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Ricostruzione storica e ricostruzione giuridica oltre le immagini del G8

lunedì 11 aprile 2005

Chi c’era sa e chi sa racconta

di Tiziano Checcoli

Quello che solitamente vien fatto di pensare quando ci si confronta con lo strumento conoscitivo dell’immagine, sia essa una fotografia o un filmato, è che ci si trovi di fronte a un elemento immediato di rappresentazione della realtà; questo è, perlomeno, ciò che ci suggerisce il senso comune.

Si tende a ritenere che, a differenza di ogni altro mezzo di percezione del reale, una foto o un film si limitino a riportare fedelmente un fatto, o una serie di fatti, con una fedeltà tale da costituire una via sicura attraverso l’insidioso spazio dell’interpretazione soggettiva, facendoci giungere “puri” alla conoscenza oggettiva degli accadimenti. Da ciò deriva la particolare rilevanza che questi strumenti assumono in quella sede privilegiata di scoperta e definizione del reale che nella realtà dello Stato è il procedimento giudiziario.

Una foto, un filmato, addirittura un riconoscimento personale, possono costituire - e non di rado costituiscono - una “prova” di ciò che è avvenuto. Ciò che si è visto, o ciò che è ancora visibile in ogni momento perché fissato su una pellicola, ferma una volta e per sempre l’evento, che va soltanto qualificato attraverso un giudizio. Si è portati a pensare, per dirla in altro modo, che il classico paradosso kafkiano sia una volta per tutte superato: quel giudice che non può mai essere “giusto” - perché per conoscere veramente i fatti e giudicarli deve esserne parte, perdendo così imparzialità, e perché per essere veramente imparziale deve esserne esterno, non potendo però veramente conoscerli per giudicarli - sembra poter ora uscire dal circolo vizioso e passare oltre. Grazie all’immagine.

Eppure, se dal senso comune si è costretti a muovere, per forza di cose, da esso si dovrà allontanarsi, prima o poi, per giungere a un’interpretazione quanto più possibile “corretta” della realtà. E il primo passo per allontanarsene, forse, è quello di abbandonare la certezza per cui le immagini sarebbero strumenti di conoscenza immediata, assumendo invece che anch’esse siano frutto di una ineliminabile mediazione. Questa, com’è ovvio, può presentarsi sotto varie forme: la scelta, più o meno consapevole, del cosa immortalare, che nasconde in sé un’altra scelta fondamentale; non si può ragionevolmente pensare, infatti, che chi si accinge a riprendere con uno strumento qualsiasi una serie di fatti con fini, per così dire, documentaristici, si ponga autonomamente in una condizione “schizofrenica” in cui sussista una perfetta scissione fra il soggetto che documenta il reale e quello ‘diverso’ e successivo che vuole esprimere con quel documento un concetto o un’interpretazione del reale stesso secondo precise categorie. È ben più ragionevole pensare che già al momento della scelta sia già presente un’idea circa il suo scopo, una sorta di progetto iniziale da realizzare.

In secondo luogo, un’ulteriore mediazione si individua nella fase del come immortalare l’oggetto prescelto: sul che non è certo il caso di ricordare come ogni espediente tecnico o tecnologico o artistico possa evidentemente incidere sul risultato finale e sulla determinazione dell’immagine come mezzo di conoscenza. In terzo luogo, si dovrà considerare il contesto in cui i fatti fotografati sono avvenuti, tenere di conto i presupposti e le contingenze del momento. Infine, evidentemente, si inserisce la fase dell’interpretazione di questo risultato finale: posto quanto precede, infatti, si converrà che ciò che si ha di fronte non sia un elemento neutrale e oggettivo ma un ‘prodotto’ del soggetto che lo ha creato.

Il carattere immediato dell’immagine viene escluso. Se questo è vero, quando l’indagine storica, come accade negli episodi del G8 di Genova, è aiutata da immagini, non trova in realtà in esse un aiuto decisivo, o un percorso certo verso un’interpretazione corretta, ma va, allo stesso modo di sempre, vagliata e interpretata, facendo leva su una pluralità di elementi ricostruttivi delle vicende. Quando poi di immagini non se ne hanno, o quasi, come accade per i fatti di Parigi del ’61, il risultato sembra essere quello di un insieme di elementi di conoscenza inferiori rispetto al caso precedente, che però non pone differenze sostanziali sul piano dello percorso per giungere alla ricostruzione dei fatti e, infine, a un giudizio che sia anche politico sugli stessi.

Una premessa metodologica, se si vuole, di questo tipo non vale tanto quale codice deontologico del “buon documentarista”, per potersi vantare della propria onestà intellettuale; piuttosto potrebbe essere tenuta presente al momento in cui ci si confronta con quelle tendenze mai sopite di rivedere e reinterpretare dei fatti storici con precise volontà repressive e revisioniste proprie di ogni Ordine Costituito. A Genova, in quei giorni, è successo ciò che chi c’era sa; chi non c’era, lo conosce attraverso i racconti dei presenti e attraverso le esperienze di mille situazioni analoghe in cui si è trovato chiunque abbia scelto la manifestazione diretta e spregiudicata di una posizione alternativa allo status quo.

Il problema è adesso di confrontarsi con quella ricostruzione ex post sulla base della quale si darà un giudizio in un aula di tribunale su determinate persone, su un determinato movimento e le sue idee. Di fronte a questo, il rischio di cadere sul terreno della lotta fra le immagini provenienti dalle fazioni opposte è reale; si rischia cioè di lasciare la ricostruzione dei fatti e del loro significato a una gara fra chi ha più immagini, meglio coordinate e montate, tralasciando tutto il resto. Quasi come se chi è stato a Genova, o chi ha parlato con le vittime della repressione di Parigi del ’61, potesse accettare di definire il proprio giudizio su quegli avvenimenti in base alla bravura degli operatori della Digos o dei mediattivisti in piazza.

Se questo è in fin dei conti ciò che accadrà in tribunale nel processo sul G8 (almeno sul piano della ricostruzione del fatto, ma per fortuna esiste ancora la fase della corretta qualificazione dei fatti in diritto), non si può accettare che questo metodo si imponga anche sul piano del giudizio morale e politico nella società. E allora, ciò che si diceva sulla non immediatezza delle immagini, sarà da tener presente in quella sede, davanti ai giudici, per non consentire che una ricostruzione arbitraria attraverso filmati accuratamente scelti e selezionati sia decisiva ai fini del giudizio e, fuori di là, perché quell’arbitrio non oltrepassi le porte del tribunale e riesca a definire davvero ciò che è stato, trasformando un omicidio in una legittima difesa e un’insurrezione in un saccheggio. Ancora una volta si tratta di opporsi alla riscrittura della storia dei movimenti attraverso i processi di tribunale.

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