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Romanzo popolare e fascismo

mercoledì 28 dicembre 2005

di Girolamo de Michele

"Più fascista di Pierangelo Buttafuoco e le sue uova del drago, più contro-fattuale di Philiph Dick, più complottardo dell’ultimo Philiph Roth, più fantapolitico dei Babette (factory) con l’ennesimo omicidio Berlusconi, più collettivo dei Wu Ming, già Luther Blisset (L. Mastrantonio, Il Riformista, 19.11.05)".

È il caso letterario del momento, il «Grande Romanzo d’Avventura» Lo zar non è morto, e qualcuno ci si butta in scivolata, a piedi uniti, come il rozzo stopper inspiegabilmente arrivato in serie A sul talentuoso centravanti avversario, con l’aria di voler regolare vecchi conti.

La scrittura collettiva? Fascista e futurista, e per di più datata: «Altro che Luther Blissett e Wu Ming, altro che Babette Factory e la loro Italia del 2005 d.C., altro che Romanzo totale di Kai Zen o progetto Apparatchik, altro che collettivi narrativi e cooperazioni letterarie varie. Cari Raimo & Lagioia, carissimi Genna e indiani telematici, ci spiace: siete vecchi, vecchissimi. Pensavate di aver inventato il romanzo collettivo? Pensavate di aver (ri)scoperto la fantapolitica all’italiana? E invece siete stati superati, da destra, ottant’anni fa, nientemeno che da un gruppo di fascisti, anzi dal Gruppo: il Gruppo dei Dieci (L. Mascheroni, Il Giornale, 19.11.05)».

L’avventura? Oppio per le masse: «Il mercato chiedeva storie rosa e trasgressive, coloniali e avventurose, romantiche ed eroiche? Bene, collane intere di editori popolari fiorivano per questo, mentre il regime cacciava denari per educare fanciulli e far sognare signorine coi buoni sentimenti e coi libri-evento degli eroi, dei trasvolatori, dei poeti e degli infiniti interpreti dell’identità italica (G. Iannaccone, Il Riformista, 19.11.05)».
Insomma, fascismo à go-go, con la reciproca soddisfazione di chi si sente sdoganato anche sul piano culturale (ecco un titolo da mettere al fianco di Veneziani e Mogol per dimostrare che esiste una cultura di destra, perdio!), e di chi avrebbe tanta voglia di aggiungere: lo avevamo detto, noi, che tutti i diciannovismi prima o poi arrivano alla camicia nera.

Niente da dire? Vediamo. [Nella proposta di approfondimento da Amazon, a sinistra, il fondamentale The Seduction of Unreason: The Intellectual Romance with Fascism from Nietzsche to Postmodernism di Richard Wolin, che amplia il ragionamento portato avanti da De Michele. ndr]

Alcuni scrittori fascisti avevano scoperto l’ebbrezza del disindividualizzarsi e rifondersi in un gruppo collettivo. Perché stupirsi? Il fascismo nasce, certo, come rivolta contro la modernizzazione, la tecnicizzazione della vita, e ovviamente la società di massa: l’individuo contro l’anonimato della massa democratica. Ma - ecco la contraddizione - il fascismo è anche la forma politica più adeguata alla società di massa, quella che meglio realizza la tecnicizzazione e l’automizzazione dell’individuo fuso nella bronzea massa obbediente. Il fascismo è pervaso da una contraddittoria dialettica, individualizza e disindividualizza al tempo stesso.

D’altronde disindividualizzarsi non è un valore, ma un processo: il problema è in che termini, rispetto a cosa, contro quale contesto si rinuncia ad un’identità per un’altra. La paura di perdere l’identità coesiste, nel fascismo, con la rassicurante placenta della massa mobilitata e fascistizzata: la breve parabola del «Gruppo dei Dieci» è un sintomo di questo irrisolto malessere - come il sarcasmo di alcuni recensori è sintomo di una elementare, schematica, e in definitiva inadeguata comprensione del fascismo.

