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Lula, Prodi e i trotzkisti

venerdì 2 marzo 2007

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di Franco Ferrari

La decisione del Senatore Franco Turigliatto di differenziarsi dalla posizione del PRC nel voto sulla mozione di sostegno alla politica estera del governo è stata spesso commentata sotto l’angolo del problema di coscienza individuale, oscurando così il progetto politico che la sottende.

Turigliatto, come il deputato Salvatore Cannavò, è da lungo tempo un esponente di primo piano della sezione italiana della Quarta Internazionale, la principale delle numerosi correnti trotzkiste nota nel gergo dei seguaci di Trotzki come “Segretariato Unificato”.

Non si può quindi comprendere interamente la scelta di Turigliatto di entrare in rotta di collisione con il Partito nelle cui liste è stato eletto, senza inquadrarla nelle scelte che la stessa organizzazione internazionale ha assunto in altri Paesi nei quali dispone di un seguito significativo (pur nelle dimensione comunque ridotte dell’estrema sinistra). Per questo occorre fare qualche passo indietro e partire dal Brasile.

Poco tempo dopo le elezioni che hanno visto l’arrivo al potere di Lula e del Partito dei Lavoratori (PT), si è aperto uno scontro interno fra una parte della sinistra interna e la maggioranza sulle scelte compiute dal governo di sinistra, accusato di avere tradito le aspettative degli elettori. Se le critiche delle componenti di sinistra del PT erano piuttosto diffuse solo un piccolo gruppo di parlamentari ha spinto il dissenso fino a votare contro la riforma delle pensioni dei funzionari pubblici sostenuta da Lula. Tra questi alcuni componenti della corrente interna al PT che fa capo alla Quarta Internazionale, guidata dalla popolare senatrice Heloisa Helena.

Di fronte al voto di questi parlamentari contrario alla politica del governo, il PT ne ha deciso l’esclusione, ritenendo incompatibile la loro permanenza nel partito, che pure si è sempre caratterizzato per un elevato grado di pluralismo e democrazia interna. La Quarta Internazionale aveva avviato una polemica contro l’esclusione, tra l’altro con un appello internazionale sottoscritto da alcuni noti intellettuali, tra cui Noam Chomsky e Ken Loach (analogamente a quanto accaduto in questi giorni con il “caso Turigliatto”). Questa raccolta di firme (circa un migliaio) era partita da Socialist Resistance, la piccola sezione inglese dell’organizzazione trotskista.

Il responsabile internazionale del PT, Paulo Delgado, si prese la briga di scrivere una risposta indirizzata al Dott. Noam Chomsky in quanto il più illustre dei firmatari dell’appello contro l’esclusione di Heloisa Helena. Fra le altre cose scriveva Delgado che “per essere tolleranti è necessario sapere che cosa è intollerabile”. Il dirigente petista rivendicava legittimamente il fatto che nel PT esiste la più larga di espressione, ma che questo partito è “orgoglioso della sua democrazia interna come della sua unità d’azione”.

Ricordava che in diverse occasioni precedenti quando parlamentari del PT avevano votato in modo difforme sulla questione del governo questi erano stati esclusi. “La libertà in partiti democratici come i nostri –scriveva Delgado - significa condividere e accettare collettivamente dei limiti”. Per il PT era malizioso e infamante “cercare di confondere il funzionamento di un partito democratico e trasparente con l’ambiente politico esistente sotto una dittatura”. Inoltre precisava Delgado “è naturale che chi condivide la nostra politica resti nel partito. Ed è altrettanto naturale che, in un paese guidato dal PT, chiunque abbia il diritto di creare il proprio partito. Ma non è leale restare nel PT per combatterlo sistematicamente dall’interno, proclamando di essere i guardiani delle genuine virtù del PT.” In sostanza, scriveva il dirigente del Partito dei Lavoratori, i parlamentari minacciati di espulsione (e poi effettivamente espulsi) cercavano di presentarsi come vittime, “quando in realtà essi hanno commesso un atto di aggressione rompendo l’unità interna, benché essi avessero ogni diritto di esprimere le loro opinioni all’interno e all’esterno del partito, come stavano facendo. Essi preferiscono esercitare una opposizione sleale e miope alle politiche del governo del PT”.

