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Perugia-Assisi, perché ci saremo

venerdì 9 settembre 2005

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di Gennaro Migliore

Tocca ancora una volta al movimento pacifista riprendere corpo e parola per contrastare la sempre più devastante spirale tra guerra e terrorismo. Abbiamo vissuto mesi di angoscia e di violenza che, se possibile, hanno aumentato le sofferenze dei popoli vittime delle guerre e del terrorismo, costretti a subire fino nei più intimi anfratti della propria esistenza l’aberrante successione di bombardamenti, attentati, torture, rapimenti e stragi che hanno riempito di macabra contabilità dell’orrore il quotidiano le nostre vite.

Una cosa è certa. In Iraq non si può rimanere un giorno in più. Prima l’aggressione armata e poi l’occupazione militare stanno devastando il paese. Come pure è sotto i nostri occhi, che la guerra non è finita e con essa la pratica dell’intervento militare come la norma nelle aree di crisi. Dalla permanenza dell’occupazione irakena alle scorribande armate della Guardia nazionale a New Orleans.

La prossima marcia Perugia-Assisi è, ancora una volta, l’occasione dove il grande e vario movimento pacifista può incontrarsi di nuovo. E agire. E’ sempre stato il movimento, quello che si dipanava per i 23 chilometri della marcia, che ha dato tono e contenuti all’azione politica della manifestazione. Sono state le contestazioni all’allora presidente del consiglio D’Alema (fatte dai boy scout e non da qualche pericoloso estremista), quelle che hanno scritto nella coscienza collettiva le tre parole che i pacifisti sempre aggiungono al ritiro immediato dall’Iraq: mai più Kossovo. Sono le centinaia di migliaia di bandiere arcobaleno che hanno attraversato il cuore dell’Umbria pacifista e nonviolenta di Aldo Capitini, insieme alle oceaniche manifestazioni di Roma del 2003 e del 2004, quelle che hanno imposto alle opposizioni il voto contrario alla prosecuzione della presenza italiana in Irak. La Marcia, lo è sempre stata e anche il prossimo 11 settembre sarà così. Perché è, per vocazione e per necessità, un punto di incontro e non un raduno identitario. Ed è dalla sua composizione, dalla sua "massa critica"e dai suoi mille colori che dipenderà la sua forza.

Quest’anno gli organizzatori ci hanno chiesto di rispondere ad un lungo ed articolato appello nel quale si chiedono molte cose. E’ noto che la Tavola della Pace, che sempre convoca la Marcia, è un’organizzazione composta da enti locali e strutture associative la maggior parte delle quali difficilmente potrebbe essere annoverate nel campo della sinistra radicale. Eppure a noi l’appello è sembrato largamente condivisibile. Vorrei citare, ad esempio, uno dei punti della piattaforma che dice: "ritirare le nostre Forze armate dall‘Iraq e da tutte le missioni militari realizzate in violazione dell‘art. 11 della nostra Costituzione e della Carta dell‘Onu, ridurre le spese militari e il commercio delle armi, promuovere il disarmo e la riconversione dell‘industria bellica". Una dichiarazione del genere vorremmo davvero che fosse scritta a chiare lettere nel prossimo programma dell’Unione, visto che, pur avendo trovato l’unità sul ritiro dall’Iraq in Parlamento, siamo rimasti soli a votare contro le missioni in Afghanistan e Kossovo. Come pure è importante la denuncia del fallimento delle "cosiddette guerre al terrorismo" (cito ancora dall’appello) che il terrorismo vero hanno contribuito ad aumentare di intensità e pervasività.

Inoltre, credo sia giusto, e non un semplice diversivo buonista parlare di povertà e miseria. So bene che può essere un terreno scivoloso, ma non per questo possiamo dimenticare le guerre economiche che precedono, accompagnano e seguono sempre quelle militari come il corredo sempre presente della moderna globalizzazione capitalistica. Dipende da quale chiave di interpretazione e di azione politica si adotta.

L’esperienza più recente mi riporta ad Edimburgo, in occasione della contestazione al G8. Anche in quel caso le grandi Ong moderate avevano convocato una manifestazione che qualche critico, e tra questi soprattutto alcuni esponenti del movimento italiano, avevano rubricato nell’agenda delle manifestazioni "finte". Eppure il movimento ha ribaltato, pur sfilando rigorosamente in maglietta bianca, i propositi di "sostegno" indiretto all’operazione di Blair, fino al punto di oscurare politicamente la vera operazione di mistificazione di "Sir" Bob Geldof con il Live8. I compagni della Stop the war coalition (la parte più radicale del movimento d’oltremanica) erano lì e i contenuti radicali erano diventati la cifra della contestazione al G8 della guerra e della miseria. L’11 settembre sentirò forte e autorevole il nero delle donne che da decenni ci insegnano la lotta nonviolenta contro l’occupazione criminale della Palestina. E non sentirò come un peso il bianco della maglietta che avrò indosso. Semplicemente lo aggiungerò al rosso ed ai colori dell’arcobaleno, quelli che non lascio mai a casa.

http://www.liberazione.it/giornale/050907/LB12D6E6.asp