clicca qui per Bellaciao v.3.0 ;)

Archives Bellaciao IT - 2002 -2018 Archives : FR | EN | ES

Movimento: tutelarne l’unità e valorizzarne la radicalità

venerdì 6 febbraio 2004

L’arresto di Nunzio D’Erme e degli altri compagni della disobbedienza
romana si inquadrano in un preciso progetto di criminalizzazione del
movimento e di chiunque agisce il conflitto sociale. Si arresta a Roma
per presunte violenze, per poter far assolvere a Genova gli autori di
ben più concrete e documentate devastazioni, torture, sequestri di
persona e pestaggi. Si vuole rovesciare come un guanto la verità. Già
Carlo Giuliani è stato ucciso dall’incidentale impatto di un proiettile
sparato in aria e deviato da un calcinaccio. L’inferno della Diaz e
Bolzaneto non è mai esistito e se è esistito il teorema dei nuovi
arresti tende a giustificarlo a posteriori, essendo chiaro chi sono le
vittime ( le forze dell’ordine) e chi i violenti ( i no global). Da
questa vera e propria campagna a sostegno della "verità di regime"
costruita a suon di mandati di cattura, qualcuno vorrebbe piegare o
usare strumentalmente il dibattito sulla scelta rivoluzionaria della
nonviolenza. Sgombrare il campo da queste strumentalizzazioni è
decisivo: il Prc come larga parte del movimento chiede con forza
l’immediata scarcerazione dei compagni e la pronta restituzioni ai loro
affetti, lavoro ed impegno politico.

Già il movimento aveva messo a tema e discusso, con vivacità e senza
reticenze, sui fatti del 4 Ottobre. I caschi e gli scudi erano tornati
la prima volta dopo Genova in una manifestazione che volevamo
partecipata e di massa. Una scelta che aveva diviso e non certamente
perché scudi e caschi rappresentino in alcun modo strumenti di offesa e
violenza. In via Tolemaide e in Piazza Alimonda avevamo scoperto che
essi, di fronte alla brutalità della repressione, non servono neanche a
proteggersi. Riponemmo quegli strumenti da"cavalieri medioevali" come
scrisse Heidi Giuliani, perché il Medio Evo era fuori da noi. Alla
barbarie della globalizzazione neoliberista contrapponemmo un’altro
mondo possibile riempiendo di mobilitazioni di massa ogni angolo del
pianeta. Il movimento è cresciuto, la stessa disobbedienza da pratica di
elitè è diventata pratica di massa (gli operai della Fiat, la rivolta di
Scansano, l’insubordinazione degli autoferrotranvieri etc.). La
radicalità e l’estensione della mobilitazione per la pace "senza se e
senza ma" non hanno fermato le armate di Bush, ma hanno impedito che la
guerra infinita sfondasse nelle coscienze dei popoli. A dispetto del
bombardamento mediatico e dei fiumi di menzogne costruite dagli appositi
uffici propaganda del Pentagono, l’opinione pubblica resta radicalmente
e in larga maggioranza contro la guerra. E’ un fatto straordinario,
senza precedenti. Il nostro errore è stato non comprenderlo appieno
credendo che la guerra fosse finita con l’annuncio trionfale di Bush su
una portaerei. La guerra è infinita davvero. Divora ancora i suoi
protagonisti.

Il 4 Ottobre ci furono alcune semplificazioni come il ritenere che una
conferenza dell’Unione Europea avesse la stessa illegittimità nella
percezione popolare del G8. Dietro ancora c’era un filone di pensiero
che chiedeva di "tornare a Seattle", all’azione eclatante e al rito
della violazione simbolica delle zone rosse. Ma a Seattle è possibile
tornare soltanto tagliando la foresta di alberi cresciuta dai semi
gettati durante i giorni della contestazione al WTO, proprio nella
cittadina nordamericana. Tornare a Seattle nelle modalità e nelle forme
di allora significa negare il percorso che Seattle ha aperto. Alcuni
hanno voluto indicare nel "gigantismo" del movimento un limite e un
inevitabile corrompersi della sua radicalità. Come se la radicalità si
misurasse in vetrine infrante o nella capacità di reggere la
confrontation - a volte necessaria ma non per questo da ricercare ad
ogni costo- con la polizia.

Ho avuto il privilegio, nel settembre scorso, di essere sulle cancellate
divelte al km zero della zona hotelera di Cancun. I buchi della barriera
erano stati sostituiti da un muro di poliziotti con scudi e manganelli.
Ho visto un contadino di Via Campesina togliere dalle mani di un giovane
studente una pietra che voleva lanciare. "Con puro corpo compagno" gli
ha detto e con semplice corpo si è lanciato sugli scudi. Qualcosa di
profondo sta avvenendo anche nei movimenti del sud del mondo, più
abituati all’uso della violenza perché costretti dalla ferocia della
repressione. C’è una consapevolezza che le modalità di lotta non sono
"neutre". Violenza e nonviolenza infatti pari non sono. Lo zapatismo ci
ha insegnato che anche quando l’uso delle armi diventa necessario esso
serve soltanto per riprendersi la parola. Nel "fuego y la palabra" vi è
la violenza secolare dell’olvido (l’essere dimenticati, cancellati dal
diritto di esistenza) ed il tornare ad esistere alla luce del sole.
"Siamo diventati esercito affinché non ci siano più eserciti". Il
paradosso zapatista ci parla di mezzi e fini come mai nessuna guerriglia
novecentesca aveva fatto. I mezzi possono invalidare anche i fini
specialmente se i primi si chiamano armi. D’altronde il militarismo è
stato motivo di degenerazione non solo del socialismo reale ma anche di
tante democrazie liberali. Rompere lo schema della "violenza necessaria"
è oggi un obbligo anche laddove la scelta delle armi ti viene imposta.
Non di assoluto ideologico si tratta ma di una scelta che parla già oggi
dell’altro mondo possibile.

