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Lettera aperta a Sergio Cofferati

venerdì 28 aprile 2006

di Piero Sansonetti

Caro Sergio Cofferati,
ho letto la tua intervista al “Corriere”. Era molto lunga, ma si può sintetizzare in un paio di affermazioni. Prima affermazione: per me il rispetto della legge è un valore essenziale. Seconda affermazione: se la sinistra radicale insiste nelle sue critiche ai giudici io la sbatto fuori dalla giunta di Bologna.

La tua intervista viene dopo un bel numero di contrasti che hai avuto con la sinistra. Un anno fa, per via di alcuni sfratti di migranti, di certe tue dichiarazioni contro i lavavetri, di una politica repressiva nei confronti degli studenti; e oggi, per le critiche che la sinistra radicale ha rivolto a un magistrato, il quale aveva incriminato per sovversione (anzi, per eversione, cioè, più o meno, per tentato colpo di Stato) alcuni ragazzi che si erano autoridotti la tariffa della mensa universitaria.

Tu hai detto al “Corriere della Sera” che chi critica quei giudici è peggio di Berlusconi. Cioè - se capisco bene - hai sostenuto che contestare il reato di sovversione o di eversione (per un buono pasto da tre euro) è come depenalizzare il reato di falso in bilancio (reato che gli americani puniscono anche con l’ergastolo). Anzi, è peggio. Ammetterai che la tesi è ardita.

Siccome ci conosciamo da tanti anni, siccome per molto tempo hai rappresentato per molti di noi un punto di riferimento importante - di lotta, di impegno politico, di “resistenza” - siccome abbiamo la stessa età, e tutti e due veniamo dal ’68 e dal Pci, siccome ho un grande rispetto per la tua biografia e per la tua persona, per tutte queste ragioni, sebbene ormai - insieme a moltissimi altri compagni che ti vogliono bene e che ti hanno molto stimato - mi sento assai lontano dalle tue posizioni politiche, vorrei esporti alcune considerazioni che ho fatto in questi giorni a proposito della tua linea ultralegalitaria.

L’altra sera ho visto in Tv un film molto bello, del 1989, con Donald Sutherland e Marlon Brando. Parla di Soweto 1976, delle persecuzioni razziali e della rivolta. Sutherland è un professore bianco e ignaro di tutto, finché scopre che la polizia ha massacrato di botte, torturato e ucciso il figlio del suo giardiniere. Allora si indigna e va da Marlon Brando, vecchio avvocato dei diritti civili, ormai stanco, imbolsito, disincantato. Gli dice: “Avvocato, chiedo solo che la legge dia giustizia a quella povera gente”. Brando sorride, alza il dito e, bonariamente, ammonisce Sutherland: “Sappi, amico, che la legge e la giustizia sono solo lontane cugine. In tutto il mondo. In Sudafrica queste cugine si odiano... ”. Il film si chiama “Un’orrida stagione bianca” ed è prodotto da Hollywood, non da una piccola casa cinematografica delle pantere nere.

Dai retta, Cofferati, è così: non ti intestardire nell’idea che la legge e la giustizia coincidano. Non coincidono quasi mai, lo sanno anche gli americani. E il compito della politica è lottare per cambiare le leggi, per adeguarle, per migliorarle. Non è quello di piegarsi ossequiente.

Ci sono tanti modi per condurre queste lotte, uno di questi modi è la disobbedienza. E chi dice che la disobbedienza e la violenza sono la stessa cosa, lo capisci, dice una bestialità.
Vorrei raccontarti - anzi: ricordarti - alcuni episodi della storia politica della sinistra. Mi vengono in mente a caso.

Era il 1948, credo, quando, in piena notte, un maresciallo dei carabinieri bussò alla porta di un giovane dirigente sindacale, comunista, siciliano. Si chiamava Emanuele Macaluso, quel dirigente, e conviveva con una signora che poi gli diede dei figli. La signora era ancora sposata (sai: non esisteva il divorzio) con un primo marito. Il maresciallo disse a Macaluso, che gli apriva assonnato la porta: “Vestiti, ti devo arrestare”. E perché?, chiese Macaluso. “Porto in prigione te e la signora perché siete concubini e adulteri”, rispose il carabiniere. Era imbarazzato, visto che suo figlio era andato a scuola con Emanuele, ed erano amici. Ma la legge è legge - disse, un po’ come spesso dici anche tu - e lo spedì a “Malaspina”, credo che si chiamasse così, era il carcere di Caltanissetta. Macaluso si fece sei mesi in cella.

L’anno dopo un altro carabiniere andò a prendere a casa un altro sindacalista: Pio La Torre. Magari qualche lettore non lo conosce: Pio era un capo sindacale e poi un capo del Pci. Fu un dirigente nazionale importante nel Pci di Togliatti e Berlinguer. Poi, nel 1981, tornò in Sicilia per guidare le lotte contro l’istallazione dei missili nucleari a Comiso e le battaglie contro la mafia di Riina e Provenzano. La mafia non gliela perdonò, lo uccise a fucilate la mattina del 30 aprile 1982.