La corrente del PT facente capo alla Quarta Internazionale si divise profondamente sulla questione del governo. La maggioranza, attorno a Raul Pont, Miguel Rossetto e Joaquim Soriano è rimasta nel PT per continuare la propria battaglia per correggere gli aspetti non condivisi della politica di Lula. La minoranza ha deciso di formare un nuovo partito con altri gruppi trotskisti, che alle recenti elezioni presidenziali e legislative ha deciso di non sostenere Lula contro la destra nemmeno al secondo turno. Una scelta considerata settaria anche da una parte degli stessi militanti fuoriusciti dal PT.

La Quarta Internazionale è intervenuta a sostegno dei fuoriusciti, suscitando la protesta della maggioranza dei propri seguaci brasiliani che l’hanno accusata, attraverso un articolo di Joaquim Soriano, pubblicato su Inprecor, di mettere al centro l’attacco al PT e al governo di Lula anziché ad una destra brasiliana ancora molto potente. La corrente del PT, Democrazia Socialista, che ha sempre organizzato i militanti della Quarta Internazionale in Brasile, ha contestato l’idea sostenuta dal centro parigino secondo cui il governo Lula sarebbe neoliberista, rappresenterebbe gli interessi del capitale finanziario, ecc.

Il giudizio dato dalla Quarta Internazionale sul governo Prodi non è molto diverso da quello liquidatorio rivolto al partito di Lula. Come sintetizza un testo di un esponente di Sinistra Critica pubblicato sul sito dei giovani trotskisti francesi, in politica estera il governo dell’Unione ha “rilanciato il ruolo imperialista dell’Italia” . Per quanto riguarda i parlamentari di Sinistra Critica si precisava già prima del recente non voto di Turigliatto in Senato, che essi applicano “una tattica per rilanciare la mobilitazione, indebolendo il Governo, e dando appuntamento al movimento, per cercare di dimostrare ad una scala di massa la natura liberale e pro-imperialista del governo Prodi”.

E’ evidente che questo progetto politico non può che essere conflittuale con la politica del PRC che fa parte del Governo “pro-imperialista” e per questo è stata assunta la decisione di trasformare la tendenza “Sinistra Critica” in “associazione/frazione pubblica, alfine di dotarsi degli strumenti politico-organizzativi di cui abbiamo bisogno per costruire le lotte indipendentemente dalla linea del PRC, per difendere le nostre posizioni in maniera conseguente, soprattutto nelle prossime scadenze parlamentari sul bilancio e l’Afghanistan ed anche per affrontare le minacce di esclusione”.

La collocazione di Turigliatto va quindi inserita in un cambio di strategia della sezione italiana della Quarta Internazionale, verso un profilo sempre più autonomo e conflittuale nei confronti del PRC, di cui aveva già parlato il deputato trotskista Salvatore Cannavò nel corso dell’Università d’estate della LCR francese diversi mesi fa. Se la scelta di andare allo scontro con il PRC era già stata presa, risultava meno chiaro anche a qualche trotzkista d’oltralpe quale fosse il passo successivo, se non quello di dar vita ad un altro partitino trotzkista da affiancare a quelli già esistenti di Ferrando e di Ricci.

*Franco Ferrari è autore della tesi di laurea “Ottobre addio? Le correnti trotzkiste internazionali dalla rivoluzione cubana al movimento no-global”

Messaggi

  • Tutti trotzkisti?

    Sono amareggiata dall’allontanamento per due anni di Turigliatto da Rifondazione.

    Ecco su questioni come l’Iraq, la Palestina, l’Afghanistan non si puo’ fare, dire e votare cose diverse. Non si puo’ marciare il giorno prima contro tutte le guerre e il giorno dopo dichiarare fedeltà alla Nato e inviare le truppe in Afghanistan.

    Prendo a prestito una frase e dico che "Ribellarsi è giusto e disobbedire è un dovere!"
    Ci vuole coerenza!

