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Perché votero’ Marie-George Buffet

sabato 24 febbraio 2007

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di Jean-Louis Sagot-Duvauroux, scrittore Tradotto dal francese da karl&rosa

Apprezzo la personalità di Marie-George Buffet, la forza e la chiarezza dei suoi propositi ed ho trovato positiva la sua azione ministeriale. La trovo più convincente di molti altri. Ma non é per questo che votero’ per lei.

Avrei preferito votare per chiunque altro, anche se meno competente, anche se meno sicuro di sé, se questo avesse permesso alla sinistra anticapitalista unita di dire forte e chiaro : un altro mondo é possibile.

Senza esserne membro, sono vicino al PCF ed ho quasi sempre votato secondo le sue raccomandazioni. A sinistra, é la forza più legata alle classi popolari della società ed apprezzo che i comunisti non si ammantino più del loro anticapitalismo per rifiutare l’azione giorno per giorno né per chiudersi alle alleanze a sinistra che la rendono possibile. Ma non é questo che mi spinge oggi ad impegnarmi per Marie-George Buffet.

Trovo infatti che il Partito comunista non é stato all’altezza, che si é fatto chiudere in logiche di apparato di cui deve radicalmente disfarsi se vuole ritrovare la fiducia del popolo e, semplicemente, sopravvivere.

Forza principale dell’arco anticapitalista, sarebbe stato comunque la componente operaia di questa campagna e ne avrebbe comunque raccolto i frutti. Ne avrebbe perfino tratto più vantaggi di altri se avesse saputo, anche a prezzo della candidatura di Marie-George Buffet, rispondere a quel che voleva la schiacciante maggioranza degli anticapitalisti : un mezzo semplice per dire insieme che un altro mondo é possibile.

La candidatura unica della sinistra anticapitalista doveva essere preferita ad ogni altra soluzione. Non é stato cosi’. Prima Lutte ouvrière, poi la Ligue Communiste Révolutionnaire, il Partito Cominista Francese ed ora José Bové, per non parlare degli scoraggiati che si rassegnano al « voto utile », cioé quello a Ségolène Royal fin dal primo turno, una dopo l’altra tutte le componenti di questa forza possente hanno deciso di andare alle elezioni per conto proprio. Tutti ce ne forniscono spiegazioni solide e plausibili, ma sono ragioni di apparato. Invece di mettere le loro risorse al servizio dell’unità voluta con tutta l’anima da un movimento di emancipazione solidale che ha dimostrato la sua forza, gli apparati ed il loro entourage hanno imposto la loro logica, anche se le manovre e la scelta voluta non sono le sole cause, anche se ci siamo lasciati attirare in molti nella trappola per debolezza e nostro malgrado.

Fra le debolezze c’é la vecchia illusione statalista che condividiamo d’altronde con l’insieme delle forze politiche, l’ipertrofia immaginaria del ruolo attribuito allo Stato ed al suo capo, con il « buon » programma » ed il « buon » personale di potere con la bacchetta magica. Lo Stato, i poteri diversi e spesso contrari oggetto di questa denominazione sono incontestabilmente un elemento importante dei rapporti di forza che decidono in ultima analisi ogni cambiamento. Lo Stato è il luogo dove si istituzionalizzano e si registrano importanti misure di emancipazione. Ma non é al di sopra del rapporto di forza, é interno ad esso. Ratifica, piuttosto che decidere. Non é « il » potere, ma « uno dei » poteri ed ognuno di questi poteri é oggetto di azioni diverse perché il principio democratico si imponga. Il lungo dibattito sul « migliore candidato » é profondamente impregnato di questa illusione statalista che finisce dappertutto per spingere le istituzioni democratiche verso il sisterma oligarchico che regna oggi grazie alla riproduzione quasi inalterabile degli ambienti e delle persone di potere : il « buon » candidato con, dietro di lui, il « buon » rapporto di forze, invece del buon rapporto di forze, di cui un elemento é il candidato. Il rapporto di forza c’era, quello del referendum sull’Europa e quello del movimento contro il CNE-CPE [contratti di lavoro precario, NdT], molto più potente delle briciole elettorali sperate da ciascuno dei nostri candicati in ordine sparso. Non abbiamo saputo aggiungervi l’elezione presidenziale e ci siamo sfiniti invano ad indebolirlo con il « miglior » candidato, perfino con il « miglior » programma. Il lavoro resta incompiuto.

Come si dice nel Mali, l’acqua versata non si recupera. Non andremo insieme, come ci sarebbe piaciuto, all’elezione presidenziale. E adesso, che fare ?

Il solo modo di riprendere la mano per i cittadini é quello di affermare il loro auspicio direttamente e senza imbrogli. Gli apparati sanno e possono cavarsela (più o meno bene, é vero). Si é visto che potevano, per esempio, rifiutare il metodo del voto e sostenere quello del consenso in nome dell’unità antiliberale e poi, quando faceva loro comodo, raccomandare il voto contro il consenso. Ma i cittadini non hanno questo potere. L’imbroglio e il calcolo non sono loro permessi. Il loro solo e vero potere, quando ci sono le elezioni, é quello di fare onestamente convergere i loro voti su una parola che é la loro. Sento intorno a me molti comunisti, anche con la tessera, perfino con responsabilità nell’organizzazione, arrabbiati perché il loro partito non riesce a produrre l’unità degli anticapitalisti. Ne vedo alcuni che, per punire il loro partito e punire se stessi di questa impotenza, invitano a votare per altri. Taluni pensano che un risultato storicamente basso sarà uno choc salutare. Altri si domandano se il crollo dell’apparato comunista non é una condizione necessaria per il rinnovamento del movimento solidale di emancipazione.

Facendo questo, credo che si mettono essi stessi nella logica di apparato di cui rimpiangono gli effetti.

Credo che, in tempi di confusione come questi, l’espressione del popolo debba essere semplice e chiara, che é il solo mezzo per i cittadini di riprenderer la mano in quella che, dall’epoca della Grecia classica, chiamiamo politica. Altrimenti la loro voce si perde e lascia campo libero ai proprietari del potere.

Nella costellazione delle personalità che rappresentano ormai l’auspicio di un altro mondo possibile, quella le cui posizioni concordano di più con quello che io desidero é Marie-George Buffet.
Nel settore di attività che conosco meglio, quello culturale, é quella che fa le proposte più conformi a quelle che credo buone. Ecco perché le daro’ il mio voto. E invito quelli che sono nella mia stessa situazione a non sottilizzare, ad unirsi semplicemente in questo modo per dare il massimo di forza a quello che vogliono.

Per le stesse ragioni, auspico che Olivier Besancenot, José Bové, Arlette Laguiller, dato che non hanno potuto o voluto convergere [su un solo candidato/a], uniscano intorno ai loro nomi il massimo possibile di quelli che si riconoscono nelle loro parole. Rifiutiamo cosi’ che si mettano, che ci mettano in concorrenza. Poi faremo la somma di quanto ci unisce : l’auspicio di un mondo liberato dal regno del denaro.

http://bellaciao.org/fr/article.php3?id_article=43484