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Migliaia di lavoratori a Strasburgo contro la Bolkestein e la Koalition

mercoledì 15 febbraio 2006

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di Andrea Milluzzi

Scende in piazza il fronte anti-Bolkestein ed è grande, grandissimo. Sono in tanti ad affollare le strade e i ponti di Strasburgo, almeno il doppio dei 25mila annunciati. E il colpo d’occhio che offre la città probabilmente non ha precedenti.

Non te ne accorgi subito, non quando arrivi davanti alla stazione, al concentramento. E’ tutto uno sventolare delle bandiere arancioni della Cgt, ma pensi che è naturale, d’altronde siamo a casa loro. Poi urti un “colosso” di due metri per due che ti stampa un sorrisone sotto il cappellino nero con il triangolo della Ig Metall.

Eccoli, i metalmeccanici tedeschi. Un fiume in piena, in tutti i sensi. Ancora poche centinaia di metri e spuntano gli iscritti alle altre 4 sigle sindacali francesi, compresa la Fesal (sindacato di base) che raramente si trova in piazza con gli altri. Per capire che l’impressione iniziale è sbagliata è solo questione di curve.

Al primo rettilineo si apre una platea colorata e poliglotta, fischi, tamburi, striscioni, sound system, camioncini, bande che suonano, bande che suonano sopra i camioncini. E le facce. Giovani, anziane, barbute, femminili, bianche, nere, anche sbronze. C’è tutto, a Strasburgo.

Tutto tranne una cosa: la convinzione di essere fuori pericolo. Hai voglia a dire che grazie al compromesso raggiunto fra popolari e socialisti (e che domani sarà votato in plenaria) la Bolkestein non è più quel mostro da perderci il sonno. Prova a dirlo, a quei lavoratori, che senza il principio del paese d’origine il dumping sociale è stato sbattuto fuori. Non è che non ci credono. E’ che hanno un’altra idea d’Europa, che al centro non abbia il mercato, ma lo stato sociale.

E lo pensano sia che vengano dalla Francia che dalla Polonia. La favola dell’idraulico polacco che arriva e ruba il posto non sta in piedi, il punto è molto più importante: regole e salari uguali per tutti. Lo dice chiaramente lo striscione d’apertura: “Servizi per il popolo, è tempo di cambiare la direttiva”, lo ribadiscono le decine di suoi simili che sfilano passo dopo passo. Ce ne è uno che celebra, con tanto di teschio e bara la morte dell’Europa sociale, un altro che si chiede “Quo vadis, Bolketstein? ”.

I paralleli con Frankestein non si contano, le esortazioni ai membri del vicino parlamento europeo nemmeno, da “Fuori la scuola dalla direttiva”, a “Stop him, social killer” ad un più generico ma non meno efficace “Rispettate le leggi sul lavoro”.

C’è un’altra frase che gira e che viene ripetuta pari pari da ben tre intervistati diversi: “Non vogliamo diventare l’America”, dove ognuno fa per sè e dio per tutti. Questa è la Bolkestein: lasciare libere le mani delle imprese, sperando che si comportino responsabilmente. Ma il principio del paese d’origine non c’è più e gli Stati membri possono comunque porre dei paletti. Vero, ma non sufficiente: «Non è accettabile che i il sistema sociale europeo venga associato ad una direttiva come la Bolkestein - spiega fra una sigaretta e l’altra il portavoce dell’Acv, la sigla che racchiude i trasporti e le comunicazioni, «il più grande sindacato del Belgio» (tiene a precisare), che colora di verde 30 metri buoni del corteo - ci sono cose che non possono essere vendute, come la sanità e l’istruzione.

Se vogliono privatizzare i servizi lo facciano pure, ma solo in singoli punti e i profitti devono andare alla gente, non solo al business». Restiamo in zona, con gli orange olandesi della Fnw, ancora industria: «Qua ci parlano di socialismo, ma il socialismo dov’è?

Ci sono un sacco di persone che non hanno da mangiare e loro pensano a privatizzare i servizi - dice una signora stretta nella sua giacca a vento che poi non risparmia un attacco al suo governo - hanno scritto una lettera alla Commissione (con Spagna, Inghilterra, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, ndr) per salvare la direttiva perché non ascoltano il sentire comune. Ma dovrebbero iniziare a farlo». Fra le categorie in corteo, oltre ai metalmeccanici spiccano gli insegnanti.

