ancor più drammatici, se a pronunziarle - giunto al termine di una impressionante fatica di sistemazione editoriale (i dieci "meridiani" delle Opere di Pasolini) - è lo stesso, epico (quasi) curatore.

Parlo di Walter Siti naturalmente, colui che dovette condurre un corpo a corpo temerario col corpus edito e inedito, tra forme (transitoriamente) finali e loro revisioni, riaggregazioni, nuovi abbozzi, degli Scritti, concluso solo un paio d’anni fa coi due impressionanti tomi delle poesie (lì dove appunto meglio sembra riflettersi l’essenza "franante" della pratica pasoliniana).

«Il sentimento - confessava Siti - è quello di trovarmi circondato da un’opera con la bocca aperta, malata di ansia e di insoddisfazione (...) un’opera che per propria natura è sempre stata costretta a considerarsi mobile, inadeguata; che non ha mai allentato i legami col proprio autore, che non è mai arrivata a esprimersi fuori o contro di lui». C’è una questione insomma che rimane aperta in chiunque voglia laicamente interrogare quella forma di esperienza; e interrogarla appunto dalle sue spoglie testuali, così invece feticizzate, e avvolte sempre più nell’ottundente sudario del Canone (che sembra averle accolte in un modo fin troppo indiscusso, fin troppo autoritario, e quasi contro di loro...). E la questione - pronta a farsi querelle se ci si scosta appena di un millimetro dal litaniare stordente della canonizzazione - risiede giusto nell’autonomia di quell’opera dalla presenza di colui che diciamo il suo autore.

Una presenza fisica o virtuale, ma tangibile insomma, e anzi quasi prolungantesi, come un fremito d’ombra corposa, sull’audience che sta formando (di cui ha bisogno per poter vivere), a tentare un’arrischiata forma di contatto; e cioè un contatto che coincida con una duplice corruzione: di chi ascolti e di sé. A ben vedere, non altro che questo è nell’"opera" pasoliniana il margine di azione "estetica". Il margine, persino, di azione estetizzante (auto-estetizzante): se il terminale di ogni suo atto linguistico, poetico-conativo, è la messa in scena semi-paranoide di un Sé che si fa Significante Assoluto, che si dà espanso e travalicante quegli stessi confini (arcaicamente) "letterari", a cui la sua retorica non fa che appellarsi. Ed è in questa conazione estetica, infine, il senso controverso di quella "impurità", che Carla Benedetti metteva in luce nel suo discusso, ma imprescindibile almeno per la sua "pars construens", Pasolini contro Calvino.

Il paradosso, e forse l’aporia, risiede appunto nell’esistenza parallela e in qualche modo "apocrifa" di un Testo Pasoliniano rispetto al Testo-Pasolini, al corpo stesso fagocitante il "corpus" che esso dové emettere a getto continuo. E’ nella rendita parassitaria di cui il primo gode (nella sua canonizzata r/esistenza bibliografica) nei confronti del secondo, che biologicamente invece si è dissolto, e la cui luce, se continua a pulsare, lo fa solo artificialmente, ridotta a icona, a santino, se non addirittura a marchio - come il Che, come la Coca Cola.

Eppure - ulteriore aporia - è, quel "corpus", pur così vorace, in conflitto con se stesso, fisicamente staccabile dal "corpo" concreto, pulsionale e idiosincratico, dalle cui inquietudini ha preso forma?

Estremizzando: è esso, infine, giustificabile, nella grandezza stessa dei suoi infiniti (e autoinflitti) fallimenti, ad esulare da quella presenza diretta e pulsionale? Dall’immanenza di quel corpo che pure, in vita, si diede già arcanamente esploso, così disseminato nel groppo "barocco" e canceroso e insomma (quello sì) gaddiano, del proprio "controverso" ritradursi in Testo?

Se c’è un valore sotto cui possa riassumersi l’intera testualità pasoliniana (al di là della "riuscita", mai veramente definitiva, mai autonomizzante appieno o assoluta, di alcune singole opere, ed extraletterarie perlopiù), questo è insomma valore di feticcio. Reliquia. Simulacro di una presenza svanita, corpo, sesso, flatus vocis, che lei solo dà senso; e che, se si continua a evocare dietro l’ombra di un opus così (insieme) ingombrante e assente, lo si fa per suscitare null’altro che un nuovo simulacro: la figura di "un autore", "dell’autore", così apertamente insufficiente a contenere un tanto vasto disperdersi.

E’ per questo che solo una piena consapevolezza queer è capace di riempire, oggi, questo Significante Assoluto: oggi così saturo e insieme così disabitato, così vuoto.

http://www.liberazione.it/giornale/queer/QR12D693.asp