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Pasolini : "Sbagliavamo a chiamarlo semplicemente poeta"

mercoledì 2 novembre 2005

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di Tonino Bucci

Con il Pci Pasolini ha un rapporto lungo, tormentato, aspro, persino conflittuale. Lo vive nei panni di chi si considera un compagno di strada, di chi considera il partito comunista un mondo nuovo in gestazione nella pancia di quello vecchio. E’ una storia lunga. Inizia nel ’47 quando il giovane Pasolini aderisce al partito e in poco tempo diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa. Ma l’idillio non dura molto. Il 15 ottobre del 1949 Pasolini viene segnalato ai carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne, lo accusano d’essersi appartato con due o tre ragazzi. Arriva l’espulsione dal partito per "indegnità morale» con un comunicato pubblicato su l’Unità: «Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese".

A sua volta Pasolini girerà le critiche al partito. Lo rimprovererà con frequenza di «eccesso di burocrazia» e di nascondere al proprio interno atteggiamenti «borghesi», «un certo perbenismo, un certo moralismo». Eppure un filo invisibile continua a tenere legato Pasolini al Pci, un sentimento politico che lo spingerà sempre «a votare per loro». «Il mio atteggiamento è di adesione al Pci, perché voto comunista da quando ero ragazzo - spiegava in un’intervista a Enzo Biagi - dal tempo dei partigiani, sono stato dalla loro parte, benché non iscritto, sono un indipendente di sinistra e la mia posizione adesso è una posizione abbastanza personale, devo dire, perché non sono decisamente nel Partito comunista, benché lo appoggi nei momenti, insomma, di lotta, di emergenza sia sempre con loro. Non sono nemmeno con gli estremisti, benché invece con alcuni estremisti vada molto d’accordo, ma non potrei dirmi un estremista, non sono un extraparlamentare, per me il parlamento, insomma, è sacrosanto». La storia di questo incontro è costellata anche di incomprensioni e «forse ingiustamente il pensiero di Pasolini è stato troppo in fretta liquidato come semplice poetica. Questo ci ha impedito di cogliere il carattere profetico di tante sue intuizioni». E’ un giudizio che conta, che viene dall’interno di quel partito, da uno dei dirigenti storici del Pci. Aldo Tortorella, al momento dell’uccisione di Pasolini, è responsabile della politica culturale. A lui è affidato il compito di organizzare i funerali dello scrittore e di pronunciare l’orazione funebre.

Sullo sfondo di questo rapporto non mancheranno sospetti e pregiudizi. Quanto ha pesato lo stereotipo omofobico nel giudizio del Pci su Pasolini?

Il Pci è un organismo che cambia nel tempo. Non si può paragonare il Pci del 1949 che usciva dalla guerra, che aveva come quadri dirigenti dei compagni cresciuti nella clandestinità, nella guerra partigiana, nello stalinismo - non si può, dicevo, paragonare quel Pci con l’altro Pci che farà, sia pure con difficoltà e stento, la battaglia per ottenere prima e difendere poi la legge sul divorzio e in seguito quella sull’aborto. Sono due Pci diversi. Detto questo, è naturale che in una grande organizzazione popolare e di massa trovassero posto i pregiudizi correnti. Il sentimento di Pasolini che ci fosse nella costituzione del Pci un certo perbenismo è senz’altro vero. Altra cosa è il pensiero di coloro che avevano più responsabilità e consapevolezza.

Una figura di tutto rispetto come Carlo Salinari reagì all’uscita del romanzo "Ragazzi di vita" dicendo che al di là del mondo del sottoproletariato romano, il vero interesse di Pasolini fosse «il gusto morboso dello sporco, dell’abbietto, dello scomposto e del torbido. E Giovanni Berlinguer aggiunse: «Tutto trasuda disprezzo e disamore per gli uomini, conoscenza superficiale e deformata della realtà, morboso compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme». La pensavano tutti così?

