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New Orleans : la città della musica prima e dopo l’apocalisse

martedì 6 settembre 2005

di Daniele Zaccaria

Il fischio dei barconi sul Mississippi, i palazzi colorati, i grattacieli di cristallo che svettano tra le paludi, gli artisti di strada, i fiumi di birra consumati nel frastuono fino all’alba, le parate del "mardi gras", le suggestioni di magia nera, i locali a luci rosse, la paccottiglia turistica e lo spirito libertario che riunisce nella festa bianchi e neri, alternativi giamaicani e comitive di "macho" texani perennemente allupati. E poi la musica, un moto perpetuo di note che ti ipnotizza appena arrivi tra i vicoli del vieux carré, jazz, blues, rock, o piuttosto un inclassificabile intreccio di generi che si rincorrono nell’aria costantemente umida e calda del Golfo del Messico.

Chi ha visto New Orleans prima di "Katrina" conosce la differenza tra il paradiso e l’inferno. Tra una città felice e un cimitero di acqua morta. Galleggiava da duecento anni su terre così molli che inghiottono anche le lapidi di marmo (è così che sono nate le leggende voodoo). I suoi abitanti convivevano con serpenti e alligatori, ma anche con le minacciose profezie degli scienziati. L’ultima risale allo scorso giugno, frutto di uno studio del "National Oceanic Atmospherical Administration", che le dava appena «cento anni di vita», prima di essere inghiottita definitivamente dalle sabbie mobili. I soliti scienziati catastrofisti, si sono detti i suoi abitanti, e, cosa assai più grave, le stesse autorità federali. La cronaca dice che ci sono voluti solo due giorni per trasformare New Orleans in un luogo fantasma. Altro che un secolo. Crudele contrappasso per The Big Easy, la città degli zombi che occhieggiano tra le parate del carnevale oggi è popolata davvero da morti viventi, il chiasso di fiati e percussioni soffocato dal silenzioso ma implacabile incedere delle acque.

Sono immagini da guerra dei mondi, quelle che dai sobborghi di New Orleans rimbalzano sulle televisioni di mezzo pianeta: migliaia di sopravvissuti che continuano a lottare contro il liquame, le violenze urbane, le prime epidemie che si propagano dai fondali limacciosi. Spesso lottano uno contro l’altro, in un’insensata battaglia per sopravvivere che fa del vicino di casa il primo ostacolo alla propria salvezza fisica. Laddove sciamavano orde di turisti in cerca di una statuetta di Louis Armstrong, o di un concerto improvvisato sui gazebo del lungofiume, oggi scorrono le paludi infestate di cadaveri, come anime dannate i morti galleggiano sugli acquitrini trascinati dalla corrente senza meta. Sciacalli e razziatori intanto divorano le notti, continuando a svaligiare quel che rimane di case e negozi e ad appiccare incendi che spuntano qua e là illuminando i quartieri a giorno.

I poliziotti, dal canto loro, hanno licenza di uccidere e uccidono: cinque "sospetti" l’altra sera, altri tre presunti saccheggiatori ieri mattina. A volte però gli agenti non ce la fanno e disertano il tirassegno, alcuni addirittura si suicidano. L’esercito intanto pattuglia da giorni le arterie principali in un clima iracheno, i soldati si muovono impauriti puntando le mitragliatrici verso gli incroci delle strade e i tetti degli edifici, come se ad attenderli ci fossero i cecchini della guerriglia sunnita. Per certi versi si tratta di un incubo ben peggiore di quello di una guerra combattuta in un altro continente. Un incubo tutto americano. Oltre a sbriciolare una città, Katrina sembra infatti aver rescisso in modo brutale il legame della convivenza civile. Saccheggi, omicidi, stupri: l’America rimasta all’asciutto assiste dal salotto buono di casa a un reality horror che diventa la metafora stessa della sua fragilità sociale e del suo individualismo filosofico. Una delle cose che più colpisce nella sventura che ha colpito New Orleans, è la mancanza assoluta di solidarietà tra le persone di fronte alla tragedia. Anche una città accogliente e multiculturale (nonostante la povertà estrema, l’analfabetismo diffuso tra la popolazione nera e uno dei tassi di delinquenza più elevati del paese) come la capitale della Louisiana può diventare, nello spazio di qualche giorno, una giungla di acqua e cemento dove s’impone la legge del più forte e la mera lotta per la sopravvivenza. Dalle teste d’uovo di Washington fino ai piccoli amministratori federali, tutti dovrebbero riflettere su questa repentina dissoluzione di qualsiasi ipoteri di convivenza pacifica in una metropoli di una nazione che si vuole evoluta e democratica, spesso anche più delle altre nazioni. In tal senso, Katrina ha solo scoperchiato il malessere che alberga latente nei ghetti di decine e decine di città statunitensi. Un po’ come accadde tredici anni fa con la rivolta dei neri di Los Angeles.

Il contrappasso appare poi ancora più crudele considerando che la drammatica inondazione è avvenuta nel cuore degli Stati Uniti, prima potenza economica (ed inquinante) del pianeta, che da una settimana si ritrova il Terzo mondo in casa, costretta ad accettare brandine e vettovaglie dalla "vecchia Europa" come una Thailandia qualsiasi. Al di là delle polemiche sull’inettitudine delle autorità che non hanno evitato un disastro evitabile quanto annunciato, tralasciando le speculazioni sul piccolo calibro di un presidente che a dieci giorni dalla catastrofe non ha ancora visitato i luoghi del disastro, il passaggio devastatore di Katrina restituisce all’America una sgradevole sensazione di vulnerabilità. Solo dopo gli attentati dell’11 settembre il paese si è svegliato con quel sentimento di fragilità e paura. Stavolta però non è stata la volontà di qualche estremista religioso, né la complicata giostra della politica internazionale, ma un ciclone tropicale annunciato da tutti gli esperti.

http://www.liberazione.it/giornale/050906/LB12D6DA.asp