Archivi : FR | EN | ES

Articoli dal 2022

Pasolini : ragazzi di vita della letteratura

mercoledì 2 novembre 2005

- Contatta l'autore

di Flavio Santi

Avevano al massimo una decina d’anni quando morì. O non erano neppure nati. I nuovi scrittori, quelli trenta e quarantenni, quelli cosiddetti "giovani", che rapporto hanno con Pasolini?

Mentre in altri campi il debito è molto forte (registi teatrali come Serena Sinigaglia o cinematografici come Garrone, Sorrentino, Papi Corsicato sviluppano varie ipotesi pasoliniane), nella narrativa e poesia di questi anni si può parlare di influenze dirette? Con la consueta sincerità guascona Marco Drago confessa: «Non ho mai letto una riga della sua poesia né dei suoi romanzi né ho mai visto uno dei suoi film. E così il 90% degli italiani». Tocca un tasto dolente Drago: purtroppo è vero che soprattutto la scuola (superiori e, turpe dictu, università!) ha fatto un pessimo servizio a Pasolini, relegandolo ai margini. Non lo si legge, né tanto meno lo si studia.

Ma se per molti è così, non lo è per tutti, e se si ha la caparbietà d’insistere un po’, si scopre che le nuove leve Pasolini l’hanno letto. E soprattutto amato. Cogliendone le molteplici sfaccettature. In ognuno di loro parla un Pasolini diverso, o per usare le parole di Tiziano Scarpa: «Si dice che oggi un Pasolini non c’è più. Ma invece c’è. E’ disseminato in alcuni intellettuali e scrittori». Tommaso Pincio lo considera «il più grande libero pensatore del Novecento». Roberto Bui, alias Wu Ming 1, alza il tiro riflettendo sulla reattività pasoliniana: «Questo trentennio ci ha restituito un Pasolini troppo ingentilito. Lui invece era uno cui saltava la mosca al naso, uno che poteva pure menarti, nulla da invidiare a Hemingway o Norman Mailer. Poteva inseguire un fascista per oltre un chilometro, prendere un tram al volo». «È stato l’autore inevitabile», chiosa Lorenzo Pavolini, fresco del secondo romanzo (Essere pronto, PeQuod), nonché coordinatore artistico del Progetto Petrolio di Mario Martone. Intere notti, interi anni ha passato Andrea Bajani (Cordiali saluti, Einaudi) a compulsarlo con avidità, «come sigarette fumate furiosamente». Ci spiega: «Mi ha insegnato a sconfinare, esorbitare da un ambito consentito, quello delle lettere, per provare a sporcarsi, a uscire dal consigliato agli addetti alle parole». Ancora Tiziano Scarpa: «Mi ha comunicato un’idea di scrittura totale che trova ogni volta la sua forma o addirittura la inventa. Oggi la sua idea di letteratura mi serve per attaccare l’alleanza ferale tra populismo e mercato».

Molto amate Le ceneri di Gramsci. «Ne esco pazza», ci racconta Valeria Parrella centrando il cuore pulsante della poesia pasoliniana: «Non perché mi sembrino poesia alta o buona nel senso ortodosso, ma perché trasmettono il senso di spreco dell’uomo e del cittadino, riferito ai tempi suoi e ahimè nostri». Poesia in forma di rosa e Trasumanar e organizzar sono altri due libri imprescindibili. «Raccontano l’impossibile modernizzazione di questo paese - nota Mario Desiati (Neppure quando è notte, PeQuod) -. Ci insegnano a sporcarci le mani con le borgate, la povertà. Ancora oggi la sua disperata vitalità viene vista con sospetto moralistico». È la «delicatezza nello strazio», come la chiama la poeta Elisa Biagini, che a Pasolini è arrivata dal cinema (La ricotta). Tragitto, quello attraverso i film, fatto da molti altri. Dalla stessa Parrella: «Nei film mitici come Edipo re, oppure in Uccellacci uccellini sa ridiscutere temi antichi e viscerali». O da Piersandro Pallavicini: «L’ho inseguito per anni, quando mi è stato possibile vederlo, a metà anni ’70 sulle tv private, confuso coi decameroni da due soldi, nelle sale d’essai, nelle prime videocassette, carissime». Molto meno battuti i romanzi romani, per i quali «vengono in mente autori più degli anni ’80 e ’90» rileva il critico Andrea Cortellessa, che aggiunge: «Mentre gli abbozzi dei romanzi "friulani", molto più interessanti pur nei loro squilibri, sono pochissimo letti». Petrolio è un discorso a parte: «Pochi scrittori hanno scritto il Libro come ha fatto Pasolini» (Scarpa); «Libro insopportabile e affascinante. E pericoloso. Mi sconvolse, dandomi un nuovo sistema di visione» (Leonardo Colombati).