Un passo indietro. 1949, Pio La Torre ha vent’anni. Sindacalista. Guida l’occupazione delle terre incolte. I contadini vogliono che gli agrari mollino le terre, vogliono coltivarle. Hanno ragione, ma vanno contro la legge. Siamo sempre lì: e la legge è legge, non è così? Pio fu catturato dalla polizia, incriminato dai giudici, condannato: si fece sedici mesi in galera.

Luciana Castellina era una ragazza negli anni ’60, era sposata con un giovane deputato nonché direttore dell’“Unità”, Alfredo Reichlin, e aveva due bambini piccoli, una andava a scuola e l’altro all’asilo. L’arrestarono perché partecipava alle manifestazioni degli edili romani contro gli omicidi bianchi e per il contratto. Si fece parecchi mesi in carcere, credo a Rebibbia, Alfredo l’andava a trovare una volta a settimana e le portava i disegni dei bambini.

Pietro Valpreda invece era un ballerino anarchico e credo che fu messo in mezzo da una congiura. Non si è mai saputo chi orchestrò questa congiura, che tra l’altro costò la vita al suo amico Pino Pinelli. La polizia di Milano li accusò per la strage di piazza Fontana (16 morti più Pinelli) sapendo benissimo che loro non c’entravano. La magistratura diede retta. Valpreda, tre anni dopo l’arresto, era ancora dentro, anche se tutt’Italia sapeva benissimo che era innocente. Tutt’Italia, meno i giudici. Lo sai, Cofferati, è così: la legge è legge. Alla fine si mosse il Parlamento e fece una legge nuova, apposta per fare uscire di prigione Valpreda con uno stratagemma: pose un limite alla carcerazione preventiva (mai legge ad personam fu più sacrosanta ed “erga omnes” di quella, non è così?).

Poi mi ricordo di Berlinguer. Ricordi bene anche tu. Quella lotta terribile alla Fiat, contro una delle più grandi strette reazionarie organizzate insieme dal potere economico e dal potere politico italiano. Il Pci si oppose strenuamente. Capì che se passava quell’operazione della grande borghesia - guidata dagli Agnelli e da Romiti - i rapporti di forza tra capitale e lavoro non sarebbero mai più stati come prima. L’operazione passò, e ancora adesso ne paghiamo le conseguenze. Ma Enrico Berlinguer andò davanti alla Fiat e disse che se gli operai avessero occupato la fabbrica il Pci li avrebbe appoggiati. Successe un putiferio, ma Berlinguer aveva ragione. Capisci, Cofferati, ricordi? Occupare la Fiat era una azione assai più illegale che pagare un euro e mezzo anziché cinque il buono mensa! Non ti pare? E quello era Berlinguer, il capo del più importante partito comunista d’occidente, l’uomo del compromesso storico, della lotta al terrorismo, dei sacrifici, dell’austerità e della solidarietà nazionale. Non disse: la legge è legge. Disse: la lotta è lotta. Era Berlinguer, non era Luca Casarini...

Qual è il problema? E’ semplicissimo. Noi veniamo da un quindicennio nel quale la vita pubblica è stata regolata solo da due poteri e dalla lotta tra loro: il potere esecutivo (cioè il governo) e il potere giudiziario (cioè la magistratura). Tutto il resto è scomparso: il parlamento, i partiti, la lotta politica. C’è stato solo un momento, nel quale questa pessima spirale si è spezzata: il triennio rosso 2001-2003. E tu, se non ricordo male, in quel triennio hai avuto un ruolo fondamentale. I movimenti hanno fatto irruzione sulla scena politica e per qualche anno sono riusciti a neutralizzare quel funesto “duopolio” del potere.

Ora il nostro problema - quando dico nostro intendo dire soprattutto di noi sinistra, ma non solo - non è quello di riaffermare la supremazia della magistratura sul governo o viceversa: il nostro problema è quello di riattivare la politica, di ridare un ruolo al Parlamento, ai partiti politici, ai movimenti, alle associazioni, alla società civile. E di ridurre lo strapotere del governo e dei giudici. Se rinunciamo a questo, e ci facciamo prendere anche noi nella tenaglia Berlusconi-magistrati, siamo rovinati, diventiamo subalterni a uno dei due poteri o forse a tutti e due: siamo sconfitti.

Vedi, Cofferati, solo questo vorrei che tu prendessi in considerazione: l’idea che al primo posto sta la ripresa della politica e tutto il resto viene dopo. Se resti ingabbiato nella tua posizione legalista, che sostiene che la legge è al primo posto e i magistrati non si criticano, e tutto il resto viene dopo, fai un errore enorme. Non solo perché appari quasi più un tutore dell’ordine che un amministratore, ma perché ti tagli fuori dalla politica, resti isolato, senza strumenti, escluso dalla tua stessa storia.

Tutto qui. Forse puoi anche mettere Rifondazione e i verdi fuori dalla giunta di Bologna. Rifondazione e Verdi troveranno il modo per condurre lo stesso le loro battaglia politiche, tu non più. Ti accorgeresti all’improvviso di avere trovato la più grande e forse unica vera sconfitta della tua vita.

http://www.liberazione.it/giornale/060427/default.asp


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