Questa consapevolezza così forte ha consentito al movimento dei
movimenti di superare il tentativo operato dopo l’11 Settembre 2001 di
cancellare e criminalizzare chiunque si ponesse fuori dalle
compatibilità imperiali. Il terrorismo è usato come straordinario
pretesto per reprimere ogni conflitto e attore sociale. Il Patriot Act,
approvato un mese dopo l’abbattimento delle torri, è diventato lo schema
guida sul quale sta prosperando una legislazione antiterrorismo a
livello planetario. Il governo Bush estende alla vita civile dentro e
fuori gli Usa, la dottrina della guerra preventiva. Si controllano
telefoni, computer, si prelevano impronte digitali di massa costruendo
enormi archivi informatizzati di una schedatura globale. L’FBI è
dovunque, anche nelle sale di controllo dei nostri aeroporti. Il confine
tra attività di consenso e attività criminale è sempre più tenue
trasformando la disobbedienza civile in reato. I desaparecidos sono
codificati e tollerati dall’alta corte di giustizia Usa. Guantanamo sta
sostituendo Cesare Beccaria nella concezione stessa del diritto. Il
movimento non ha avuto esitazioni dal comprendere che guerra e
terrorismo rappresentano una coppia formidabile che autoalimentandosi
viaggia come uno schiacciasassi sulle speranze di liberazione dei
popoli. Non a caso il comitato delle vittime dell’11 Settembre, dal
quale è nata la campagna "not in my name" ha aperto il Forum Sociale
Europeo di Firenze. Il fatto che il terrorismo sia un sottoprodotto
della guerra infinita e della globalizzazione neoliberista non ci
impedisce di avvertirlo come nostro irriducibile nemico. "I terroristi e
Bush- scrive Arundhati Roy- potrebbero mettere insieme le loro ipocrisie
e costituirsi in società. Entrambi scaricano sulle popolazioni la
responsabilità dei loro atti. Entrambi condividono i principi della
colpa collettiva e della punizione collettiva. Le loro azioni si
favoriscono vicendevolmente. "

Questa consapevolezza è stata centrale per costruire la mobilitazione
contro la guerra all’Afghanistan prima e all’Iraq poi.

Mettere in discussione questa acquisizione significa minare la strada di
una analoga, radicale e unitaria mobilitazione per il 20 Marzo prossimo.
Questo non significa non contestualizzare, non vedere le differenze tra
atti di resistenza all’invasore (anche se fatte con modalità
inaccettabili come quello dei kamikaze) e le stragi nelle moschee,
sinagoghe, scuole e mercati. Ma ogni equiparazione tra la resistenza
armata irachena e la resistenza italiana o quella vietnamita è
inammissibile. Non è una questione di legittimità - il diritto di
resistenza è sancito dalle convenzioni internazionali- è che non la
possiamo condividerla politicamente. La resistenza del Cln aveva un
progetto di costruire un Italia democratica che arrivasse a scrivere
nella sua carta costituente il ripudio della guerra. I Vietcong volevano
un Vietnam unito e socialista. Cosa vogliano invece le varie fazioni
armate irachene? C’è di tutto, compreso un sorgente fascismo arabo che
punta alla confessionalizzazione dello Stato per meglio dominare sui
popoli ed impedire una equa e solidale ripartizione delle ricchezze. "Il
nemico del mio nemico è mio amico" la tesi di spregiudicata tattica
enunciata da Deng Xiao Ping non ha mai funzionato nella pratica. Il
movimento, nel momento in cui sviluppa tutta la sua opposizione alla
guerra e chiede la fine dell’invasione, si pone il problema di dare voce
e sostegno alle tante forze anche se ancora esili, che nella società
civile irachena si battono contro l’invasore ma anche per un’altro Iraq
possibile. Non possiamo ripetere decenni dopo l’errore di Adriano Sofri
e del gruppo dirigente di Lotta Continua che sostenne in modo acritico
la rivoluzione komeinista in Iran solo perché era antiamericana.

Chi ha voluto inserire nel dibattito sulla nonviolenza la necessità di
una rottura con le posizioni del movimento sul terrorismo, forse aveva
un’altro obiettivo più terra terra. Mettere in discussione il percorso
di avvicinamento tra Prc e Ulivo. Sarebbe più onesto parlare di questo -
e di questa discussione tutti noi abbiamo bisogno- che giocare alla
distinzione sul terrorismo e considerare Bertinotti un succube del
disegno di criminalizzazione del dissenso operato dalla centrali
imperialistiche.

Da Liberazione.