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La non-violenza come estensione della conflittualità

martedì 3 febbraio 2004

Il dibattito che ha preso corpo sui temi proposti da Bertinotti è diventato
rapidamente un evento culturale e politico che ha sconfinato, anche
autorevolmente, il perimetro della nostra organizzazione. Basti pensare
alle questioni affrontate domenica su Liberazione da Pietro Ingrao.

Nella confusione e banalità prevalente del dibattito quotidiano a sinistra
incentrato su improbabili modelli di ingegneria politica è la colpevole
mediocrità sistematica delle proposte emendative alle politiche di governo,
l’occasione che ci viene fornita non può essere sciupata con
interpretazioni legate alla mera congiuntura politica o tese ad introdurre
il "veleno" del sospetto di un corredo teorico funzionale alla
legittimazione di governo.

Negli ultimi anni abbiamo provato a ridefinire gli strumenti culturali
della nostra esperienza storica per produrre un’iniziativa politica
alternativa. Per fare politica nel quotidiano abbiamo empiricamente e
processualmente adeguato il nostro bagaglio culturale. Oggi incominciano ad
emergere lineamenti di una nuova identità, il profilo strategico di una
rinnovata forza comunista.

La non violenza è una parola chiave. Perché è un mezzo che anticipa il
fine. E’ allusiva di un’idea di società e di una modalità di critica del
nuovo capitalismo. Non può essere vista come una variante tattica o come
una temporanea acquisizione, vista la disparità dei rapporti di forza
attualmente esistenti su scala planetaria (questione, peraltro, non certo
irrilevante per chi non intende affidare le aspettative di un altro mondo
ad un improbabile blocco di potenze statuali contrapposte all’egemonia
imperiale Usa). Né l’approdo convinto ad essa può avvenire su di una
sublimazione etica che dispensa giudizi di valore su altri passaggi
storici. E’ una scelta politica.

La non violenza è la metafora e la pratica del disvelamento dell’enorme
potenziale distruttivo che la globalizzazione capitalistica produce
introiettando permanentemente la guerra come risposta sistematica alle
instabilità e crisi sempre più frequenti. E’ il disvelamento delle forme
attuali di dominio e del potere, dello sfruttamento della natura, dei corpi
e delle menti. E’ una critica radicale del concentrato autoritario e
violento delle forme di produzione del capitale. La scelta non violenta del
movimento pacifista e del movimento dei movimenti è stata ed è una efficace
modalità di sottrazione dalla spirale repressione-violenza-repressione che
avrebbe sancito il rapido dissolvimento della sua efficacia, della sua
dimensione di massa, della pervasività del consenso.

La forza del movimento sta nella sua dimensione mondiale e nel suo
carattere duraturo e permanente di critica globale. La disobbedienza come
processo sociale "declina, per dirla con Daniele Farina, la non violenza in
una forma nuova dalle modalità di lotta conosciute nel passato" e diventa
contagiosa se a praticarla sono gli abitanti della Lucania contro
l’installazione di scorie nucleari, gli autoferrotranvieri, gli occupanti
di case, gli studenti in lotta contro la riforma Moratti e tutti coloro che
stanno animando la conflittualità sociale nel nostro paese. Tutte lotte che
esprimono una prepotente radicalità. Tutte lotte che sfuggono a modelli
imitativi e violenti dell’avversario.

Come si vede la non violenza è ben presto divenuta sinonimo di estensione
della conflittualità e della conquista del consenso (ho trovato
assolutamente pertinenti nel dibattito le riflessioni sul concetto di
"egemonia" in Gramsci), di idea molecolare di trasformazione della società.
In realtà la contrapposizione a questa scelta, sicuramente innovativa nella
nostra tradizione, è legata ad una concezione classica di conquista del
potere. Paradossalmente questa concezione è sopravvissuta anche quando non
viene riproposta nelle forme violente. E’ la sublimazione dell’autonomia
del politico. E’ l’ipotesi del governo che si separa dalla trasformazione
sociale. E’ la negazione di una soggettività relegata nell’identificazione
con lo Stato e le sue istituzioni. Ed al rovescio è un’identità che non si
verifica mai socialmente. E’ tramandata negli anni e si separa
permanentemente dall’agire politico. E’ il sole dell’avvenire che non
illumina e non scalda mai il qui ed ora della tua scelta concreta. E’ così
lontano ed immobile che l’arco della tua vita non riuscirà neanche a
carpirne un raggio. Ed è sempre lo stesso anche quando il capitalismo muta
radicalmente la sua morfologia.

La stagione dei movimenti che si è aperta da Seattle in poi ha ridato forza
e credibilità ad una critica di massa della globalizzazione capitalistica e
ha posto con forza il tema del suo possibile superamento. Qui sta il
cimento della Rifondazione comunista. Francamente lo storicismo
giustificazionista che sembra animare alcuni degli interventi in questa
discussione tende ad imprigionare le potenzialità trasformatrici di questa
fase in un estenuante lavoro di verifica di congruità con la nostra
tradizione. Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle è stato segnato
dalla storia grande e terribile dei tentativi di costruire una società
comunista.

Forse, fin dall’inizio, del pensiero di Marx si è teso a privilegiare il
fondamentale concetto di eguaglianza. Quando questo concetto si è inverato
in esperienze statuali ha reso muti ed inerti i soggetti che si sono
battuti per realizzarlo. Poco si è lavorato su quella parte del pensiero
marxiano che parla di libertà. Uguaglianza e libertà devono poter essere
coniugati come coppia indissolubile. Oggi quel concetto esprime per intero
la sua attualità. Libertà intesa come superamento di ogni forma di
alienazione, di ogni modalità di asservimento psicofisico dei lavoratori,
di pieno dispiegamento e crescita delle soggettività. Libertà intesa come
critica di ogni logica produttivistica e di potenza, come valorizzazione e
pratica della differenza sessuale. Non possiamo più separare la nostra
azione dall’anticipazione del mondo che vogliamo se vogliamo ridare senso e
fascino alla parola: comunista.