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J’ACCUSE!

giovedì 16 febbraio 2006

di Lucio Garofalo

Il “grande manager” della mia scuola mi ha convocato nel suo ufficio e mi ha invitato a “difendermi”... Ma rispetto a quale capo di imputazione? Forse dall’accusa di “non aver ottemperato ad un ordine di servizio” che io ritengo un atto verticistico ed illegittimo in quanto è il risultato finale di un percorso burocratico che ha decretato l’introduzione di un orologio marcatempo come strumento elettronico di rilevazione delle presenze nell’Istituto.

Voglio far presente che, se anche solo per assurdo (ripeto: per assurdo!) il dirigente avesse seguito alla lettera e in maniera corretta le procedure necessarie dal punto di vista normativo, tale precisione formale sarebbe annichilita ed offuscata dai risultati concreti che sono disastrosi, viste le reazioni negative suscitate tra i docenti.

Insomma, io avrei “disobbedito” all’imposizione di un rito che è totalmente inutile dato che, in base a norme già esistenti, per la rilevazione delle presenze dei docenti “fa fede la firma sul registro delle presenze”, ma soprattutto è un sistema ipocrita in quanto l’insegnante deve certificare la sua presenza esclusivamente in classe, non nell’istituto.

E’ dunque questo il capo d’accusa rispetto al quale io sarei chiamato a “discolparmi”?

Ebbene, io mi discolpo rovesciando mille accuse su chi mi invita a difendermi.

J’ACCUSE! Io accuso! Ecco la mia replica più immediata e sentita, un grido d’accusa che rievoca il celebre titolo di un articolo di Emile Zola sullo storico “affare Dreyfus”, articolo pubblicato dal quotidiano francese “L’Aurora” in data 13 Gennaio 1898.

Naturalmente occorre riconoscere la notevole distanza (non solo temporale) tra le due vicende, oltre che tra il sottoscritto e l’impareggiabile talento dello scrittore francese.

Tuttavia, vista l’ubriacatura di potere dimostrata dall’altra parte, io mi diverto a millantare, da megalomane burlone quale sono, una certa qualità letteraria. Inoltre penso che l’arma più efficace da usare contro le angherie del potere, qualunque esso sia, è proprio l’ironia.

Pertanto, io accuso il dirigente dell’Istituto Comprensivo di Sant’Angelo dei Lombardi:

1) di aver diffuso discordie tra i lavoratori della scuola, alimentando un clima di sospetto e diffidenza e avvelenando l’ambiente lavorativo. Ciò inficia il normale svolgimento delle attività didattico-educative;

2) di aver abusato della sua autorità (che non è di origine divina, né è illimitata o assoluta) per imporre un “arredo” inutile e costoso, sperperando quindi denaro pubblico che poteva essere impiegato in modo più proficuo per migliorare l’offerta culturale e formativa della scuola;

3) di aver viziato anche dal punto di vista formale l’iter normativo e procedurale condotto attraverso due passaggi, l’uno concernente la delibera del Consiglio di Istituto, l’altro in sede di concertazione con le RSU, laddove si evince un semplice atto di informazione unilaterale, priva di qualsiasi momento di scambio dialettico e di trattativa che avrebbe dovuto comportare la definizione di un regolamento applicativo circa l’uso dell’orologio;

4) di aver mortificato i diritti e le istanze di confronto democratico provenienti dalla base dei lavoratori, a cominciare dall’organo collegiale per antonomasia, il Collegio dei docenti, la cui sovranità è riconosciuta dallo spirito più autentico della legge sull’autonomia scolastica, che invece è concepita e praticata secondo una logica dirigista e pseudo-efficientistica. Affermo ciò considerando che un passaggio di consultazione ufficiale all’interno del Collegio dei docenti su una materia che pure attiene all’organizzazione dell’orario di lavoro, pur non essendo obbligatorio sotto il profilo normativo (cosa che è pure discutibile), era ed è moralmente corretto in quanto avrebbe probabilmente consentito di metabolizzare la novità, evitando equivoci e polemiche astiose, ma soprattutto rimuovendo quella parvenza di unilateralità e di illegittimità che ha indotto non pochi docenti a “disobbedire”;

