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La rosa e il pugno

venerdì 3 marzo 2006

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di Rina Gagliardi

Strana, questa campagna elettorale - anche quella dell’Unione, dove ogni forza procede per conto proprio, a caccia di voti (e di candidati), possibilmente nell’orto del vicino. Dove, soprattutto, ognuno tende o ad ignorare o a svalutare o a minimizzare il programma comune, solennemente varato appena pochi giorni fa, e procede a reinventarsi una sua politica - estera, per esempio, filoatlantica e antiaraba, come ha fatto Francesco Rutelli. Dove, insomma, la soggettività politica dello schieramento antiberlusconiano, la fisionomia strategica di chi si candida a sostituire la destra al governo del Paese, rischia di essere - per ora lo è - il Grande Assente.

Gli “esperti” dicono che la colpa è del nuovo sistema elettorale: poichè esso sarebbe “proporzionale”, non può che alimentare la concorrenza interna alle coalizioni e il bisogno spasmodico di visibilità delle forze più piccole. Sarà davvero questa la ragione che spinge a questa specie di bellum omnium contra omnes, a discapito della solidarietà comune e della centralità del programma? Non è detto, ma a questo stiamo.

Un esempio interessante, in proposito, ce lo offre la Rosa nel pugno, la nuova formazione radical-liberal-socialista che sta andando a mille, anche e soprattutto nella fortuna mediatica (un po’ meno nei sondaggi). Frutto di una convergenza “naturale” tra Sdi e Radicali, essa è riuscita a rinfrescare l’immagine un po’ logora dei primi e a rilanciare l’inventiva dei secondi, dopo la lunga stagione trascorsa nei paraggi del centrodestra. Un successo d’opinione - vedi la campagna-acquisti a spese dei Ds - costruito cavalcando la meritoria, sacrosanta battaglia per la laicità, privilegiando diritti civili come i Pacs, riproponendo la frontiera antiproibizionista: istanze condivise da una parte certo non piccola dell’elettorato di centrosinistra - e non solo.

Fino a qui, per dirla in due parole, un’operazione intelligente - e coerente. Ma poichè intelligenza e coerenza non bastano, da sole, a prendere i voti, la Rosa vi ha aggiunto un espediente tattico di grande furbizia: lo show di Emma Bonino, al tavolo dell’Unione, che ha sbattuto la porta e abbandonato i lavori accusando tutti di “cedimento” compromissorio, appunto sui Pacs e la laicità. Si badi bene.
La Rosa non ha rotto con l’Unione, non è stata neppure sfiorata dalla tentazione di andarsene davvero: ha fatto un classico coup de theatre teso a santificare di se stessa un’immagine autonoma, una fisionomia, in senso proprio “radicale”. Allo scopo di catturare i voti dei molti che vorrebbero dall’Unione, appunto, una “radicalità” più forte.

Tutto questo tende a far passare in secondo piano, o a far dimenticare - nei media e nell’immaginario - il profilo effettivo d’insieme della lista Pannella-Bonino-Boselli. Esso, politicamente parlando, è un profilo moderato, moderatissimo. Non lo diciamo certo per polemica, ma per completezza di informazione. Sulla politica internazionale, i radicalsocialisti hanno appoggiato la guerra, hanno avversato i grandi movimenti pacifisti, si sono configurati come il partito più filamericano e filoisraeliano che ci sia: su questo terreno, la sintonia con la Margherita di Rutelli, e con i centristi dell’Unione, è totale. E perchè, se no, Daniele Capezzone, il segretario radicale, sputerebbe sul programma internazionale dell’Unione? Sulla politica economica, per citare un’altra “quisquilia” politica, essi sono, in coerenza, iperliberisti, ipermonetaristi, iperdifensori del primato del mercato e della logica d’impresa: sognano insomma, come si è visto al tempo del referendum sull’articolo 18, una società modellata sugli Usa della rivoluzione conservatrice, con piena libertà di licenziamento (e “movimento”) e sindacati ridotti a tappetini.

Vogliamo dirla in sintesi? La Rosa nel pugno è la componente più avvertita della destra dell’Unione. Una destra laica e moderna, certo. Una destra “pulita”, con la quale sarà un piacere combattere insieme alcune battaglie di modernità - i Pacs, l’antiproibizinismo, la difesa della scuola pubblica - in una fase di incombente offensiva oscurantista. Ma una destra che cercherà per lo più di spostare la politica del governo Prodi nella direzione opposta a quella di una svolta vera sulle scelte generali: cioè la redistribuzione del reddito, il rilancio di salari, stipendi e pensioni, la riqualificazione dello Stato sociale, un fisco più equo, l’avvio di una nuova stagione d’intervento pubblico. Insomma, Pannella e Boselli hanno a che fare assai più col democristiano (e un o’ bigotto) Mastella che non con i movimenti di questi anni - con le speranze di sinistra.

Vogliamo dire, con tutto ciò, che la laicità è un optional? No di certo. In un’epoca così densa di pericoli regressivi - si pensi al “Manifesto” neoreazionario di Marcello Pera, una sorta di summa dell’integralismo cattolico e di un vero e proprio neoconfessionalismo - la laicità è un valore prioritario (purchè non si trasformi in una tenzone tra Laicisti e Cattolici, tra credenti e non credenti, la divisione in politica più sbagliata che ci sia). Ma di essa la Rosa non è nè il titolare unico, e nemmeno il supremo Guardiano. Se, nel prossimo parlamento e nella prossima fase politica, vogliamo davvero tentare di avanzare sul terreno dei diritti civili, non possiamo che cercare di costruire una maggioranza “trasversale” ai Poli e agli schieramenti.

Non è avvenuto così in tutte le scelte di modernizzazione del Paese, in tutti i passaggi-chiave, come per esempio quelli che hanno portato, tanti anni fa, ad approvare la legge sul divorzio e otto anni dopo quella sull’aborto? Non è stato trasversale il pur minoritario schieramento che ha tentato di abbattere per via referendaria la sciagurata legge 40così come quello sconfitto sull’amnistia? Naturalmente, non mettiamo in discussione il diritto di ciascuno di far perno su un’identità, la più marcata possibile, per ottenere il massimo consenso. Sarebbe bene, però, che questa legittima pratica uscisse dalla sfera della manovra furba - dell’immagine - e fosse ricondotta alla sua sostanza politica. Magari, alla politica tout court , un’arte più difficile, da sempre, della buona propaganda.

http://www.liberazione.it/commento.asp?tutto=1