    Chi è in Senato non puo’ votare di tutto con il continuo spauracchio di Berlusconi che torna!

    Certo il ritorno di Berlusconi è un pericolo reale ma anche l’allontanamento di chi è al governo con il paese reale, con le donne e gli uomini che erano a Vicenza contro la base è un pericolo reale.

    A Vicenza ho notato che quasi tutti i pezzi del corteo si caratterizzavano oltre che per il loro NO alla base anche per altri NO, quell contro la TAV, quello per l’acqua come bene comune, quello contro mille altri progetti che cercano di passare in questi mesi oltre che prima con il governo Berlusconi.

    E’ stato un dire: ci siamo, siamo qui ora, ma rivendichiamo tutte le lotte che in questi mesi hanno visto il paese in piazza e il palazzo dire altro.

    Allora non ce la si puo’ cavare con la storia dei gruppi trotzikisti per altro minoritari in tutti i paesi citati. E no!! Non c’erano solo i trotzkisti a Vicenza.

    C’era anche la Sinistra Critica certo ma c’era forte la nostra CRITICA ALLA SINISTRA AL GOVERNO, c’era quel popolo di sinistra che il giorno dopo si è sentito dire da Prodi e D’Alema "Noi andremo avanti" e che ha sentito queste parole bruciare sulla propria pelle.

    E le parole di quei 200.000 e di altre e altri ancora dove sono arrivate, da chi sono state ascoltate, in che cosa si sono tradotte?

    Chi tra noi puo’ davvero parlare di "tradimento"?

    mariangela

  • Non mi sembra, Mariangela, che questo Governo abbia "inviato truppe in Afghanistan". Semmai si è rifiutato di farlo, nonostante quella fosse la richiesta degli USA. Io credo abbia rifiutato proprio perchè in questo governo c’è la posizione politica, che trovo molto coerente, di Rifondazione.
    Turigliatto, con il suo voto "coscienzioso", poteva determinare esattamente l’ opposto di ciò che chiedeva la manifestazione di Vicenza: un governo senza il PRC avrebbe meno problemi a inviare rinforzi e armi a Kabul.

    Egalité

    • E così, per non vedere la crisi di rappresentanza tra tutto il centrosinistra e i suoi elettori ( segnalata persino dai sondaggi di Repubblica) e il complotto, questo sì evidente, Usa-Vaticano-Confindustria dietro la crisi-lampo del governo Prodi, ci si inventa il "complotto trotzkista" internazionale ....

      Convinti voi ....

      K.

    • Non mi pare che Ferrari parli di complotto ma, piu’ semplicemente, di linea politica. Dunque basterebbe rispondere se corrisponde o no alla realta’. E, se per avventura dovesse corrispondere, dire se si e’ d’accordo o non lo si e’.
      Romeo

  • Ma quale autogol, la crisi è di rappresentanza

    (da “Il Manifesto” del 4 marzo 2007)

    La grande paura è passata. Il governo ha ritrovato la maggioranza grazie al riconoscimento agli integralisti cattolici del diritto di veto sui diritti civili e alla negazione della libertà di coscienza sulla guerra per tutti gli altri; e anche grazie al fatto che i due parlamentari dissidenti hanno votato la fiducia pur restando in dissenso, facendo quindi l’opposto di Rifondazione comunista nel 1998.

    Secondo l’opinione largamente prevalente a sinistra, c’è stato un autogol, una ventata di follia dovuta a quella che il teorico di Blair, Anthony Giddens, ha su La Repubblica sintetizzato come l’incapacità di alcune persone della sinistra tradizionale di accettare le responsabilità di governo. Purtroppo anche Rossana Rossanda un po’ accetta questa tesi, che a me sembra assolutamente priva di fondamenta. La crisi di governo è invece dovuta alla crisi di rappresentanza delle forze fondamentali che compongono la coalizione di centro sinistra.

    Ci si rimprovera che è sciocco pensare che questa coalizione possa essere più a sinistra dei suoi equilibri formali. Ma sono convinto che una consultazione tra gli elettori, sulla guerra, sulla precarietà e sulle pensioni, darebbe risposte ben più a sinistra degli attuali equilibri di governo.

