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Mi ricordo Milano, quel 12 dicembre

martedì 14 dicembre 2004

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de Mario Capanna

Aripensarci bene, trentacinque anni dopo, c’è da indignarsi ancora di più. La
bomba - la strage - di Piazza Fontana non doveva solo fermare le lotte, spezzare
e ricacciare indietro il grande rinnovamento in corso, doveva anche servire a
manomettere la democrazia in Italia: queste erano le intenzioni.

Il contesto: il Sessantotto, alla fine dell’anno, è già stato in pratica normalizzato
ovunque; l’Italia fa eccezione: da noi le lotte proseguono, si dilatano in intensità e
capillarità; l’autunno caldo del 1969 è un insuperato crogiolo di energie - operaie,
sindacali, studentesche, intellettuali - che si collegano, scavano e costruiscono
ovunque, strappano risultati: non sarebbe pensabile, ad esempio, lo Statuto dei
diritti dei lavoratori, che diviene legge nel gennaio 1970, senza lo straordinario
biennio ’68-’69.

La bomba costituisce l’acme della strategia restauratrice. Già da mesi nutrita di aggressioni poliziesche, fasciste, arresti, migliaia di denunciati.

Ovvio che la "lezione" debba partire da Milano, punto cruciale della trasformazione. Ne abbiamo avuto un assaggio meno di un mese prima, il 19 novembre, giorno di sciopero generale nazionale di 24 ore per la casa.

All’uscita dall’assemblea al Teatro Lirico, in via Larga, a due passi dalla Università Statale, nascono scontri fra lavoratori e polizia e muore l’agente Antonio Annarumma.

Sebbene non siano mai state appurate le vere cause del decesso - colpito da un tubolare lanciato dai manifestanti o ha battuto violentemente la testa quando la jeep che guidava è andata a sbattere? - la sera stessa il presidente della Repubblica, Saragat, in un telegramma parla di "barbaro assassinio".

Gravissimo: senza prove, i responsabili vengono indicati fra gli studenti e gli scioperanti.

Se decido di andare ai funerali dell’agente, subendo il linciaggio dei fascisti, è perché la montatura è vergognosa, e voglio testimoniare l’innocenza di tutti noi impegnati nelle lotte alla luce del sole.

Segue a pagina 27

Segue dalla prima pagina
Ricordo questo per dire che la bomba non è un fulmine che viene a cielo sereno.

Sulla terribile dirompenza della strage, la drammaticità dei giorni e delle settimane successive, sulla oscena tessitura di Stato - - arresto dell’innocente Pietro Valpreda e defenestramento in Questura dell’innocente Pino Pinelli - finalizzata ad accreditare la matrice "di sinistra" dell’attentato, ho scritto dettagliatamente altrove, e riterrei disdicevole ripetermi. (Chi voglia approfondire, per sana coltivazione della memoria storica, può consultare Formidabili quegli anni e Lettera a mio figlio sul Sessantotto - Rizzoli).

Mi paiono più utili, adesso, alcune riflessioni sul dopo - sulle conseguenze.

L’eccidio, come si sa, è ricordato nella coscienza del nostro popolo come strage di Stato: che dopo 35 anni siamo nella condizione di non poter conoscere precisamente esecutori, mandanti, protettori, costituisce una macchia indelebile nella democrazia del nostro Paese.

All’indomani della strage il contraccolpo fu tale che le grandi organizzazioni (politiche e sindacali) della sinistra rimasero come paralizzate, incapaci di reagire. Resta emblematico il "sia fatta luce" proclamato da l’Unità, organo del Pci, il giorno dopo la carneficina, come a dire che nessuna matrice potesse essere esclusa.

E’ in quel clima, e sotto la campagna martellante dei poteri dominanti - con le libertà democratiche praticamente sospese - che gli studenti scrivono la loro pagina forse più alta, organizzando la controffensiva politica di massa, con cui la Milano popolare e democratica - e un minuto dopo tutto il Paese - si dà il colpo di reni, con le grandi manifestazioni del gennaio 1970, prima represse e svoltesi lo stesso, poi libere e vincenti sul piano della verità: "Valpreda è innocente", "la strage è di Stato".

Ne viene, credo, una lezione utile e vera sempre: quando il potere insidia i diritti basilari dei cittadini, la democrazia va difesa con maggiore democrazia, ovvero portando al livello massimo possibile la partecipazione diretta come sua anima vitale.

Che quella spinta sia stata, di lì a poco, incapsulata nella deriva del "compromesso storico", è fattore non secondario della crisi della sinistra, che comincia a precipitare non casualmente a partire dagli anni Settanta.

Piazza Fontana è una rottura della storia, perché incardina il terrorismo nella lotta politica. Quasi nulla, dopo, è come prima. Il Paese viene flagellato da tre forme concomitanti di terrorismo: quello di Stato, quello di sinistra, quello di destra.

Per quanto riguarda il terrorismo di sinistra (Brigate rosse e simili): è verità storica che, prima del 12 dicembre ’69, nessuno nei movimenti si sia mai organizzato per uccidere. E’ solo dopo che alcuni assumono un atteggiamento simmetrico a quello dello Stato.

Ed è precisamente per questo che il terrorismo è la negazione non riuscita del Sessantotto: come la storia ha dimostrato, l’agguato dietro l’angolo, l’eliminazione fisica dell’avversario - a parte i problemi etici - non potranno avere mai la stessa presa della lotta alla luce del sole, a viso aperto, su obiettivi condivisi di trasformazione e rinnovamento.

La strage di Milano dà inizio alla strategia della tensione, il serio tentativo delle forze dominanti e di significativi settori degli apparati istituzionali di riguadagnare terreno attraverso l’illegalità e in forma eversiva. Con altre stragi (Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna e oltre), con veri e propri tentativi di colpi di stato, come quello operato nel dicembre 1970 da Junio Valerio Borghese, presentato poi come una operetta solo perché non riuscito.

E il primo anniversario della strage viene "celebrato", sempre a Milano, con l’assassinio, da parte della polizia, dello studente Saverio Saltarelli.

Il golpe dei colonnelli si realizza in Grecia nell’aprile ’67, quello di Pinochet in Cile nel settembre ’73, ambedue sotto diretta regia americana.

Non è retorico affermare che in Italia le cose sono andate diversamente perché milioni di donne, di uomini, di giovani presero in mano il loro destino e quello del Paese.

A riprova che la democrazia non viene mai dal cielo, non può limitarsi alla delega, e che la "libertà è partecipazione", come non si stancava di cantare il mio amico Giorgio Gaber.

http://www.liberazione.it/giornale/041212/R_PEZZO.asp