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Pasolini come Evola : Eroe antimoderno

mercoledì 2 novembre 2005

di Guido Caldiron

«Comunista e conservatore, internazionalista e profondamente innamorato della più gloriosa e umile Italia, peccatore e a suo modo cattolico». Nel breve ritratto che Giano Accame, uno dei protagonisti della cultura neofascista italiana, dedica a Pier Paolo Pasolini nel suo Una storia della Repubblica, sono già contenuti alcuni degli argomenti di interesse della destra per la figura del poeta assassinato nel 1975. "La sua voce si spense mentre stava sviluppando riflessioni controcorrente sui processi di omologazione sociale e nel costume realizzatisi sotto la spinta del "nuovo potere consumistico e permissivo"", aggiunge Accame che, formatosi adolescente nella Repubblica di Salò, è oggi uno dei riferimenti principali della "destra sociale" di Alleanza Nazionale.

E’ l’intellettuale "conservatore", il pensatore "controcorrente", in grado di scompaginare le abituali rappresentazioni della politica costruita sull’antitesi tra "destra" e "sinistra", quello che alcuni ambienti del neofascismo pensano di trovare in Pasolini. O meglio, è questo ciò che vogliono scorgere nella sua figura, sia sul piano politico che culturale.

In realtà non vi è stato incontro possibile tra Pasolini e il mondo dell’estrema destra italiana, all’epoca ancora profondamente impregnato di uno spirito nostalgico e violento. L’intellettuale subirà diverse aggressioni da parte di giovani neofascisti e, dopo la sua morte, si parlerà a più riprese - e fino alle recenti dichiarazioni di innocenza di Pino Pelosi, condannato per l’omicidio, che ha indicato in "tre sconosciuti" gli autori materiali dell’assassinio - del possibile coinvolgimento dell’estrema destra nella vicenda.

La "scoperta" di Pasolini da parte degli ambienti giovanili della destra avviene su un altro piano, quello della cosiddetta ricerca "metapolitica", inaugurata dai settori del Fronte della Gioventù legati a Pino Rauti fin dalla prima metà degli anni Settanta. Si tratta di un processo iniziato già nel 1968 ma che darà i suoi pieni frutti alcuni anni dopo la tragica morte del poeta friuliano, annunciando la progressiva uscita di una parte della destra dal ghetto della nostalgia mussoliniana.

Proprio le parole usate da Pasolini per commentare i fatti di Valle Giulia a Roma, per molti aspetti il punto d’avvio del Sessantotto, segnano uno dei primi segnali di interesse della destra per le tesi dell’intellettuale. «Uno dei pochi a capire la vera natura della battaglia di Valle Giulia fu Pier Paolo Pasolini che avvertiva fino in fondo l’alterità di quei giovani da sé e dalla sinistra di classe - scrivono ad esempio Luciano Lanna e Filippo Rossi in Fascisti immaginari - "Bella vittoria, dunque la vostra", ironizzava il poeta friulano scagliandosi contro i giovani di Valle Giulia in una poesia pubblicata su "Nuovi Argomenti": "Avete facce di figli di papà / vi odio come odio i vostri papà (...) Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo con i poliziotti».

Secondo la memoria interna al neofascismo, agli scontri di Valle Giulia avrebbero preso parte anche gli attivisti del Fuan-Caravella, il gruppo che riuniva i missini dell’Università di Roma e altri giovani vicini a Avanguardia Nazionale. Il ’68 avrebbe avuto all’inizio, secondo questa ricostruzione, più il carattere di una rivolta generazionale, che non quello di fenomeno sociale di rottura che si imporrà più tardi. Per questo la destra guardò con attenzione interessata alle parole di Pasolini. «Il poeta friulano - precisano infatti Lanna e Rossi - comprendeva meglio di altri, sia pure, magari, in modo viscerale e tutto emotivo, la vera natura del ’68, la sua irriducibilità agli schemi e ai valori dell’illuminismo progressista e, a maggior ragione, del marxismo».

