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SENZA FEDE-SENZA MISSIONE

sabato 8 luglio 2006

di Doriana Goracci

Non credo fermamente nell’altrui autorità, sia essa politica o religiosa e non tollero essere "assistita" da una fede nell’espressione della mia libertà che mi porti a diventare soldatessa di nessun esercito, di pace o di guerra, né tantomeno un’inviata su di essa, a propagare con una missione le mie convinzioni religiose o politiche. Tanto più che non ne possiedo e ho fatto molta fatica, fin da piccola, a rendermi indipendente da coloro che dovevano convincermi del contrario.

Sono priva di cittadinanza di fronte allo schiacciamento e all’oppressione sui popoli. Mi affianco con chi lotta contro il potere, istintivamente.

Ma non sono una nomade,un’apolide, non girovago, abito in Italia, ci ho lavorato, ho una famiglia che come me è residente in questo Paese.

Ho passato una vita a sentire le storie di quanto sono cattivi gli altri (zingari nazisti comunisti terroni ladri puttane atei anarchici senzadio vandali sfaccendati stranieri) e
quanto siamo onesti e buoni noi, quelli dall’altra parte, che si sono costruiti con fatica una vita dignitosa, aiutati dalla saggezza e lungimiranza politica e della chiesa.

Sono ritornata indietro di cinque anni, quando allora, malgrado totalmente coinvolta nel mio personale, mi feci convincere dagli occhi di mia figlia sedicenne a chiedere dei giorni di ferie per andare a Genova.

Conobbi persone di ogni età e nazionalità, sigle che non avevo mai sentito se non per caso, fui travolta dalla ribellione al potere del G8.

Vidi, senza andare in luoghi di guerra, una città militarizzata, i check point, le zone rosse,gli eserciti, le armi, la violenza, la paura instillata nei cittadini fino ad indurli ad abbandonare qualsiasi attività, addirittura la loro quotidiana vita nella
città stessa, tranne quelli che non avevano o non volevano avere i mezzi per andarsene.

Ho "visto" in quei giorni, ho vissuto pienamente, con gioia e dolore, l’esperienza di una piccola rivoluzione.

Me l’ero cercata, così mi dissero al ritorno: forse inconsapevolmente, ma era vero.

Con molta ostinazione ho cominciato a praticare strade prima a me sconosciute: il movimento, il partito, la testimonianza fatta in prima persona, la ricerca della controinformazione, la sua diffusione.Poi le Donne in Nero.Poi le donne.

Scrivo questi pensieri perché oggi come allora, come quel luglio del 2001, mi ritrovo non a scegliere da che parte stare, il treno per Genova lo presi comunque, ma con chi continuare il percorso.

Mi rivolgo alle tante e ai tanti che ho conosciuto in questi anni, a quelli che hanno condiviso le strade con me, a quelli che non conosco perchè distanti.

La notte dell’attacco americano in Afghanistan, stavo con le Donne in Nero di Roma davanti all’ambasciata americana dove ci eravamo dati tutti appuntamento.

Ci buttammo a terra a formare una scritta umana (poteva essere pace o no war non ricordo), si fece musica, si attendeva,poi andammo a dormire. Una notte brevissima: attaccarono all’alba.

Francamente non so come vivevano le donne afghane o irachene prima di questa data, se non per quello che lessi dopo, come potevano giocare i loro figli, come potevano campare quei popoli. So che sono morti in tanti, sono saltati sulle mine, sono stati bombardati,giustiziati, massacrati, torturati, oppressi.Peggio, assai peggio comunque, oggi rispetto al loro ieri.

So che noi non siamo entrati in guerra con nessuno e la guerra è quella della memoria dei miei genitori, so che noi siamo in missione, so che noi abbiamo fede.

Ma io non sono una donna di fede e non sono una missionaria. Il giro di boa è per me iniziato da tempo.Le parole non bastano a rendere la tristezza di questi momenti, in cui vedo vacillare non solo la speranza nella pace e nel buonsenso, ma le relazioni di affetto e stima che mi hanno legata a tante/i.

Lo dico con pacatezza e misura: come si può scordare di essere state contro le missioni umanitarie, contro le guerre di religione, contro le logiche del potere, contro la belva insaziabile del dio danaro, come si può chiedere di aspettare, di trovare un buon compromesso, di tacere, di non sciupare un mondo occidentabile sostenibile che sostenga quello orientale, magari anche del terzo mondo, con la fede, la speranza e la carità, in chi?

Il 17 luglio sarò a Roma a chiedere che non sia votata questa ennesima vergogna: a sostenere chi ha già detto no.

Non credo ci sia da interpretare molto in quello che ho scritto e grazie per aver letto fin quì.

Senza fede-senza missione, continuo a tentare, con tutti i miei limiti.

