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RAGAZZI DI VITA, di Pier Paolo Pasolini

mercoledì 3 novembre 2004


di Enrico Campofreda

Polvere e fame. Sogno e desiderio, ma anche degrado e violenza. Questi gli ingredienti
principali di ‘Ragazzi di vita’, primo dei pilastri letterari di quell’elegia
che Pasolini dedica al mondo delle borgate romane; l’altro sarà ‘Una vita violenta’ più i
due film ‘Accattone’ e ‘Mamma Roma’.

Violenza dell’ambiente piuttosto che dell’anima, nessun protagonista del romanzo,
nessun ragazzo di vita può essere considerato crudele, anche i personaggi più torbidi
appaiono chiaramente delle vittime, come i vinti del mondo naturalista o i borderline
della letteratura contemporanea.

Si mostra un popolo abbietto, a tratti macchiettistico nella sua ignoranza, costellato di dolore, attento innanzitutto ai propri bisogni e tutt’altro che nobile d’animo. Ma vivo e incontaminato.
In loro il giovane intellettuale bolognese, trapiantato prima in Friuli e giunto nel dopoguerra nella capitale, vedeva quell’ingenuità primordiale, quella semplicità degli umili da cui si poteva ripartire per segnare i valori d’un nuovo modo di vivere.
Affascinato da quella “stupenda e misera città, che mi hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini” (“Il pianto della scavatrice”) Pasolini ne esalta le plebi. Nei caseggiati popolari di via Zabaglia “dove si consuma l’infido ed espansivo dono dell’esistenza” (“Le ceneri di Gramsci”) si sente a casa sua. E sempre nel canto VI di quella splendida lirica pennella il suo leopardiano “Sabato del villaggio” con il rientro serale in quelle case vicino ai tufi del Macello dove, pur fra odore di miseria, non la vita ma una sopravvivenza animalesca - forse più lieta della vita - pulsa.

Eppure già negli anni che precedono il ‘boom economico’, che trasformerà l’Italia e gli italiani, si profila un futuro dove lo stesso sottoproletariato va perdendo quella spontaneità da ‘buon selvaggio’ rousseauiano che tanto attraeva lo scrittore.
Nel passaggio dall’essenza rurale della metropoli racchiusa nella borgata che usciva dalla guerra e l’avvento del cosiddetto benessere marchiato di consumismo, giunge anche una mutazione genetica. E il grande sogno pasoliniano del riscatto delle plebi svanisce miseramente.

Le strade polverose diventano d’asfalto, il tugurio si trasforma in edificio e con la ‘civiltà della palazzina’ il sottoproletario prende casa, il ‘palazzinaro’ prende soldi e potere. Nella sua ricerca di riscatto dalla povertà anche il ragazzo di vita è abbacinato dal denaro e lo insegue con ostinazione perché come il borghese entra nella perversa logica consumista.

Quando s’accorge di questo Pasolini lancia il suo grido di dolore contro la civiltà corruttrice che “decide di preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto” ma resta da solo. Il conformismo dilaga e l’omologazione segue a ruota: i ‘ragazzi’ come il resto del popolo non riescono a resistere ai richiami delle mode prepotentemente diffusi dai media, televisione in primis.

Stride come quella società edonistica e quasi spensierata, consumistica e adorante il ‘dio denaro’ dopo l’uscita e i consensi del romanzo gli lanciasse contro una crociata di censura per presunta oscenità. “Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta l’amico come incerto... Ah che cieca fretta nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera. Il lume del mattimo fu lume della sera: subito me ne avvidi. Era troppo vivo il marròn dei suoi occhi, falsamente giulivo... Mi disse ansioso e mite la notizia. Ma fu più umana, Attilio, l’umana ingiustizia se prima di ferirmi è passata per te“. Sono i pensieri in versi con cui l’autore ricorda l’annuncio datogli dall’amico-poeta Bertolucci del processo intentatogli.

Naturalmente si tratta d’una contraddizione solo apparente: dietro il boom, il rilancio dell’economia e le spinte al rinnovamento del Paese s’era consolidata una mentalità moraleggiante e reazionaria che faceva leva su quello stato paraconfessionale fomentato da una parte della gerarchia cattolica, sui nostalgici di monarchia (il partito di Covelli) e del fascismo (il Msi del repubblichino Almirante) che fungevano da substrato del conservatorismo nazionale fuori e dentro la Democrazia Cristiana, il partito che stabilì un Regime.

Negli anni il lavoro dell’intellettuale sarà una spina nel fianco di questo mondo bigotto e ipocrita, untuoso e aggressivo come i potenti descritti nel romanzo “Petrolio” pubblicato post mortem. Le campagne lanciate dal neofascismo romano, alle dirette dipendenze di Almirante, contro l’omosessualità del poeta fecero da preludio al suo assassinio organizzato servendosi proprio di elementi del sottoproletariato, come documenta l’ottimo film di Marco Attilio Giordana “Pasolini, un delitto italiano”.

TRAMA

La narrazione ruota attorno a Riccetto e a un gruppo di amici che vivono il passaggio dall’adolescenza alla prima gioventù in una Roma in trasformazione. Le vicende corrono dall’estate del ’43, quando anche la capitale conobbe le piaghe della guerra con la fame che attanagliava il popolo, sino ai primi anni Cinquanta. Ognuno s’arrangia come può, espropriando e accaparrando merce d’ogni genere: copertoni, tubi, forme di formaggio, ferro. A Monteverde nel deposito della Ferro-Beton, storpiato in romanesco in Ferrobedò, si va ad attingere materiale, svicolando i controlli di tedeschi e milizia fascista. Riccetto, Marcello, Agnolo e un’agguerrita brigata di ‘pischelli’ che abita attorno ai casermoni di Donna Olimpia trascorrono le giornate arrangiando l’esistenza.

