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Rileggere Pasolini : “Il discorso dei capelli”

giovedì 4 agosto 2005

di Enrico Campofreda

Non tanto per ricordarlo: non l’abbiamo mai dimenticato né per tornare da lui: non s’è verificato alcun abbandono. Riproporlo sì, avvicinare ancora le opere di quel grande intellettuale che è stato e che un odioso crimine ha sottratto prematuramente all’Italia e alla cultura internazionale.

S’è detto e ripetuto che si è trattato d’un crimine politico, ideologico, culturale, il lavoro cinematografico di Marco Tullio Giordana “Pasolini un delitto italiano” compie una ricostruzione dei fatti che molto s’approssimano alla verità e rammenta le responsabilità dirette, il controverso verdetto del processo e l’omertà del Potere. E la stessa omertà di coloro che, pur non identificandosi col Potere, vedevano nel poeta un uomo estremamente scomodo. Una coscienza critica della società e degli schieramenti politici, nessuno escluso, che era meglio emarginare.

Rivisitiamo parole, idee, verità, opinioni di questa mente libera e lirica che, attraverso sensibilità e percezione profonde, ci porta alla comprensione di uomini e cose del vivere quotidiano. Il suo straordinario intuito gli faceva cogliere con un trentennio d’anticipo quella realtà oggi sotto gli occhi di tutti.

Ci affidiamo alla sua raccolta civile più dibattuta e contestata: “Scritti corsari” proponendo passi da alcuni fra i brani più noti e significativi.


7 gennaio 1973 “Il discorso dei capelli” (sul Corsera “Contro i capelli lunghi”)

“La prima volta che ho visto i capelloni è stato a Praga” esordisce nel suo scritto Pasolini per ricordare come quella manifestazione estetica giovanile - erano i ragazzi a farsi crescere i capelli sino alle spalle - fosse un linguaggio con cui si testimoniava l’appartenenza alla categoria prima beat poi hippies.

Queste mode davano ai ragazzi un’aria un po’ ribelle: i beat facevano gruppo attorno a tendenze musicali, rifiutavano i valori di patria, famiglia, lavoro secondo i tradizionali schemi borghesi. Il gruppo musicale italiano dei Nomadi in “Dio è morto”, un pezzo di Francesco Guccini, cantava: “... M’han detto, che questa mia generazione ormai non crede, in ciò che spesso ha mascherato con la fede, dei miti eterni della patria e dell’eroe perché è venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità: le fedi fatte di abitudini e paura, una politica ch’è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”. Era il millenovecentosessantotto.

Gli hippies praticavano addirittura la vita comune, l’amore libero, teorizzavano l’uso di sostanze stupefacenti, puntavano ad affrancare i bisogni dell’individuo, molti fra loro erano musicisti, poeti, artisti tout court. Quei capelli lunghi, come sottolinea Pasolini, dicevano “La civiltà consumistica ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà attraverso il rifiuto, e la critica verso la nostra società è totale e intransigente”.

Col 1968 in Europa i capelloni si politicizzarono, entrarono a far parte del Movimento Studentesco. Rappresentavano idee nuove e progressiste e dal silenzio passarono ad un uso del linguaggio verbale in molti casi sopra le righe con urla e slogan. Col tempo parecchi caddero in un verbalismo incendiario, retorico, improduttivo. Pasolini sostiene che a un certo punto “il linguaggio dei capelli non esprimeva più cose di Sinistra, esprimeva qualcosa di equivoco, Destra-Sinistra che rendeva possibile l’uso di provocatori”.

Iniziavano gli anni Settanta e questo fenomeno solo un decennio prima era impossibile. I giovani antifascisti che nel luglio ’60 a Genova assaltavano il Congresso del Msi difeso dalla Celere di Tambroni vestivano con semplici e coloratissime magliette a strisce, che non era una divisa, ma non poteva nemmeno essere l’abito d’un fascista, pur proletario che fosse.

In quel lasso di tempo - dieci anni - le cose erano profondamente cambiate e la
società dei consumi stava raccogliendo i frutti d’una tendenza omologatrice con la Destra e la Sinistra che subivano una sorta di “fusione fisica”. Chi apparteneva a un’area socio-politica poteva ormai vestire i panni dell’altro, il linguaggio della moda diventava uno dei veicoli più immediati d’un pensiero unico ante litteram, una maschera dietro la quale nascondere un’identità ormai smarrita o celata. Ancora Pasolini “La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria: con diabolica abilità ne ha fatto una moda che se non si può dire fascista nel senso classico è però di una estrema destra reale”.

Coi propri sogni, riti, simulacri i giovani si sono ritrovati isolati da una barriera che ha finito per ghettizzarli e non li preserva da infiltrazioni nelle quali possono trovarsi a contatto di gomito l’idealista progressista e il provocatore fascista “.. Ormai migliaia e centinaia di migliaia di giovani italiani assomigliano sempre più alla faccia di Merlino (un fascista implicato nella strage di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969, nda). La loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà. E’ giunto il momento che i giovani si liberino dall’ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda”.

Enrico Campofreda, luglio 2005

Messaggi

  • Amo alla follia Pasolini, ma questo e’ il discorso che mi e’ sempre piaciuto meno.

    Non sono certo cosi’ cretino da non capirne l’ aspetto positivamente provocatorio, cosi’ come non sono tanto stupido da non vederne i prodromi del piu’ compiuto discorso pasoliniano sull’ omologazione consumista, discorso veramente profetico e lungimirante.

    Ma, nello specifico dei capelli, era il fascista Mario Merlino, come molti altri come lui, che si era truccato da compagno, da "ribelle", per infiltrarsi nel movimento.

    Negli anni successivi alla morte di Pasolini, i fascisti tornarono tranquillamente al cliche’ dei capelli cortissimi, degli occhiali a specchio, delle auto di lusso ecc. ecc. ecc.

    Il problema non erano certo i capelli, il problema era la nuova religione, il consumismo.

    Io, anche se sono assai stempiato, a cinquanta anni i capelli li porto ancora lunghi sulle spalle.

    E se a volte mi sento "omologato" non e’ certo per questo, anzi.

    Keoma