Qualcuno ha talmente introiettato Pasolini da farne personaggio dei suoi libri. E’ il caso di Alberto Garlini che in Fútbol bailado (Sironi) immagina uno scenario alternativo per la morte del poeta. «La scoperta di Pasolini - ci racconta - risale alla sua morte, quando avevo sei anni. Ricordo benissimo la notizia, lo sgomento per i modi, indicibili a un bambino, della mattanza. Quella morte rappresenta l’archetipo dell’artista sacrificato alle leggi mimetiche del gruppo. A sei anni mi è rimasta dentro un’impressione forte, un corpo straziato, per la prima volta mi sono sentito in pericolo: è passato tanto tempo e continuo a sentirmi in pericolo». 2 novembre 1975: quella data ha segnato anche Piersandro Pallavicini: «Ne fui sconvolto e angosciato, mi sentii male, con il germe di pensiero, che razionalizzo solo adesso, che quel destino me lo sarei meritato anch’io».

Che poi la Sinistra l’abbia avversato, usato, mollato e riusato a scadenze varie (celebrazioni, decennali ecc.), spesso senza capirlo e assorbirlo davvero, ce lo dice Christian Raimo, mettendo l’accento sulle contraddizioni: «Pasolini è il feticcio dell’Italia sinistrorsa, la pietra dello scandalo in vendita alla coop, la faccia asciutta di un proletariato assorbito solo in foto di palestre». Gli fa eco Nicola Lagioia: «Attenzione! È la figura più facilmente strumentalizzabile di tutto il secondo 900». Ancora più duro Antonio Scurati: «La sua figura va sottratta a qualsiasi monumentalizzazione. Facciamone un uso selvaggio, persino violento. Continuiamo a essere con lui ragazzi di vita, almeno un giorno la settimana, un giorno all’anno».

Da questa veloce campionatura una cosa emerge, prepotente: che Pasolini è tornato a essere qualcosa di importante. Di fondamentale. Lo si chiami poi come si vuole, un «faro» (Pallavicini), un «uomo che ha vissuto sul serio» (Colombati), «imprescindibile» (Lagioia), un fatto è certo: è un punto di riferimento insostituibile. Giorni fa, da questo stesso giornale, Franco Berardi Bifo riconosceva che la sua generazione non seppe cogliere subito la forza dirompente di Pasolini. Ebbene, forse questa nuova generazione di scrittori è la prima, dopo lo stallo degli anni ’80 e ’90, a confrontarsi in maniera frontale e totale con la sua opera. Di buon auspicio per le sorti non tanto o solo della letteratura, ma soprattutto della società italiana.

http://www.liberazione.it/giornale/queer/QR12D690.asp

Messaggi

  • Roma, 13 ott. (Adnkronos) - A 30 anni dalla sua morte, Roma ricorda Pierpaolo Pasolini con tre mostre dedicate al grande scrittore friulano. Nell’ambito delle iniziative organizzate in occasione dell’anniversario, dal prossimo 21 ottobre, fino al 22 gennaio 2006, al Museo di Roma in Trastevere sono infatti in programma le esposizioni ’Pasolini e Roma’, ’Miracolo a Roma’ e ’La lunga strada di sabbia’.