Ci sono due “grupponi”: quello tutto bianco dei polacchi di Solidarnosc e quello variopinto dei portoghesi del Sutp. I primi che si smarcano «per noi il compromesso raggiunto è buono e credo che per la Polonia la liberalizzazione dei servizi sia una cosa necessaria» ma a certe condizioni: «ovviamente noi non siamo interessati ad andare negli altri Paesi ad insegnare, noi vogliamo continuare ad avere un’istruzione libera come è adesso.

Ma più in generale crediamo che l’obiettivo debba essere una parificazione dei salari e delle condizioni di lavoro in tutta Europa per mantenere un’alta qualità dei servizi offerti ai cittadini»; i secondi che vanno giù più decisi: «E’ una direttiva che distrugge l’occupazione, l’hanno migliorata ma non è abbastanza, deve essere molto più chiara e ci devono essere clausole più approfondite. In nome della libertà di movimento non possono mascherare i rischi di dumping sociale».

Guarda un po’, c’è anche il Ver. di., il sindacato della funzione pubblica tedesca da una settimana sta paralizzando gli uffici per scioperare contro l’allungamento dell’orario di lavoro: «Questa Bolkestein è migliore, ma a noi non sta bene. Vogliamo che i lavoratori stranieri vengano da noi per lavorare alle stesse nostre condizioni» chiari e concisi. D’altronde sono proprio loro, i lavoratori dell’Est a dirlo per primi. Lo striscione davanti alla pattuglia slovenia recita “Si ai servizi di qualità, no al social dumping”, tanto per far capire all’estrema destra europea, Lega Nord compresa, che loro non hanno poi tanta voglia di farsi schiavizzare anche fuori dai confini. Passano i portuali, gli svizzeri e gli austriaci. Dietro, gli italiani, con la Cgil, la Cisl, la Uil e l’Ugl.

C’è la Fiom con Gianni Rinaldini che non ha dubbi che «tutta questa gente è qua per chiedere il ritiro», c’è Piero Bernocchi, coordinatore dei Cobas che pone l’accento sulle distanze fra piazza e palazzi: «Questa è la più grande manifestazione europea e dimostra che la voglia della gente di interessarsi della cosa pubblica e di manifestare per i propri diritti è cresciuta», c’è Walter Mancini per il tavolo italiano Stop Bolkestein che lo rimarca: «E’ l’ennesima dimostrazione che l’Europa sociale sa mobilitarsi su questioni, come la Bolkestein, che attaccano in maniera diretta i diritti e i beni comuni».

I politici, quindi. Chi si batte per il compromesso raggiunto, come Massimo D’Alema e Nicola Zingaretti e chi ha già annuncato che su quel testo voterà contro, come i Verdi e il Prc, il cui segretario, Fausto Bertinotti, ha qualcosa da aggiungere: «Se non l’avessimo già fatta oggi avremmo dovuto costruire la Sinistra europea. Perché questa manifestazione rimarca le distanze fra un movimento e la sua rappresentanza. Mentre la parte maggioritaria della sinistra e i leader sindacali sposano un compromesso con le anime liberiste, migliaia di lavoratori scendono in piazza per chiedere il rigetto della Bolkestein. Questa - continua Bertinotti - è la forza e la prigione del movimento che deve continuare ad accrescere la propria autonomia, in parallelo, magari, ad un guadagno sempre maggiore di egemonia della sinistra radicale nel panorama europeo delle sinistre».

Contro la Bolkestein, contro l’Europa dei mercati, contro un compromesso che non è sufficiente. Non bastasse questo, c’è anche la Ces (confederazione europea dei sindacati) che in mattinata in un incontro all’europarlamento con il Gue si presenta - a sentire il segretario John Monks - con un bottino di richieste accolte «pari al 90%» tanto da sperare che il compromesso passi e magari di portare a casa anche «quei due o tre punti che ci mancano». Guai a parlargli di ritiro, come fa il Gue, perché «una convergenza di voti di destra e sinistra potrebbe riportare tutto all’inizio, con la palla in mano alla Commissione», frase che trova la replica di Roberto Musacchio, capogruppo del Prc: «La straordinaria mobilitazione di lavoratori ed enti locali ci chiede di spingere per il ritiro della Bolkestein che anche dopo il compromesso rimane un testo pericoloso e confuso. E non c’é pericolo di una convergenza destra/sinistra, perché noi teniamo alla nostra autonomia».

Oltre al Gue, sono stati gli stessi lavoratori a far intendere ai leader sindacali e alla sinistra che questa Bolkestein proprio non gli piace. Ieri è iniziata la discussione in plenaria, domani si vota. Ci sono 407 emendamenti in calendario, fra cui quello di rigetto promosso dal Gue. Se Garibaldi fosse vivo e liberista, domani direbbe «Qui o si fa la Bolkestein o si muore».

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