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La Val Susa è un fiume in piena, il governo annaspa. Si può vincere

sabato 10 dicembre 2005

di Claudio Jampaglia

Una giornata come un fiume di gente, di determinazione e di ragione. Alla fine la Val Susa si è ripresa Venaus come voleva, scendendo dai monti, resistendo a cariche e arginando anche tafferugli e scontri (minimi). Una vittoria totale che merita un racconto. La mattina è fredda, ma alle 10 la piazza di Susa ribolle di musica e camion, ad accogliere le migliaia della valle 200 giovani comunisti e centri sociali romani, diversi lombardi, la Cub, i Cobas e il camion dell’Askatasuna (centro sociale antagonista di Torino).

Davanti i sindaci, una trentina, con la deputata del Prc Marilde Provera, l’eurodeputato Vittorio Agnoletto, il senatore dei verdi Zancan, il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini (con Cremaschi e Airaudo) e poi tanto Prc venuto da Torino e dal Piemonte (con Paolo Ferrero della segreteria nazionale). Davanti a loro e poco dietro una talpa-treno di cartapesta con scritto "la Tav-talpa mangia soldi e scava veleni" portato come un dragone cinese.

Poi gli studenti, i comitati, la gente. Si parte e si capisce subito che due chilometri avanti la polizia blocca l’accesso alla Val Cenischia e a Venaus. Giusto il tempo di godersi dalla salita la vista del corteo fiume di quasi 50mila persone che alla seconda curva ci troviamo inchiodati. Tre file di polizia e carabinieri già pronti al peggio bloccano la discesa.

Davanti si mettono i sindaci e comincia una trattativa, ma la gente preme e si posiziona tutta intorno, scalando piccoli declivi, issandosi sui tetti. Urlano alle forze dell’ordine “buffoni, vergognatevi” (qualche “libertà” e un corale Bella ciao), sono di qua e sono davvero arrabbiati, ma tanto. Non vogliono sentire ragioni, dopo aver visto picchiare donne e vecchi, dopo gli inganni e la militarizzazione (e nemmeno una scusa, una parola distensiva) vogliono riprendersi Venaus e i terreni del cantiere. Le lancette devono ritornare alla notte del blitz e delle botte.

La polizia accetta che passi il camion con il container per ripristinare il presidio con qualche centinaio di persone, non di più. Ma dietro ce ne sono altre 49mila e come si fa? Gli animi si scaldano; si inizia a far passare il camion e quando i carabinieri richiudono il varco si trovano davanti la folla e reagiscono subito: manganellate sulle macchine dei fotografi prima e poi a chi capita a tiro. Sono cinque minuti brutti, da una parte i ragazzi dell’Askatasuna con degli scudi di plexiglas che le prendono e in mezzo Rinaldini, Cremaschi e Agnoletto a cercare di placare la situazione. Ne fa le spese Nicoletta Dosio, segretaria del Prc di Bussoleno e una delle primissime no-tav: un manganello le rompe occhiali e naso.

Sanguina, ma questa signora di sessant’anni con le mani alzate, non molla e comincia a incamminarsi verso la statale come fanno tanti altri, invitati dal megafono da Marilde Provera e aiutati da un servizio d’ordine improvvisato da lavoratori, sindacalisti e rifondaroli. Intanto nevica e davanti è tornata la calma. Ricomincia la trattativa, ma ormai il corteo comincia a salire per la statale del Moncenisio, fino a un sentiero da cui si vede tutta la Val Cenischia. Giù c’è Venaus, con i terreni recintati, i caschi blu e qualche centinaio di abitanti che protesta con le bandiere. In tantissimi, sui sentieri e per i boschi, si scende e non si incontra nessuno. La strada è libera, tempo dieci minuti siamo tutti a Venaus.