5) di aver respinto ogni iniziativa di dialogo e di mediazione riconciliatrice, persino con i rappresentanti provinciali delle maggiori organizzazioni sindacali della scuola, ostacolando in tal modo la ricerca di una soluzione utile e dignitosa per tutti;

6) di essere venuto meno ad uno dei compiti più delicati che sono una prerogativa primaria di un capo d’istituto, ossia il dovere di gestire le controversie con intelligenza e buon senso, e non mi riferisco solamente alla questione dell’orologio marcatempo.

Messaggi

  • Ciao Lucio,
    invio a te e ai lettori l’attuale visione che ho sulla questione dell’orologio marcatempo
    nella tua scuola,che è anche la mia.

    La storia ,riconducibile nella primaria essenza a tante altre che si sono già consumate in molte scuole italiane ,nella nostra rischia di trasfigurarsi.
    La controversia che agli albori si presentava con i connotati di una democratica richiesta da parte
    di un non trascurabile numero di docenti immemori della procedura attivata per l’installazione di tale strumento per il controllo automatizzato dell’orario di lavoro del personale scolastico,già riconosciuto in altre sedi costoso e superfluo per la categoria degli insegnanti,si è già tramutata nella piena crescente di un fiume pronto a tracimare !
    Lo spirito democratico dei docenti incompresi,alla luce dei fatti che continuano a susseguirsi nel luogo del "conflitto ",ormai si è perso (credo irrimediabilmente )nei meandri della burocrazia, dove tutti i soggetti del contenzioso sono giunti al punto in cui si rincorrono in uno scenario sempre più infuocato,alla stregua di una pena infernale dantesca ,ponendosi le domande più disparate :
    - la scuola è da considerarsi un’azienda come taluni sostengono ?
    - che cosa rimane del vecchio sistema scolastico ?
    - che posizione occupa il "personale"nelle scelte organizzative?
    - perchè questa ostinata aggiuntiva forma di controllo al registro di classe ?
    - è stato o non è stato commesso qualche errore nell’attivazione della procedura?
    - ha valore o non ha valore questo o quel documento?
    (ed altre ancora...)
    E le risposte non arrivano.
    I personaggi della storia procedono con lo spirito di ardui condottieri verso la sospirata soluzione del caso che,invece ,beffardo e per chissà quale destino, avanza con andatura spedita verso nuove strade dissiminate da pericoli.
    Intanto il disagio e il disorientamento cresce anche in coloro che ,inconsapevoli,sono malauguratamente incespicati nell’ingranaggio del meccanismo.
    Qualcuno fermi il diabolico strumento di controllo ormai incontrollabile ,prima che giunga alle soglie della metamorfosi e si trasformi in un bomba ad orologeria che,se incautamente dovesse scoppiare,stritolerà una folta schiera di colpevoli e di innocenti!
    Luigina Miele

