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Prodi e TAV

martedì 14 febbraio 2006

di Viviana Vivarelli

Si ha l’impressione che l’Unione non abbia fatto una riflessione abbastanza seria sulla mobilita’ italiana, presa come problema globale e in un quadro di valori democratici.

Lo indica il modo maldestro e autoritario con cui ha trattato la TAV in Valsusa, dalla segreteria DS, alla governatrice del Piemonte Bresso, al sindaco di Torino Chiamparino e persino alla CGIL.

E ora abbiamo la sgradevole impressione che Prodi, se eletto, si limitera’ a riprendere in modo acritico il progetto di Lunardi, che tanto viene contrastato dalle popolazioni locali come inquinante e altamente pericoloso nonche’ distruttivo dell’economia della valle e dai costi stratosferici.

Eppure lo stesso progetto di TAV sarebbe accolto bene da altre popolazioni in altri luoghi come il San Gottardo o il Brennero o la Liguria, che non hanno i rischi della Valsusa e con opere assai meno costose.

Bene il punto del programma in cui si da’ la “priorità all’integrazione con le grandi reti europee", ma lo stesso programma prevede solennemente che le Grandi Opere siano previamente discusse con le popolazioni locali e fa riferimento al Gottardo e al Brennero ma senza indicare per esse il termine TAV.

Adesso sembra che Prodi si impunti proprio sulla TAV e non e’ chiaro se con cio’ parli implicitamente della Valsusa.

Prodi ha dato un secco No al ponte di Messina, sembra conservare lo sciagurato progetto Mose, intende portare a termine il potenziamento della Salerno-Reggio Calabria, rendere piu’ efficienti i porti di Gioia Tauro, Cagliari e Taranto, e costruire altri rigassificatori, ma sulle richieste della popolazione della Valsusa non e’ stato chiaro, per cui non si comprende, al momento, se il tracciato contestato potrebbe subire una variazione piu’ tranquillizzante, come e’ accaduto spesso per altre opere italiane.

E’ urgente che il nostro paese faccia un passo avanti in ordine alla mobilita’, sia delle persone che delle merci. La politica sin qui fatta in Italia negli ultimi sessanta anni e’ stata dettata dall’avv. Agnelli, e volta a incrementare la costruzione di autostrade per acquisto di nuovi veicoli, cosi’ da spostare tutto il traffico, di persone e merci, su strada, abbandonando a un degrado crescente il treno e senza mai considerare le vie di mare che pure, nel caso Italia, sono notevolissime.

Oggi il problema crescente dell’estinzione del petrolio e della speculazione dei grossi gruppi petroliferi rende sempre meno conveniente la mobilita’ su gomma.

Il nostro paese ha sforato ogni soglia di inquinamento prevista, trasgredendo a quel protocollo di Kioto di cui pure era firmatario, e nelle citta’ il traffico rischia ormai la paralisi.

Gli incidenti su strada sono diventati ormai una vera guerra non dichiarata con le sue vittime. Nel 2003 si ebbero in Italia 225.141 incidenti, con 6.015 morti e 318.961 feriti con un costo sociale di 35.464 milioni di euro, il 2,7% del PIL.
Nel 2004, in leggera diminuzione, 224.553 incidenti con 5.625 morti e 316.630 feriti.
Ogni giorno ci sono 614 incidenti stradali con 15 morti e 867 feriti, e il costo di tutto questo e’ insostenibile.

D’altro canto le ferrovie italiane, sotto la conduzione di Stanca, sono arrivate a livelli da Terzo Mondo: carrozze sporche e fatiscenti, manutenzione quasi azzerata, impianti di condizionamento che non funzionano, incidenti e deragliamenti continui, ritardi cronici, intercity soppressi, binario unico...
L’insoddisfazione dei viaggiatori porta a continue rivolte. Se il vanto del primo Duce fu quello di far arrivare i treni in orario, uno degli smacchi del secondo Duce e’ stato di aver quasi paralizzato le ferrovie italiane.
Parlare di TAV in queste condizioni appare come una bestemmia, come parlare di caviale nella casa di un affamato.

L’Italia e’ agli ultimi posti della mobilita’ europea e, trattandosi di un paese con economia in crisi, ad alto tasso turistico, circondato dal mare e in posizione strategica, il disastro delle ferrovie e la pochezza dei porti risultano oltremodo sciagurate.

Ha ragione Prodi nel dire che dobbiamo investire nella mobilita’, sia perche’ senza di essa non esiste turismo, industria, risparmio energetico, sicurezza.
Ha torto se dovesse pensare che scegliere le vie piu’ costose ed osteggiate dalla popolazione fosse la soluzione migliore.

Lo spostamento delle merci al treno e alle vie d’acqua significherebbe un 25-30% di risparmio energetico. Ma per questo occorre un piano integrato di grande respiro che riguardi tutta la mobilita’, anche quella ordinaria, alleggerendo in modo mirato le zone piu’ trafficate, mentre la TAV in Valsusa e’ un progetto isolato, non collegato, e cosi’ costoso da immobilizzare le ferrovie italiane per almeno 15 anni senza ammortamento possibile.

L’allaccio al corridoio 5, se pure lo si debba fare (e non sia preferibile l’andamento nord sud delle merci e non quello est ovest verso la Russia), puo’ essere risolto con una soluzione meno costosa che lasci possibilita’ di intervento su tutte le linee ferroviarie, venendo incontro ai pendolari che soffrono gravissimi disagi e alla popolazione interna e turistica che non userebbe certo la TAV che e’ per le sole merci.

Il progetto TAV (treni alta velocita’) e’ vecchio di 15 anni, nacque solo come trasporto veloce delle persone (vedi la Napoli-Bologna), poi i governi di centro-sinistra lo cambiarono in alta capacita’, per persone e merci (Torino-Lione).
Il problema non sono i viaggiatori, i quali viaggiano meglio con l’aereo, ma le merci, e qui noi siamo fuori dai parametri europei.

Gli altri paesi portano su ferro il 25-30% delle merci, noi il 12, con conseguente aumento energetico, inquinamento e pericolo.
La sinistra ecologista, gia’ 15 anni fa, aveva chiesto il raddoppio di tutte le linee ferroviarie, una per i passeggeri, l’altra per le merci, meglio adatta all’orografia del paese, meno costoso e piu’ pratica e diffusa sul territorio.
Ma quel progetto piu’ intelligente, su cui si e’ discusso per anni e’ stato accantonato.

Non ci resta che sperare due cose: che ci sia un tavolo serio in cui ascoltare con piu’ serieta’ le comunita’ locali affinché ci sia una democrazia nei fatti e non solo nelle parole, e che la mobilita’ del paese sia migliorata in un progetto globale e integrato e non con spese gigantoidi per spezzoni isolati di cui non si vedono ne’ i collegamenti ne’ i vantaggi, ma solo la speculazione di grandi gruppi costruttori.

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