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La Cassazione: "Disobbedire non è eversione" (bocciato Cofferati)

sabato 21 gennaio 2006

Il caso del locale occupato a Bologna contro il caro-libri

di Checchino Antonini

Protestare contro il caro libri non è eversione dell’ordine costituzionale, nemmeno se si occupa un locale per organizzarci una copisteria gratuita. E’ la Cassazione, con una sentenza a fare carta straccia del teorema con cui la Procura di Bologna ha provato, la scorsa primavera, a mettere la sordina a un collettivo si studenti che avevano preso possesso di un locale sfitto in zona Università, per denunciare il caro-libri e la mancanza di spazi di aggregazione in una città con 60mila fuorisede su 300mila abitanti.

Lo stabile venne sgomberato dopo neppure 24 ore, la polizia denunciò una ventina di ragazzi e ne arrestò tre che avrebbero opposto resistenza ma uno dei poliziotti "pestati" dai disobbedienti, e per questo repertato per 20 giorni, dopo poche ore era già in giro per servizio.

A fare clamore, la primavera passata, fu l’applicazione dell’aggravante di eversione, ripescata dalla procura bolognese dai famigerati decreti Cossiga della fine degli anni ’70, e cucita addosso agli attivisti del collettivo Passepartout.

Cofferati, come si ricorderà, prese la palla al balzo per cavalcare la sua personalissima crociata sulla legalità (il famoso ordine del giorno sul tema sbarcherà in consiglio lunedì prossimo) che serviva a sbattere sotto al tappeto le emergenze sociali all’ombra delle Due Torri. Ci fu una polemica fortissima tra il sindaco, Rifondazione e i movimenti sociali felsinei.

Tra Palazzo D’Accursio, sede del Comune e Palazzo di Giustizia si intrecciarono numerosi attestati di solidarietà reciproca mentre da tutto il centro nord migliaia di persone scesero a Bologna per manifestare solidarietà con gli arrestati. A dire il vero lo stesso Cofferati fece intendere che l’aggravante di eversione sembrava un’enormità anche a un legalitario come lui, ma non insistette molto anzi si spicciò a spedire le ruspe per sfollare famiglie rumene accampate lungo il Reno e ostaggio di imprenditori indigeni.

Il trucco di appiccicare un’aggravante terribile e infamante è stato una moda in voga nei palazzi di giustizia italiana all’indomani dell’ondata di movimento cominciata tra Genova e Firenze. A Napoli, i disoccupati furono accusati di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione di posti di lavoro, così pure i senza casa di Mestre e Roma - è fresca di stampa una sentenza analoga a favore di Action - e una ventina di attivisti del Sud ribelle si fecero un bel po’ di galera e sono sotto processo perché la sola idea di manifestare a Genova sembrò a un pm casentino addirittura "eversione dell’ordinamento economico" e sovversione.

Sono quasi ventimila i militanti e gli attivisti sindacali, pacifisti, antifascisti, gli studenti e gli operai sotto processo in Italia per reati legati all’esercizio della conflittualità sociale. Per molti è scattata la trappola delle aggravanti, improbabile da un punto di vista giuridico, ma utilizzata da procure compiacenti per smorzare, almeno temporaneamente, le ondate di movimento.

Il nuovo pronunciamento della suprema corte stabilisce dunque che un gesto di protesta contro il caro-libri non può configurare l’aggravante di eversione dell’ordine democratico.

Perché occorre «che lo scopo eversivo sia perseguito con mezzi potenzialmente suscettibili di realizzarlo», cosa che l’occupazione di un negozio sfitto non è. Il riesame bolognese, mettendo in libertà i tre arrestati, due disobbedienti e un giovane comunista, aveva già espresso il suo scetticismo rispetto al teorema della procura che, però, aveva opposto ricorso come i suoi colleghi romani che stanno perseguitando i movimenti di lotta per la casa.

«L’invasione del locale da parte degli appartenenti all’associazione denominata Passepartout, da cui sono originati anche altri reati - continua la Cassazione - si inquadra sicuramente in un’azione che ha alla base un movente politico che nella specie riguardava il "caro libri" ma ciò non significa che gli indagati volessero perseguire tale istanza al fine di realizzare un programma di eversione dell’ordine democratico». Non basta, perciò, ritenere che l’azione sotto accusa sia "violenta" né, come ritiene la procura felsinea, alludere a un "programma massimo" degli "eversori" ricavato da volantini e adesivi.

Ma i guai, per i presunti eversori-sovversivi bolognesi non sono ancora finiti. Proprio ieri è iniziato il processo contro 29 seguaci di San Precario che il 27 ottobre 2004 erano entrati in un cinema cittadino contrattando collettivamente un biglietto scontato. Non ci furono incidenti, né denunce ma la solerte procura volle denunciarli lo stesso. E, manco a dirlo, con l’aggravante di eversione ispirata da "San Cossiga", nemico giurato di San Precario dai tempi del ’77.

«Quello che abbiamo sempre sostenuto è che non possono essere criminalizzate le lotte che partono da bisogni concreti della città», dice Valerio Monteventi, consigliere indipendente eletto col Prc, ricordando che nove pacifisti (alcuni dei quali colpiti dal teorema sulla sovversione) sono indagati per un’occupazione dei binari avvenuta il 20 marzo 2002, giorno delle prime bombe su Baghdad, quando in 20mila manifestarono a Bologna.

«Cadono i castelli di sabbia che reggevano accuse che abbiamo sempre definito ridicole», dice a proposito della sentenza del Palazzaccio (sede della Cassazione) anche Tiziano Loreti, segretario provinciale del Prc che annuncia l’intenzione del suo partito di astenersi, lunedì, sull’ordine del giorno sulla legalità. «Nonostante sia stato emendato - spiega - non ci sono ancora garanzie per chi è costretto a compiere illegalità perché non ha ottenuto risposte dovute dalle istituzioni, proprio come i metalmeccanici che hanno occupato stazione e tangenziale per il loro contratto».

http://www.liberazione.it/notizia.asp?id=384


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