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Milano sostituita (di notte) la lapide dedicata a Pinelli

mercoledì 22 marzo 2006

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La seconda morte accidentale di un anarchico

di Dario Fo

Una cosa orrenda, di una brutalità inverosimile. Il sindaco Albertini compie un gesto prettamente elettorale cercando di leccare piedi, mani e tutto quello che si può pensare alle destre estremiste. Sta per andarsene e cerca di portare l’ennesimo regalo alla destra reazionaria cercando di eliminare la memoria di un atto criminale.

Giuseppe Pinelli era già identificato come vittima, in questura sapevano benissimo che era innocente, non se ne sono accorti dopo. Vi era stato invitato per informazioni e trattenuto addirittura illegalmente per ore. Non c’era nessun fermo, non c’era neanche una dichiarazione di sospetto, niente. Cercavano di provocarlo, di farlo reagire, di inguaiarlo.

Il questore gli fece anche la solita trappola dell’interrogatorio: “Mi dispiace per la cattiva notizia, il tuo amico Valpreda ha parlato, ha confessato, è stato lui a mettere le bombe alla Banca nazionale dell’agricoltura”. Una balla completa a cui, secondo l’invenzione della prima ricostruzione della polizia, Pinelli avrebbe risposto: “E’ la fine dell’anarchia”, buttandosi giù. Peccato che il tutto era stato male costruito perché Pinelli si butta ore dopo la balla su Valpreda. E cosa successe in quel tempo?

Lo abbiamo ricostruito con i documenti giudiziari e della polizia, con le perizie e le controinchieste e proposto in Morte accidentale di un anarchico, dove è raccolta e raccontata tutta la ridda di falsità, ipocrisie, bugie per far dire che Pinelli si sarebbe buttato da solo, fino all’idea assurdità della scarica metafisica, il “malore attivo”, che mise fine alla storia processuale. Per questo abbiamo sfottuto anche il nostro caro amico Gerardo d’Ambrosio che lo inventò da giovane procuratore. Il malore attivo, ovvero uno che invece di cadere per terra, si alza, corre e scavalca una finestra per buttarsi giù, non esiste come malattia o come gesto psichico. Un assurdo. Come quando al processo, il giudice a chiede ai poliziotti presenti nella stanza se non hanno provato a fermare quell’uomo che stava scavalcando la balaustra, secondo il loro racconto: “Si”, rispose un poliziotto, “e a me rimase in mano una scarpa nel tentativo di trattenerlo”. Poi ahimè il Pinelli sfracellato a terra aveva tutte e due le scarpe ancora addosso. Dal tragico al grottesco. Quando finalmente si otterrà la riesumazione del cadavere, si troverà l’ecchimosi sul collo da parte della nuca, dove probabilmente Pinelli era stato colpito duramente prima della caduta. Pinelli è stato chiamato in Questura, è andato con la sua bicicletta e non è mai uscito con le proprie gambe.

Il fatto di aver inguaiato e perseguito gli anarchici non è un incidente nato per caso ma sappiamo dagli stessi documenti giudiziari che era un piano, una progressione preparata di cui in tanti erano già a conoscenza. Bisognava preparare un clima alla violenza di Stato per spostare l’attenzione della società e anche dei giudici, della parte non coinvolta nel gioco e che ha saputo anche reagire e comportarsi molto bene durante i processi su Piazza Fontana trasportati per tutta Italia. Delle bombe sui treni e nelle piazze i colpevoli preparati erano sempre gli anarchici ed erano sempre i servizi deviati - che deviati non erano perché a servizio dello Stato - a metterle.

http://www.liberazione.it/giornale/060321/LB12D6D8.asp

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23 marzo in Piazza Fontana per non dimenticare e non far dimenticare

di Anselmo Francesco Berardi

Nella notte tra venerdì e sabato scorso, dietro ordinanza del sindaco di Milano, viene rimossa da Piazza Fontana la targa-lapide che ricorda l’omicidio del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuto nei locali della questura il 15 dicembre 1969.

Rifondazione Comunista, i circoli anarchici, i centri sociali e le istanze democratiche della città indicono per il pomeriggio del 23 marzo una manifestazione finalizzata a denunciare la manovra provocatoria preordinata dalle autorità e a riporre al suo posto il vecchio simbolo, quello che dal 1978 ricordava a tutti una verità che nessuna aula di tribunale potrà mai cancellare, e che era già stato oggetto di manovre fasciste di rimozione nel corso degli ultimi anni. Alcuni esponenti diessini hanno dato la loro adesione a titolo puramente personale, essendosi il loro partito dissociato dalla manifestazione ufficiale (sic!).

Sostituire la lapide a Pinelli con una targa anonima che azzera, trasformando un omicidio politico in una morte qualunque, la portata storica e la specificità dei fatti, non è, come afferma il sindaco di Milano, un voler “ristabilire la verità”, ma una mossa politica, di opportunismo e strumentalizzazione, studiata a tavolino, non a caso in prossimità di una scadenza elettorale decisiva, nella quale si gioca il futuro democratico di questo paese; un ulteriore, provocatorio tentativo di azzerare quel tanto di memoria civile e progressista che ancora resiste in questa città (qualcuno si ricorda, oggi, soprattutto tra i giovani affascinati e lobotomizzati dalle mitologie arcoriane, di una Milano medaglia d’oro della Resistenza?) da un decennio retta e governata da un comitato d’affari degno della Francia di Luigi Filippo d’Orleans.

Questo la dice lunga, se ce ne fosse ancora bisogno, sulla volontà revisionista di una classe dirigente, locale e nazionale, che sta sradicando dalle fondamenta, in questo caso con una “provocazione” innestata proprio per produrre la scintilla di un incidente da gettare in pasto all’opinione pubblica moderata, le radici storiche, politiche ed etiche da cui nacquero Repubblica e Costituzione. La memoria dell’omicidio di Pinelli, “ucciso innocente nei locali della questura”, e non “morto tragicamente”, è patrimonio indelebile della coscienza civile e democratica di questo paese; simbolo, tra l’altro, di tutti i morti innocenti sacrificati, a partire dalla fine degli anni Sessanta, sull’altare di una “strategia della tensione” volta a sovvertire l’ordinamento repubblicano, e alla quale, come è storicamente provato, non furono estranei corpi e pezzi importanti dell’apparato statale.

Essere in Piazza Fontana, giovedì 23 marzo, senza accettare provocazioni di nessun genere, è un modo per non farsi complici dello scempio in atto, senza badare ai distinguo e alle convenienze politiche del momento (vedi la “dissociazione” di tante anime candide del centro sinistra); è un modo per riallacciare un filo con la propria dignità di cittadini sinceramente democratici, di sottrasi alle logiche dell’azzeramento delle differenze e delle coscienze, che è la condizione primaria, l’humus da cui fiorisce ogni sorta di berlusconismo, ogni regime comunque camuffato: perché quella piazza, con la sua memoria di sangue, è il simbolo di ogni resistenza, di ieri, di oggi e di domani, a ogni ipotesi o forma in atto di fascismo.

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