Intanto, visto l’aggiramento, dopo una lunga mediazione di Agnoletto e Provera, la polizia libera anche la statale.
Così ci si ritrova davanti ai terreni abbandonati di fretta e furia la notte delle botte, in almeno diecimila. Abbassare le recinzioni di plastica è un attimo e dopo qualche esitazione di fronte alle tre squadre di celerini pronti a caricare a una trentina di metri, la gente comincia a invadere il terreno da ogni lato. Il grido è sempre lo stesso: “Sarà dura! ” e via riprendersi la propria terra. La polizia arretra, tiene le distanze, e comincia a rintanarsi nei cantieri. La gente urla: “Siete venuti di notte, ve ne andrete di giorno”. I giovani dell’Askatasuna, dei centri sociali di mezza Italia e giovani comunisti tengono il punto di contatto più delicato. L’unico faccia a faccia. Spintoni e qualche tensione ma niente di più. Anche se da dietro tirano un po’ di tutto.

Il peggio però arriva da un altro lato. Una cinquantina di giovani mascherati attacca il cantiere da dietro, tirando sassi e mattoni, diversi carabinieri vengono colpiti e arretrano. Sparano una trentina di lacrimogeni su tutto il campo. Nessuno arretra, loro non avanzano. I manifestanti urlano “basta, abbiamo vinto, piantatela” agli incappucciati che varranno convinti a smetterla. Dall’altra parte del cantiere, nei campi e nell’accesso alla strada, la situazione è più calma. Ogni tanto qualcuno si esaspera, ma viene subito placato. La gente ha rinchiuso le forze dell’ordine da dove erano volute uscire per menare. Con le recinzioni scrivono “no tav” e uno striscione tra due alberi dice: “Se la Val Susa è un corridoio, il governo è un cesso”. Vittoria.

Si organizza un microfono aperto in mezzo al terreno. Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana, parla alla gente: "Anche i poliziotti vogliono andar via, loro non hanno gli stessi interessi di chi gli ha ordinato di essere qui. Bisogna assolutamente evitare che ci siano scontri. L’aver ripreso il pieno possesso del territorio del Comune di Venaus dimostra che questo cantiere non si può aprire contro la volontà della comunità". Applausi, sono tutti d’accordo, giovani e anziani, centri sociali e valligiani. Lele Rizzo dei comitati rivendica la vittoria: “Non ci saremmo mai aspettati tutto questo”, detto da uno che da dodici anni organizza la protesta...

Airaudo porta il saluto dei lavoratori metalmeccanici. Poi intervengono sindacati di base, comitati di Roma, Milano, gente qualunque. Arrivano altri carabinieri e polizia (oltre 800 uomini in tutto), ma un funzionario ci dice "aspettiamo un ordine del ministro dell’Interno, vogliamo andarcene", ma da Roma non danno il via libera. Sarebbe una resa. Cominciano a dare segni di impazienza. Ci dicono che ci sono 12 feriti tra i loro, ma Agnoletto che va all’ospedale di Susa a sincerarsi delle condizioni non trova alcun ricoverato (nemmeno a Rivoli e Avigliana): “Hanno medicato solo contusioni per manifestanti e poliziotti. Non ci sono altri feriti e non ci sono facinorosi, qua c’è un solo movimento, unito, che evita la violenza”. Il container per il nuovo presidio viene piazzato e i manifestanti in assemblea decidono quello che nessuno si aspetta: un corteo di rientro. Quelli che Pisanu continua a demonizzare come infiltrati e pericolosi sovversivi decidono con i sindaci di liberare l’area. Sta scendendo la notte e qui non si terrà a lungo. Nessuno vuole rischiare una carica di vendetta.

Hanno vinto.

Bon. Si scende a Susa e che la polizia riprenda i terreni, tanto si ritorna. Pragmatici, democratici e ragionevolmente rivoluzionari, sembrano proprio degli zapatisti questi valligiani valsusini. Alla fine annullano anche la fiaccolata notturna. Bisogna sapersi fermare. Oggi è stata per loro una giornata da segnare sul calendario (un po’ come quell’otto dicembre 1943 in cui i partigiani giurarono di cacciare gli occupanti proprio in queste montagne). Ieri la Val Susa ha dimostrato che la valle è loro, che la democrazia sono loro e che con loro si deve discutere. Dalle montagne insorgenti del Nord-Ovest italiano, per il momento è tutto.

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