«Dell’esistenza di un’anima non gauchiste della contestazione - scrivono ancora i due autori di Fascisti immaginari -, d’altro canto, c’erano già stati segnali di natura culturale. Proprio nel febbraio 1968 Julius Evola aveva mandato in libreria il suo libro L’arco e la clava, dove appariva un saggio di estrema attualità in quei giorni: "La gioventù, i beats e gli anarchici di destra"».

Senza arrivare ad affermarlo esplicitamente è proprio ad Evola, il filosofo della "tradizione" sulle cui opere si sono formate fino ad anni recenti generazioni intere di neofascisti, che si vorrebbe accostare, per un altro aspetto della sua opera, lo stesso Pasolini. Se da un lato, «deridendo l’antifascismo di maniera e il suo porsi di fronte a un avversario che semplicemente non esisteva più, Pasolini esortava a prestare attenzione, superando i vecchi schemi e le vecchie barriere linguistiche, alla "mutazione" profonda della società italiana e, soprattutto, alla trasformazione sociologica in atto - ribadiscono ancora Lanna e Rossi prima di citare un celebre intervento del poeta - "L’omologazione culturale (...) riguarda tutti: popolo e borghesia, operai e sottoproletari (...). Non c’è più dunque alcuna differenza apprezzabile, al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando, tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili». Dall’altro, questa stessa denuncia dell’omologazione nel segno del consumo e la polemica contro l’industrialismo e la modernità urbana, che avrebbero potuto aiutare secondo i neofascisti a rompere lo schema della dicotomia "destra/sinistra" restituendo piena cittadinanza nel paese agli eredi dell’esperienza fascista, rendevano agli occhi di questi ultimi Pasolini una sorta di eroe antimoderno, in grado di denunciare la deriva omologante della società industriale. La stessa contro la quale, ma datando "il problema" fin dal sorgere dell’illuminismo, si scagliava Jiulius Evola nel suo testo più noto, Rivolta contro il mondo moderno.

Questa lettura in chiave antimoderna da parte della destra, che è continuata fino ad oggi, valse tra l’altro a Pasolini una copertina della rivista rautiana Linea all’inizio degli anni Ottanta e un ampio dibattito sulle pagine del Secolo d’Italia, all’epoca ancora quotidiano del Msi, nel 1988, dopo un incontro dal titolo "Pasolini visto da destra", organizzato presso la sezione missina di via Acca Larentia a Roma. Dalle pagine del giornale del partito neofascista intervennero in quell’occasione Gennaro Malgieri, con un articolo intitolato "Pasolini e noi", Marzio Tremaglia, Silvano Moffa, "Il nostro Pasolini" e Umberto Croppi, già tra i leader dei giovani missini all’epoca della morte del poeta. L’intervento di Croppi, dal titolo "E se fosse reazionario? ", insisteva sul carattere "eroico" della sua morte, trasfigurato quasi in una sorta di Mishima. «Questa sua vita "scandalosa" - scriveva Croppi - Pasolini l’ha vissuta con disinvoltura e senza ipocrisia in quanto subiva sulla sua stessa pelle i problemi dei quali parlava, sui quali scriveva. E quindi la sua morte assume un valore eroico nel senso classico del termine». E’ perciò da preferire, aggiungeva Croppi «il tormento della "vita bruciata" di Pasolini a quella dello scorrere scialbo delle esistenze di tanti animosi amici, rivoluzionari da operetta!».

Forse ispirandosi alla medesima interpretazione della vita e dell’opera del poeta il presidente della Regione Lazio Francesco Storace annunciava, qualche mese prima della propria sconfitta elettorale, l’organizzazione di un premio letterario indetto per il trentesimo anniversario della scomparsa di Pasolini.

Giano Accame, "Una storia della Repubblica", Bur 2000

Luciano Lanna e Filippo Rossi, "Fascisti immaginari", Vallecchi 2003

Julius Evola, "Rivolta contro il mondo moderno", Edizioni Mediterranee 1978

http://www.liberazione.it/giornale/queer/QR12D68B.asp