    Infatti, il 7 di dicembre gli operai di Mirafiori hanno contestato sindacati e governo. Lo hanno fatto quando, secondo il dibattito accreditato ufficialmente, era in vigore la fase uno, con il predominio delle istanze della sinistra estrema e dei sindacati. E’ quel successo radicale che è stato fischiato.

    Con Marco Revelli abbiamo scritto che Vicenza segnava uno spartiacque. Qui non si trattava infatti di ascoltare un movimento pacifista globale, ma di dare una risposta positiva a una città che per la prima volta si spostava su posizioni alternative al blocco sociale e culturale della destra. Un no alla base non avrebbe messo in crisi nessuna alleanza o impegno internazionale. Invece c’è stato il no del Presidente del Consiglio. Successivamente la maggioranza di governo si è divisa, tra i veleni, sulla partecipazione alla manifestazione, salvo poi ignorarla in Parlamento per non litigare.

    Si potrebbe andare avanti ancora nell’elencare l’incapacità di questo governo di misurarsi con movimenti che certo non sono tutto, ma che pure sono un elemento decisivo del consenso. Ma conviene andare alla domanda di fondo: c’era un’alternativa possibile? Secondo me sì.

    Nello schieramento politico e sociale che ha sconfitto Berlusconi c’erano sin dall’inizio due posizioni, quella riformista e quella che oggi viene definita radicale, ma che a me pare si fondasse sul rifiuto netto della guerra e del liberismo in tutte le loro forme. Si è pensato di risolvere questa diversità di fondo con un patto di vertice e con un programma di 300 pagine, anziché definire alcuni punti fondamentali (meno di 12) e lasciare sul resto spazio alla trasparenza della dialettica e del confronto nel Parlamento e nel paese. Se un parlamentare non vuole l’intervento in l’Afghanistan e non se la sente di votare con Berlusconi e Fini il rifinanziamento della missione militare, non si può accusarlo stalinisticamente di volere il ritorno della destra al governo.

    E chi respinge i tagli sulle pensioni e chiede al sindacato di scioperare per fermarli, non può subire la stessa accusa, quasi che gli equilibri del Senato fossero estesi a tutta la società.

    Si può ben dire di lotta e di governo, ma proprio questa politica è platealmente fallita. Quando si raccoglie la critica sia di chi dice “lasciate stare Prodi”, sia di chi dice “con Prodi non contate nulla”, o si considera il tutto un complotto di Vaticano, padroni e troskisti, oppure c’è qualcosa d’errato nell’impianto delle scelte politiche.

    Che fare, allora? Augurarsi la fine di questo governo, secondo il cliché che viene attribuito a tutti coloro che sono scontenti da sinistra? No, però neppure accettare il voto di fiducia permanente. Non so suggerire nulla a gruppi dirigenti di partito che mi paiono oggi chiusi in se stessi, paralizzati dalla paura e intenti solo a ricercare alchimie di vertice nel partito democratico da un lato, nella sinistra alternativa dall’altro. I movimenti, invece, possono usare questa fase per conquistare maturità. Vedo così la proposta di Luca Casarini di trovare sedi ove tutti si possa cominciare a discutere, partendo dalla realtà dei conflitti. Anche nei movimenti la doppiezza a un certo punto paralizza.

    Da un lato a Vicenza in 200.000 dietro lo striscione “Prodi vergogna”, dall’altro l’angoscia per la caduta del governo.

    E’ una contraddizione reale, anche se magari non riguarda le stesse persone.

    E la si affronta solo partendo dalla piena affermazione della totale indipendenza dei movimenti dal quadro politico.

    Piuttosto che crisi tra i partiti, quella che viviamo è una crisi tra la politica e i cittadini, tra rappresentanti e rappresentati.

    E governabilità e decisionismo sono solo un aggravamento del male, da destra come da sinistra.

    Non si ricostruisce la sinistra senza ricostruire la politica su nuove basi democratiche.

    Giorgio Cremaschi (Segreteria Nazionale FIOM/CGIL)