Non si può generalizzare. Alcuni di noi la pensavano diversamente. Certo, era una questione delicata. Negli anni ’50, fino alla morte di Stalin c’era una sorda lotta all’interno del gruppo dirigente. Si risolverà con la conferenza d’organizzazione nella quale Secchia perderà la segreteria e il suo ruolo nel rapporto con l’Unione Sovietica. La mentalità e lo stile di pensiero di Secchia che aveva fino ad allora influenzato tanti quadri, non sarebbero finiti da un momento all’altro. E una certa sordità c’era anche negli intellettuali del tempo. Ma bisogna tener conto della temperie dell’epoca. Non dico questo per attenuare quelle posizioni, ma per sottolineare che la nostra stessa diversa percezione critica dipende dall’essere noi cresciuti in culture e generazioni diverse, più criticamente aperte. Siamo avvantaggiati abbastanza per non cadere in quei giudizi.

Pasolini si richiamava a un marxismo molto personale, intessuto di tonalità poetiche. Questo rendeva più difficile il rapporto con il Pci?

Pasolini non pretendeva d’essere un teorico né un politico. Gli si rimproverava di concepire le classi sociali come entità poetiche. Questo non è totalmente vero, significa sminuire troppo l’acume di Pasolini. La sua stessa produzione letteraria e filmica testimonia il contrario. Ha avuto intuizioni profetiche che a torto sono state definite soltanto poetiche o soltanto letterarie o, ancora, dettate soltanto da una visione populistica. Egli stesso, forse, non sarà in grado di formularle in modo teoricamente compiuto. Ma, del resto, chi può dire d’aver indovinato tutto? Seppe scorgere i tarli nella società italiana. Certi vizi culturali non potevano non colpire la sua forte sensibilità etica. Tanto da essere indotto a esaltare, per contrasto, il buono che c’era nel Pci e nel mondo che questo rappresentava. Un paese nel paese, una società pulita in un mondo sporco. Era forse un’esagerazione, ma testimoniava un’ambizione, un’aspirazione.

Il Pasolini più profetico è quello che descrive e inventa nuovi termini per definire questo tarlo della società. E’ il Pasolini che parla degli effetti negativi del consumismo, della mutazione antropologica, dello svuotamento degli individui, della fine delle culture operaie e contadine, della colonizzazione del mondo ad opera della borghesia. Quest’analisi del capitalismo poteva convincere il Pci?

Coglie il limite della critica al capitalismo che allora portava avanti il Pci, basata più sulla quantità che sulla qualità. E’ anche logico che una grande organizzazione popolare dovesse rispondere in primo luogo ai bisogni materiali di grandi masse affamate e che l’attenzione ricadesse sullo sviluppo quantitativo, sulla produzione, sul cibo, il vestiario, la casa. Man mano che le rivendicazioni materiali venivano in qualche modo soddisfatte - anche se la società restava, come oggi, ingiusta - sorgevano anche istanze diverse, qualitative. E’ un problema permanente, ancora oggi aperto. La sinistra alternativa oscilla sempre tra una prospettiva quantitativa - più consumi e più sviluppo delle forze produttive - e la domanda sulla qualità, sul modello di sviluppo e di civiltà. E’ un problema che non ammette facili soluzioni. Si fa presto a dire "meno consumismo", ma si rischia di non vedere che sono i consumi popolari a ridursi. Le classi popolari fanno ancora fatica ad arrivare alla fine del mese e i loro bisogni materiali sono ancora lontani dall’essere soddisfatti in maniera dignitosa, dalla casa fino ai consumi culturali di libri. Pasolini, ad ogni modo, avverte questa contraddizione tra quantità e qualità. Si rende conto che non tutto può ridursi a quantità. Qui va riconosciuto un ritardo del Pci nell’acquisire come propria la battaglia per certi diritti elementari, per i diritti civili della persona, per la libertà della donna di decidere del proprio corpo. I recenti referendum sulla procreazione assistita dimostrano che questi diritti non possono essere considerati acquisiti neppure oggi. Il mondo cerca di andare indietro. Pasolini - forse proprio per la sua condizione, come allora si diceva, di "diverso", per le sue scelte sessuali difformi da quelle della maggioranza - sentiva più acutamente il bisogno di un’altra mentalità, di un altro modo di pensare, di altri rapporti tra le persone, di un altro modo d’amare e così via.

