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Nuova New Orleans - di Naomi Klein

mercoledì 21 settembre 2005

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Per le popolazioni colpite dall’uragano si apre una grande opportunità. Purché partecipino direttamente alla ricostruzione e non siano vittime degli speculatori

di Naomi Klein

Il 4 settembre, sei giorni dopo Katrina, ho visto il primo barlume di speranza. "Gli abitanti di New Orleans non ci pensano nemmeno ad aggirarsi come fantasmi nella notte con la prospettiva di fare i senzatetto in altre città, in attesa che i fondi federali vengano incanalati nella ricostruzione di casinò, hotel e stabilimenti chimici. Non intendiamo restare a guardare mentre il disastro viene trasformato nell’opportunità di sostituire le nostre case con palazzi e condomini in una New Orleans trasformata in città residenziale".

A dichiararlo è stata la Community Labor United, un’associazione cittadina di gruppi a basso reddito, che ha anche chiesto che un comitato formato da evacuati "presieda all’operato della protezione civile, della Croce rossa e delle altre organizzazioni che raccolgono le risorse per conto della nostra gente. Noi chiediamo che gli evacuati della nostra comunità partecipino attivamente alla ricostruzione di New Orleans".

Il concetto è di quelli estremi: i 10,5 miliardi di dollari stanziati dal Congresso e i 500 milioni raccolti dalle organizzazioni umanitarie private non appartengono agli enti assistenziali o al governo, ma alle vittime. È a loro che gli enti incaricati di gestire i fondi devono rispondere. Per dirla in altri termini, la gente che Barbara Bush ha garbatamente definito "sottoprivilegiati sotto ogni punto di vista" si appresta a diventare molto ricca.

Salvo che, aiuti e ricostruzione, non funzionano in questo modo. Quando andai nello Sri Lanka, sei mesi dopo lo tsunami, molti sopravvissuti mi raccontarono come la ricostruzione li stesse rendendo vittime ancora una volta. Invece di assolvere il compito che era stato loro affidato, il consiglio formato dagli uomini d’affari più importanti del paese in men che non si dica stava consegnando la costa a immobiliaristi che puntavano allo sviluppo del turismo. Nel frattempo, centinaia di migliaia di poveri pescatori vivevano confinati in campi assediati dall’afa, sorvegliati da militari e dipendenti in tutto e per tutto dagli organismi di assistenza per la distribuzione di generi alimentari e di acqua. Insomma, un ’secondo tsunami’ contrabbandato per ricostruzione.

Anche per gli evacuati di New Orleans si profila il rischio di un secondo uragano, altrettanto micidiale. Jimmy Reiss, presidente del consiglio economico di New Orleans, ha dichiarato a ’Newsweek’ di avere ricevuto una serie di proposte su come "trasformare la catastrofe nell’opportunità irripetibile di cambiare le regole del gioco". L’elenco dei desiderata del consiglio in questione è ben noto: bassi salari, tasse ridotte, più condomini e alberghi di lusso.

Prima dell’inondazione, questa prospettiva altamente redditizia aveva già messo sulla strada migliaia di afro-americani poveri: mentre la loro musica e la loro cultura erano in vendita in un quartiere francese sempre di più al centro di interessi societari (in cui soltanto il 4,3 per cento di residenti è nero), i progetti abitativi che li riguardavano venivano inesorabilmente scartati. "Per i turisti e gli uomini d’affari bianchi, New Orleans gode fama di essere un favoloso luogo di vacanza, a patto però di non uscire dal quartiere francese per evitare il rischio di morire ammazzati", mi ha raccontato Jordan Flaherty, attivista sindacale di New Orleans, il giorno dopo aver lasciato la città a bordo di una imbarcazione. "Adesso, società immobiliari e speculatori hanno la grande opportunità di aggirare l’ostacolo che si frappone al risanamento dei quartieri poveri".

