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MUR

lunedì 15 novembre 2004

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di Enrico Campofreda

Cinquecento chilometri lungo, cinquanta largo. Ferro e cemento a blocchi, filo
spinato e alta tensione elettrica. Dune di sabbia e sentinelle armate. Duemilionididollari
a chilometro: è il muro che il governo Sharon, col benestare della maggioranza
degli israeliani, sta costruendo da due anni. Dovrebbe terminarlo fra altri due
imprigionando il suo popolo oltreché i palestinesi. Simone Bitton, regista marocchina
e cittadina d’Israele (è stata soldato nella guerra del Kippur) su questa piaga
ha realizzato un toccante lungometraggio presentato nella sezione “Un certain
regard” del Festival di Cannes 2004. L’ha fatto non solo per ragioni politiche
ma per questioni di cuore, quando il suo l’ha sentito tranciato dall’avvilente
spettacolo dell’innalzamento del muro.

La Bitton è fra chi sostiene che Ebrei e Arabi possono vivere in pace, perché i due popoli si somigliano “come finiscono per somigliarsi carcerieri e prigionieri. Nulla mi tocca maggiormente che prendere un ebreo per un arabo” dice.
E questa posizione, che a tanti osservatori politici potrebbe apparire folle, raccoglie minor follìa d’uno strumento di carcerazione per due popoli.

“Amiamo talmente questa terra che in essa c’imprigioniamo” afferma un israeliano nel filmato, quest’assurda verità testimonia lo spirito con cui lo stao d’Israele, sull’onda della paura, sta ghettizzando se stesso. Il popolo che attraversò i mari per fuggire dalla schiavitù e dal ghetto si sta chiudendo dietro a un muro. Differentemente da quanto sostiene il generale Amos Yaron (vicino da anni a Sharon tanto da essere stato messo con lui sotto inchiesta per i massacri di Sabra e Shatila) e ora responsabile per il Ministero della Difesa dei lavori, il muro non difenderà gli ebrei dagli attentati terroristici: basta guardarne la struttura per comprende come fra i derelitti palestinesi imprigionati esso farà nascere migliaia di vocazioni kamikaze.
Nel filmato sono eloquenti le inquadrature degli orizzonti naturali, ancor prima degli sguardi e dei silenzi dei protagonisti. Lo skyline è continuamente interrotto, celato, coperto dai blocchi di cemento tantoché lo si dipinge: chi non ne può più di non vedere gli ulivi nascosti li riproduce sul muro. Ma spesso per fare posto al muro ulivi e case spariscono abbattuti dalla penna divisoria di Yaron, che traccia lo sviluppo della “barriera di sicurezza” direttamente sulla carta geografica, senza curarsi dello scempio che nella realtà i bulldozer producono sul paesaggio e le vite di chi subisce la ‘cura del muro’.

Un muro che divide strade, case, famiglie addirittura peggio del famigerato e cupo Muro di Berlino. Ed è incredibile come le democrazie occidentali liberali e postkennediane, che giustamente si schierarono contro quel simbolo di divisione d’un popolo voluto dal blocco sovietico, ora tacciono o guardano altrove.
Accanto all’afasia attonita di tanti palestinesi che ogni giorno sono costretti a subire le forche caudine del passaggio dei ceck-point, coi soldati con la stella di David nervosi e aggressivi al pensiero di possibili attentati, la barriera ostacola i movimenti della stessa gente d’Israele. Anch’essa è costretta a passaggi forzati solo in taluni ingressi riservati solo a loro.
Mentre i palestinesi vivono la beffa di vedersi costruire la muraglia da una forza lavoro totalmente araba. Tutti gli operai edili utilizzati provengono da paesi islamici perché costituiscono manodopera a basso costo. Alcuni vivono in Cisgiordania e si edificano la propria galera per sfamare famiglie numerosissime. Nel filmato, pur rispondendo alla regista, chiedono di non essere inquadrati per non incappare in eventuali punizioni dell’Olp.

E’ l’immagine della disperazione cui è giunto un conflitto che le superpotenze hanno abbandonato a se stesso. Gli States perché pressati dalle lobbies economiche degli ebrei d’America, i nuovi potentati arabi filo-americani perché al di là di proclami teorici non sono interessati affatto a sostenere il diritto d’una nazione palestinese.
Eppure la follìa dello sterminio dell’uno sull’altro sostenuta dai falchi d’Israele e dall’Hamas islamica non ha futuro. Le due popolazioni non potranno annientarsi, saranno costrette alla convivenza, ma per farlo dovranno armarsi di buona volontà più che di kalashnikov e carri. Dovranno abbattere i muri e non costruirli anche perché - come mostrano le inquadrature finali del documentario - ogni ostacolo si supera. Il popolo è pragmatico, vola oltre ogni barriera col corpo oltreché con la mente.
Il bel lavoro della Bitton è un monito all’ottusità di chi cerca nuovi ghetti e serve ad aprire gli occhi a un’opinione pubblica sempre più narcotizzata dal virtuale e insensibile ai drammi veri.

Regia: Simone Bitton
Soggetto e sceneggiatura: Simone Bitton
Direttore della fotografia: Jaques Bouquin
Montaggio: Catherine Poitevin-Meyer, Jean-Michel Perez
Interpreti principali: la popolazione israeliana e palestinese a ridosso del muro
Suono e mixage: Jean-Claude Brisson
Produzione: Arna, Centre National de la Cinématographie, TV5
Origine: Francia-Israele
Durata: 100’
Info Internet: www.filmsduparadoxe.com