Nonostante Pasolini abbia posto problemi moderni come il controllo sui corpi e sulle culture, non ha mai avuto rapporti idilliaci con il movimento studentesco del ’68. Come mai?

Fa fatica. Nonostante tutto i suoi paradigmi culturali erano datati, relativamente parlando. Nella sua cultura gioca un ruolo importante la formazione cattolica, vissuta con profondità di sentimenti e con grandi risultati. C’era una distanza rispetto alla cultura che ispirava le rivolte giovanili e studentesche. Era una rivolta anti-autoritaria, libertaria, ma non coincideva con la libertà che aveva in mente Pasolini, una libertà dominata da istanze etiche che gli derivavano dalla sua formazione cristiana. Ecco perché giudicava gli studenti dei «piccoli borghesi», «figli di papà», a differenza dei poliziotti manganellatori figli poveri del Sud. Naturalmente il problema è complesso. Le motivazioni di fondo degli studenti non erano poca cosa, nessuno oggi ricorda cosa era il baronaggio nelle università, quale cappa oppressiva rappresentasse. Forse da parte del Pci e dello stesso Berlinguer c’è stato un limite di comprensione, ma si può dire altrettanto dei movimenti studenteschi.

Criticarono aspramente l’organizzazione del partito comunista, accusandolo di gerarchismo, ma a loro volta non crearono forme nuove di organizzazione politica, anzi hanno talora generato dei rivoli disastrosi. Pasolini aveva intravisto che i movimenti studenteschi non erano di per sé creatori di un nuovo mondo. C’era chi ti chiedeva di fare il socialdemocratico di destra e chi, invece, di fare la rivoluzione, tutta e subito.

Cosa rimane di attuale? Abbiamo bisogno ancora dell’immagine del neofascismo e della omologazione degli stili di vita per capire il degrado morale e culturale della nostra società?

Il berlusconismo in Italia e il rigurgito neocons negli Usa non sono macchiette. Non sono operette messe in scena da pochi cretini. I germi c’erano già all’epoca di Pasolini. L’Occidente ha elaborato una cultura - e una pratica economica - che esclude miliardi di persone. In quella sua vicinanza al sottoproletariato Pasolini andava ascoltato. E’ chiaro che quel mondo di borgatari era destinato a spegnersi. Ma era proprio in quel mondo che poteva osservare la mutazione antropologica. Man mano che anche gli ultimi nella società capitalistica vengono assimilati pur rimanendo in una condizione subalterna, diventano visibili gli effetti rovinosi della cultura dominante. Anche coloro che stanno in basso vengono assimilati e introiettano il modo di sentire di chi sta in alto e si considera superiore agli altri. Pensiamo al razzismo che si è venuto a creare in certe manifestazioni "plebee" della Lega. Ecco l’intuizione forte di Pasolini: di fronte al dramma del mondo l’Occidente si sarebbe chiuso in se stesso. Il processo di americanizzazione è proprio questo, anche colui che non ha quasi nulla crede di doversi difendere dal serbo, dal polacco, dal nero, dall’arabo, dall’immigrato che sbarca a Lampedusa. Da qui nasce la guerra e il progetto di dominio sul mondo. Pasolini aveva colto l’inizio di questo mutamento, all’interno di quelle borgate che erano state comuniste e che si convertivano a tendenze fasciste, al razzismo, all’odio per il diverso. Le periferie si trasformavano.

http://www.liberazione.it/giornale/queer/QR12D68D.asp