Ma si potrebbe fare anche di meglio: New Orleans potrebbe essere ricostruita dalle vittime dell’inondazione a loro stesso beneficio. Scuole e ospedali che già prima cadevano a pezzi potrebbero finalmente contare su risorse adeguate; la ricostruzione potrebbe creare migliaia di posti di lavoro e corsi di riqualificazione all’interno di industrie disposte a pagare un salario decoroso. Invece di essere affidata alla stessa élite corrotta che ha platealmente disatteso le aspettative della città, la ricostruzione potrebbe essere gestita da gruppi come la Douglass Community Coalition.

Prima dell’uragano Katrina, questa associazione straordinaria di genitori, insegnanti, studenti e artisti, nel tentativo di riscattare la città dai malanni della miseria, aveva trasformato la Frederick Douglass Senior High School in un centro educativo modello, aperto alla comunità ed era riuscita a raccogliere consensi sulla necessità di una riforma dell’educazione. Adesso che i fondi stanno arrivando, non dovrebbero essere loro a ricostruire tutte le scuole pubbliche fatiscenti?

Se si vuole che il processo di ricostruzione diventi realtà (ed evitare che sia la Halliburton ad aggiudicarsi la maggior parte degli appalti) è necessario che al centro di ogni processo decisionale ci siano gli evacuati. La lezione più dura da trarre da questa sciagura, commenta Curtis Muhammad della Community Labor, è che gli afro-americani non possono contare sulla protezione del governo, a nessun livello. "Non c’è nessuno che si curi di noi", spiega. Ciò vuol dire che i gruppi che ci rappresentano in Lousiana e nel Mississippi, molti dei quali nell’inondazione hanno perduto personale, uffici e attrezzature, adesso hanno bisogno del nostro sostegno. Soltanto un’iniezione massiccia di fondi e di volontari può metterli in grado di assolvere il compito cruciale di organizzare gli evacuati, attualmente dislocati in 41 Stati, in un elettorato politico che conti.

La questione più urgente è decidere il luogo in cui questa gente vivrà nei prossimi mesi. Si va consolidando l’ipotesi preoccupante che, con in tasca un po’ di soldi e dopo aver inoltrato una domanda di lavoro alla Houston Wal-Mart, gli evacuati continueranno a spostarsi. Ma Muhammad e la sua Comunità la pensano diversamente e chiedono il diritto al ritorno: sanno che se ci saranno case e scuole ad attenderli, molti sentiranno il bisogno di rientrare negli Stati in cui sono nati e di combattere per loro.

I precedenti in materia non mancano. Quando, nel 1985, Città del Messico fu colpita da un terremoto devastante, lo Stato tradì le aspettative della gente: gli alloggi popolari, costruiti con materiale scadente, crollarono e l’esercito non tardò a intervenire con i bulldozer mentre i sopravvissuti erano ancora intrappolati tra le macerie. Un mese dopo il terremoto, 40 mila rifugiati dimostrarono contro il governo, rifiutando di abbondare i loro quartieri e chiedendo una ’ricostruzione democratica’. Risultato: nel giro di un anno furono costruite 50 mila nuove abitazioni e i nuovi gruppi di quartieri nati dalle macerie lanciarono un movimento che ancora oggi sfida i detentori tradizionali del potere in quel paese.

Anche la gente che ho incontrato nello Sri Lanka si è stancata di aspettare gli aiuti promessi. Oggi, sono in molti a chiedere che a progettare la ricostruzione post-tsunami sia una Commissione popolare e questo nella convinzione che gli organismi di assistenza siano tenuti a rispondere, dal momento che, dopotutto, i soldi sono i loro.

Questa idea potrebbe, e dovrebbe, aver presa anche negli Stati Uniti. Perché c’è soltanto una cosa in grado di compensare le vittime del più umano dei disastri naturali, ed è ciò che è stato loro negato da sempre: il potere. Sarà una battaglia lunga e difficile, ma gli evacuati di New Orleans dovrebbero attingere forza dalla consapevolezza di non essere più poveri, ma solo temporaneamente impossibilitati ad accedere ai loro conti in banca.

traduzione di Mario Baccianini
http://www.espressonline.it/eol/fre...


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