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Octavia Butler, addio cyborg afroamericana

mercoledì 1 marzo 2006

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E’ scomparsa la grande scrittrice di fantascienza, raffinata narratrice di mondi tecnologici,
Octavia Butler.

di Miriam Tola New York

L’altro da sè e un mostruoso alieno high tech con cui fare l’amore. Chissa’ se Octavia Butler avrebbe apprezzato questa sintesi in forma di slogan delle narrative femministe della metamorfosi tecnologica. La scrittrice è morta venerdì al Northwest Hospital di Seattle, a causa di un ictus ad appena 58 anni. E’ stata l’autrice afro-americana di fantascienza più apprezzata dentro e fuori la vasta comunità science-fiction, «una delle piu’ importanti dai tempi di Mary Shelley» ha sottolineato il suo amico scrittore Steven Barnes. La notizia, prima circolata in una serie di blog - tra cui l’autorevole Boingboing. net -, ha trovato conferma ufficiale solo ieri.

In Italia la “gran dama della fantascienza”, come era stata soprannominata, è nota per i romanzi “La parabola dei talenti” e “La parabola del seminatore” (entrambi pubblicati da Fanucci), e “Sopravvissuta” (Mondadori).

«Sono un’asociale, un’eremita nel cuore di Seattle, quando non mi freno tendo ad essere molto pessimista, sono anche un’ex Battista, una donna nera e femminista, una strana combinazione di ambizione, pigrizia, insicurezza, certezze e desideri» parlava così di sè Octavia Butler. Nata nel 1947 a Pasadena, California, Butler era cresciuta con la madre, una colf vedova. A 10 anni era già troppo alta per la sua età e amava trascorrere la maggior parte del suo tempo sui libri. A catapultarla nelle dimensioni parallele della fantascienza fu, curiosamente, la visione del film Devil Girl from Mars, b-movie di David McDonald.

La messa in scena dei personaggi femminili era così stereotipata da spingerla a pensare di poter fare di meglio. Nel 1970 saltò su un autobus verso il Michigan, diretta ad un seminario di autori di fantascienza. Un anno dopo la sua storia breve “Crossover” comparve nell’antologia Clarion. Iniziò così un percorso narrativo di 35 anni, in cui questioni di genere e razza si sono intrecciate di continuo con la consapevolezza dolorosa delle relazioni di potere, della violenza del contatto tra il sè e l’altro.

Nel 1976 ha pubblicato il primo volume della serie Patternist, racconto di un futuro dominato da un network di uomini dai poteri telepatici. Tre anni dopo uscì Kindred, tra le sua creazioni letterarie più note, in Italia col titolo Legami di sangue (edizioni Le lettere). Protagonista è Dana, una giovane di colore che, il giorno del suo ventiseiesimo compleanno, si smaterializza davanti agli occhi increduli del marito e ricompare nelle piantagioni americane della Guerra Civile. E’ solo il primo di una serie di viaggi nel passato, compiuti per proteggere l’antenato Rufus, uno schiavista bianco.

Negli stessi anni esplodeva il movimento femminista. Octavia Butler, insieme a Joanna Russ, Ursula LeGuin e un manipolo di altre seguirono la strada aperta da Mary Shelly con Frankeinstein, scoprendo che giocare con i “toys for the boys” poteva rivelarsi divertente. Dichiararono così aperta la sfida nella fantascienza, un genere letterario in cui, tradizionalmente, gli uomini erano protagonisti di avventurose conquiste spaziali e strabilianti scoperte tecnologiche, mentre le donne apparivano come personaggi passivi, placide casalinghe, ingenue fidanzate degli scienziati o, al limite, incarnazioni da incubo delle fobie maschili per la vagina dentata.

La fantascienza femminista faceva breccia in un immaginario tecnologico in cui l’inclinazione maschile per il militarismo imperialista, l’espansionismo tecnologico, il mito della frontiera spaziale avevano già da tempo cominciato a sfaldarsi - pensiamo a James Ballard, Philip K. Dick e gli autori della new wave - insieme alle forme tradizionali della scrittura. Le scrittrici femministe scoprirono che le convenzioni e le figure tipiche della fantascienza come i viaggi nel tempo, il contatto con specie aliene, gli universi paralleli, offrivano loro un grande spazio di libertà e la possibilità di attivare un radicale processo di sovversione dall’interno. «Le donne stanno scrivendo cose che gli scrittori maschi di fantascienza non pensavano che potessero essere mai scritte; ci stanno facendo riesaminare idee e formule che ritenevamo immutabili» ammise all’epoca lo scrittore della new wave Harlan Ellison.

Nella trilogia degli anni Ottanta Xenogenesis, Butler si concentrò sulla difficile interazione tra due specie planetarie differenti: gli umani, arrivati allo stadio terminale in seguito all’olocausto nucleare, e gli oankali, razza aliena il cui nome significa “trafficanti di geni”. L’istinto li obbligava ad uno scambio genetico con nuovi partner, specie animali e vegetali scoperte nel corso del loro vagabondaggio cosmico. Nel primo libro Ultima genesi del 1987, Lilith Iyapo, una donna di colore sopravvissuta alla catastrofe nucleare, viene inserita in una famiglia queer di oankali formata da un maschio, una femmina e un ooloi, essere di genere neutro necessario per la riproduzione. Attraverso il complesso metodo alieno, Lilith dà vita alla prima creatura - un maschio - frutto della dolorosa contaminazione tra alieni e umani.

Dalla posizione eccentrica di donna di colore, Butler ha esplorato i nessi profondi tra mascolinità e controllo della tecnologia, ha forzato i confini labili tra ciò che è umano e ciò che non lo è, fino a far emergere le potenzialità di relazioni tra il sé e l’altro, non dominate dalla paura e dalla diffidenza. Secondo Donna J. Haraway, l’autrice del “Manifesto Cyborg”, le speculazioni visionarie di Octavia «hanno a che fare con la resistenza all’imperativo di ricreare la sacra immagine del medesimo». Octavia Butler, insieme ad un manipolo di altri narratori (tra cui anche Samuel Delany, nero e gay) sono stati, come ha scritto Haraway, “i teorici dei cyborg, perché hanno esplorato cosa significhi avere un corpo nei mondi ad alta tecnologia”.

http://www.liberazione.it/giornale/060228/default.asp


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