Le vicende sono un susseguirsi di spaccati di vita popolare a cominciare dal bagno nel Tevere dal celeberrimo Ciriola, una chiatta posta fra i ponti Sisto e Mazzini. Lì c’è er Mondezza, che si fa i muscoli sollevando pesi, mentre lo Spudorato, Pallante, Ercoletto sfoderano abili tuffi in un’acqua tutt’altro che attraente: ”l’acqua qua e là ristagnava piena di rifiuti che si muovevano appena”. Giggetto, er bagnino, non li sopporta e li vorrebbe vedere tutti affogati.

Nel suo peregrinare cittadino per sbarcare il lunario Riccetto incontra e s’unisce a un napoletano che pratica il gioco-truffa delle tre carte. Coi soldi rimediati, di cui si vanta con gli amici, gli viene offerta da costoro un’avventura con una certa Nadia, loro conoscente. A consumare l’incontro da postribolo vanno a Ostia. In cabina. Nadia era una che aveva ”pezzi di ciccia lucidi e tirati che parevano gonfiati con la pompa” e le sue chiappe “uscivano dalla sedia dell’Arenula o del Farnese spampanate che parevano la coda d’un pitone”. L’autore si diverte nel riportare frasi d’una comicità naturale: “aveva un capoccione che se un pidocchio c’avesse voluto fare un giro intorno sarebbe morto di vecchiaia”, “pe’ fasse venì i ricci quello se fa scureggià ‘n faccia”.

Riccetto - che dopo il crollo dell’edificio di Monteverde dove abitava con altri sfollati s’è trasferito a Tiburtino III - frequenta Ponte Mammolo, Pietralata, i Monti der Pecoraro, incontra e si lega a nuovi compari. Insieme ar Caciotta fregano il portafoglio a una donna, poiché la grana è fonte d’ogni piacere, sono su di giri ma fanno i ‘gaggi’ e mostrano il portafoglio gonfio agli amici. Così Amerigo, un truculento figuro, li costringe a prestargli denaro per giocare in bisca. Lui puntualmente perde e ne chiede ancora. Riccetto e l’amico obbediscono: non possono fare altrimenti. Ma quando Amerigo morirà ferito dalla polizia che gli aveva sparato, Riccetto andrà al suo funerale, non portandogli nessun rancore.
Così fra le bicocche dell’Acqua Santa, che ancora esistevano alla fine sei Sessanta, e quella “Shangai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi cantieri, gruppi di palazzoni, marane” posta fra porta Furba e la Borgata degli Angeli, Riccetto e Lenzetta, uno di Torpignattara che bazzicava il Tuscolano, vanno per cavoli fiori insieme a un vecchio. ”Nun c’è da meravijasse tutti rubbano” affermano cercando di rincuorare l’uomo che si schermiva, meglio quello che “capà monnezza” una condizione di totale disperazione.

In vite così marginali e disperate la fine di tutto, la morte, è sempre dietro l’angolo. Può accadere quando ognuno meno se l’aspetta. Così per Marcello colpito dal crollo dell’edificio di Donna Olimpia e poi deceduto all’ospedale. Così per Genesio che prova ad attraversare l’Aniene all’altezza della fabbrica di varechina, dove c’era una ”schiuma gialla formata da migliaia di sputi”. Riccetto assiste alla tragedia ma stavolta non può fare nulla. Non può salvare il ragazzo com’era accaduto con la rondine sotto a ponte Sisto. Quasi piange però dopo un po’ “taja”, cioè va via per non trovarsi nei guai. “Je vojo bbene a Riccetto, sa!” afferma forse più realistico che meschino.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Pier Paolo Pasolini (Bologna 1922/Roma 1975), scrittore, poeta, saggista, regista italiano.

Pier Paolo Pasolini, “Ragazzi di vita”, Garzanti, Milano, 1976. Introduzione di Alberto Moravia.

Bibliografia critica sull’autore:

Gian Carlo Ferretti, Letteratura e ideologia, Editori Riuniti, Roma, 1964.

Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, Roma, Samonà e Savelli, 1965.

Enzo Siciliano, Prima della poesia, Firenze, Vallecchi, 1965.

Giuliano Manacorda, in Storia della letteratura italiana, Roma, Editori Riuniti, 1967.

Carlo Salinari, in Preludio e fine del realismo in Italia, Napoli, Morano, 1967.

Ferdinando Camon, in La moglie del tiranno, Roma, Lerici, 1968.

Gian Carlo Ferretti, La Letteratura del rifiuto, Milano, Mursia, 1968.

Angelo Guglielmi, in Vero e falso, Milano, Feltrinelli, 1968.

Geno Pampaloni, in Storia della letteratura italiana - Il Novecento, Milano, Garzanti, 1969.

Carlo Lazagna, Pasolini di fronte al problema religioso, Bologna, Ed. Devoniane, 1970.

Paolo Volponi, Pasolini maestro e amico in Perché Pasolini, Guaraldi, Firenze, 1978.

Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano, 1978.

N. Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi, Torino, 1989.