E l’avventura? La letteratura popolare? Non è, quella di Lo zar non è morto, un’operazione culturalmente di destra? Certo, ci sono eroi fascisti contro la «schiuma bolscevica» - ma dietro? Il Ventennio conosce un’enorme diffusione del romanzo popolare, in grado di orientare la scelta del giornale da acquistare, e dunque offerto a piene mani dagli editori (anche Lo zar nasce come romanzo d’appendice). «Il giornale uciderà il libro», si diceva: ma da tempo D’Annunzio aveva irriso questi apocalittici ante litteram, difendendo il romanzo popolare e il «bisogno del sogno».

E Gramsci smontava la facile retorica dell’oppio del popolo, ma anche la più complessa tesi dell’avventura come reazione alla ferrea disciplina sociale della fabbrica moderna (i Tre Moschettieri contro il taylorismo, insomma), osservando che il bisogno di evasione «dai limiti angusti dell’organizzazione esistente» precede il taylorismo. E che piuttosto oggi, per effetto dell’«organizzazione coercitiva dell’esistente» che colpisce anche le classi medie e intellettuali, «il gran numero degli uomini è tormentato proprio dall’ossessione della non prevedibilità del domani»: in reazione alla precarietà dell’esistenza si aspira all’avventura «bella e interessante, perché dovuta alla propria iniziativa libera», contro l’avventura «brutta e rivoltante» della quotidianità imposta dal potere.

Ma anche, «il desiderio di educarsi conoscendo un modo di vita che si ritiene superiore al proprio, il desiderio di conoscere più mondo e più uomini». L’interesse per l’avventura rimanda al problema dell’oppio della miseria: ma Il Riformista non è stato fondato da Gramsci, né Gramsci ha fondato il riformismo. Del resto, un regime totalitario come quello fascista non era, a ben guardare, compatibile con l’avventura: il fascista modello è in continua mobilitazione, consuma le suole delle scarpe piuttosto che le lenzuola del letto e non si impigrisce nel salotto borghese, che peraltro non possiede: l’avventura romanzesca non dovrebbe trovare tempo né spazio nella vita totalizzata.

La persistenza del romanzo popolare, che il regime alla fine asseconda, va considerata come uno dei segni della mancata, o incompiuta, fascistizzazione delle masse e della cultura: e certo erano più quelli che sognavano altri mondi e altri uomini nei mari della Malesia, di quelli che si annoiavano nell’indifferenza salottiera della gioventù dorata di Moravia.

Come valutare, allora, il portato ideologico del romanzo popolare, indipendentemente dalle professioni di fede dei suoi autori? Qualche indice dovrebbe essere facilmente ricavabile dalla stessa ideologia fascista. Il fascismo mirava ad uniformare e standardizzare la lingua italiana su un registro medio-basso: quale lingua risuona in questi libri? Quali idioletti, quali variazioni stilistiche, quali strutture? Il fascista, recitano i suoi catechismi, guarda al prossimo con sospettosa diffidenza: quale rapporto con l’altro, quale idea di alterità sottende questa scrittura?

Per il fascista la vita è lotta incessante, e la natura è materia bruta che, col suo opporsi alla volontà del combattente, ne esalta l’impeto e lo seleziona dalla massa amorfa: c’è, nello Zar, questa visione della vita e della natura? E nei cicli salgariani, e altrove? Il fascista è un combattente politico che realizza, empiricamente, l’esistenza di valori certi e immutabili che si affermano nella storia: nella letteratura popolare la storia appare così, o manifesta anche, accanto alle relazioni date, relazioni diverse e possibili tra gli uomini e le cose? Il fascismo estetizza la politica, riduce al fatto estetico la riflessione critica: è così anche nel romanzo d’appendice? La violenza è connaturata all’essenza dell’eroismo, o al dilemma critico sulla sua necessità?

Una critica che esamini sotto questi punti problematici un’opera formalmente fascista sarebbe in grado di esprimersi sul fascismo stesso. Questo aumenterebbe non solo la nostra comprensione del fascismo storico, ma soprattutto la comprensione di quel fascismo friendly che oggi avanza non più con «due bombe e in bocca un fior», ma con la ventiquattrore in pugno, il sorriso a 24 carati e la convinzione (come raccomandava Berlusconi ai suoi dipendenti) di avere «il sole in tasca».

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