    • Ciao Gina.
      Mi fa piacere che sei intervenuta a ribadire e rafforzare le nostre ragioni, che potrebbero sembrare a chi ci legge come "interessi corporativi", legati ad una causa di tipo corporativistico, ovvero ad una battaglia tesa alla conservazione dei privilegi di una sola categoria professionale, quella dei docenti.
      Faccio questa considerazione perché qualcuno ha già travisato e distorto il senso più autentico della vertenza che ci vede impegnati nella nostra scuola, una vertenza che si caratterizza e si presenta come un episodio emblematico di un più vasto processo di degenerazione e degrado che sta investendo la scuola pubblica italiana durante l’ultimo decennio, a partire dall’introduzione della cosiddetta "autonomia scolastica".
      Questa "novità legislativa" (introdotta da un precedente governo di centro-sinistra) avrebbe potuto costituire una preziosa opportunità per le singole scuole, qualora l’autonomia fosse stata interpretata ed applicata nel senso più corretto, cioé nella direzione di un crescente coinvoglimento e della valorizzazione delle diverse soggettività professionali, umane, sociali ed intellettuali, presenti sul territorio.
      Al contrario, l’autonomia scolastica è stata concepita ed attuata, da parte di tanti dirigenti scolastici, come una vera e propria "tirannia personale".
      La deriva autoritaria e dirigistica, della scuola pubblica italiana, ha conosciuto una vera e propria accelerazione durante la sciagurata gestione morattiana.
      Pertanto, il vero problema della scuola in cui lavoriamo, non è costituito tanto dall’introduzione (oltretutto illegittima, arbitraria ed unilaterale) di un orologio marcatempo per la rilevazione automatica delle presenze, che pure rappresenta un rito inutile ed ipocrita (oltre che costoso), nella misura in cui il docente non deve dimostrare di essere presente nell’istuituto (come se fosse un’azienda, una casema o altro), bensì nella classe, laddove è chiamato a svolgere il proprio dovere che non è equiparabile ad una mansione d’ufficio oppure ad una funzione manifatturiera, in quanto si inserisce in un delicato processo dialettico, umano e formativo che è il processo di insegnamento/apprendimento.
      In realtà, il vero e più drammatico problema della nostra scuola, che credo indichi simbolicamente le tante ed aspre contraddizioni presenti nella scuola pubblica italiana nel suo complesso, è costituito dalla totale assenza di legalità, e nemmeno dall’assenza di democrazia partecipativa, che ormai può considerarsi un vero e proprio lusso!
      Per totale assenza di legalità intendo dire che mancano le certezze normative più elementari, ossia manca il rispetto di regole democratiche certe e valide per tutti.
      La situazione di "selvaggio west" che si è determinata e che dovrebbe suscitare una reazione di scandalo e di sdegno in ciascuno di noi, cela la mancanza di rispetto verso la dignità e l’intelligenza delle persone che lavorano nella nostra scuola. Ma (ripeto) si può tranquillamente sostenere che la nostra realtà particolare sia simbolica rispetto alla realtà più ampia e complessiva della scuola italiana. Purtroppo!
      Saluti non corporativi,
      Lucio

    • E ti rispondo ancora ,ma soltanto per invogliare i lettori attraverso le tue e le mie argomentazioni a riflettere sull’odierna "condizione " delle Scuole italiane e a lanciare un appello a mobilitarsi affinchè uno scenario simile al nostro ambiente lavorativo non si ripeta in altri Istituti.
      In special modo mi riferisco a quei luoghi dove magari vige un bell’orologio marcatempo,entrato di soppiatto ,con istruzioni d’uso inesistenti o palesate o lasciate alla libera interpretazione .
      E’ proprio lì che le difficoltà di gestione delle conflittualità aumentano ,specialmente se tale strumento ,trasferito sul piano metaforico, assume le sembianze di qualsiasi altro contenzioso sempre più facile e possibile nelle Scuole così come appaiono oggi ,in primis, a coloro che continuano ad offrirvi con testarda e inalterata generosità d’altri tempi il proprio contributo lavorativo.
      Personalmente credo che sarebbe saggio ,da parte di chi ha gli strumenti per farlo,porsi l’obiettivo di ridurre e ridimensionare i crescenti contrasti che prolificano nelle Scuole nel
      delicato momento di transizione verso la completa autonomia .
      E tali e simili contrasti è facile mettere in atto quando si entra nell’ambito di indicazioni che non sono propriamente legge e che,lasciate alla libera interpretazione ,possono aprire la strada a battaglie burocratiche e trasformarsi in abominevoli campi di battaglia.
      Tutto ciò non si addice al settore educativo-didattico dove il confronto, sovrano ,non dovrebbe portare alla prevaricazione di questa o di quella posizione!
      Fiduciosa di trovare riscontro del mio pensiero in tanti altri insegnanti e ,magari suscitare
      qualche interesse negli esperti del settore ,auspico la buona soluzione di tutti quei casi in cui
      si è costretti a conciliare con non pochi virtuosismi l’autonomia,le indicazioni ministeriali,i ruoli professionali,le individualità e altro ancora.
      Luigina Miele
      lamiele1@virgilio.it