Messaggi

  • In totale condivisione, ho ricevuto questa mail dai compagni di Red Link e ve la inoltro.Doriana

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    Giramo una presa di posizione di Piero Bernocchi, che condividiamo integralmente, in merito alla preparazione della mobilitazione per il giorno in cui si voterà il rifinanziamento delle missioni di guerra e sulla proposta di Agnoletto di fare invece una manifestazione a Genova con il chiaro intento di non disturbare il manovratore
    Anche se si tratta di un giorno feriale è importante che il giorno 17 si manifesti a Roma e che le realtà romane non siano lasciate sole ad esprimere il dissenso contro l’ipocrisia del male minore. Pensiamo che occorra fare uno sforzo affinché anche piccole delegazioni si muovano dalle varie realtà territoriali per rendere visibile ed incisiva l’opposizione alla guerra senza se e senza ma.

    i compagni di Red Link

    I furbetti del Movimentino

    Ripartire da Genova? E perché non da Roma? Dalle manifestazioni davanti alla Camera (17 luglio ore 18) e al Senato quando si voterà il decreto di rifinanziamento delle missioni di guerra, per dire QUI e ORA (non in autunno o in inverno) no alla guerra di Prodi, per appoggiare i parlamentari che voteranno NO al decreto, per ottemperare adesso e non in futuro a quanto deciso ai Forum di Caracas e di Atene.

    Perché fate i furbetti del Movimentino, falsamente equidistanti, confuciani esponenti dell’"aurea via di mezzo", né con quello ne con questo, fingendo di non sapere che il principale nemico del movimento oggi , ciò che lo riduce a Movimentino, è la sindrome "del governo amico"?

    Proprio quella che colpisce anche voi quando scrivete che "il decreto introduce elementi di cosiddetta riduzione del danno"; che pace e guerra "sono troppo importanti perché su di esse si scatenino vecchie e nuove concorrenze" e che "non è il momento di polemizzare con chi ci siede vicino"; che "partecipare al governo e a una guerra non sono due scelte obbligatoriamente tra loro vincolate"; e quando proponete di incontrarci a Genova per "costruire una mobilitazione capace di ottenere dal Parlamento entro il 2006 l’approvazione di una strategia di uscita dalla guerra".

    Avreste scritto questo cumulo di assurdità se ci fosse stato il governo Berlusconi? Se il Cavaliere fosse andato in Parlamento dicendo: Bush voleva che aumentassimo le truppe in Afghanistan ma io mi sono rifiutato, ho ridotto il danno, "congelando " il contingente (a parte le due navi)? Avreste usato l’orrendo termine " riduzione del danno ", che fa il paio con " guerra umanitaria ", per gli afgani che riceveranno pallottole di centrosinistra invece che di centrodestra? E avreste bollato come " concorrenza " la battaglia politica intransigente contro il decreto o la polemica " con chi ci siede vicino" (lapsus di Agnoletto, che pensava ai suoi vicini di seggio a Strasburgo)? E avreste usato la grottesca espressione " non obbligatoriamente vincolate " per dire che stare al governo non costringe a fare la guerra? E infine: vi sareste dimenticati che le manifestazioni a settembre sono già state decise al Forum Europeo e non certo per chiedere " una strategia di ritiro " bensì il ritiro immediato da tutti i fronti di guerra di tutte le truppe?

    Tre giorni prima che uscisse il vostro appello, il segretario del PRC Giordano aveva annunciato che, una volta approvato il decreto, Rifondazione avrebbe fatto partire il movimento per il ritiro delle truppe (e cioè contro il decreto: la paraculaggine italica non ha limiti, con una mano faccio la buca con l’altra la riempio). Fate da battistrada? E’ un caso che il promotore e primo firmatario dell’appello sia chi, ieri leader di movimento, oggi è un accasato parlamentare europeo del PRC?

    Trovo infine di pessimo gusto usare la straordinaria e terribile esperienza comune di Genova per lanciare una iniziativa che si pretenderebbe unitaria e che invece si incunea tra due mobilitazioni di piazza per fermare il decreto e la guerra QUI ed ORA, che, per quanto con numeri limitati o da voi non condivise, non vanno sbeffeggiate. E’ come se, mentre ci si accinge a fare uno sciopero, qualcuno/a dicesse che non lo farà ma ci invitasse a discutere il giorno prima dello sciopero di un altro da tenere tra tre mesi.

    Ragazzi/e, meglio una polemica aspra che la melassa degli amici del "governo amico". Le ipocrisie da furbetti del Movimentino non ci restituiranno il movimento.

    Piero Bernocchi

  • RIPARTIRE DA GENOVA? NOI NON CI SIAMO MAI FERMATI!
    by comitato nazionale ritiro truppe Tuesday, Jul. 11, 2006 at 5:11 PM mail: info@disarmiamoli.org

    E CHIAMIAMO IL POPOLO DELLA PACE A ROMA, IL 15, il 17 ED IL 24 LUGLIO, CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA, SENZA SE E SENZA MA!

    L’appello per “ripartire da Genova”ci trova in profondo dissenso.

    In un momento cruciale come questo è fondamentale far sentire la voce sotto i palazzi del potere centrale, a Roma, il 17 ed il 24 luglio, quando alla Camera e poi al Senato si voterà sul rifinanziamento delle truppe in Afghanistan e negli altri 27 fronti di guerra nei quali sono impegnati i soldati italiani.

    Sappiamo che le mobilitazioni romane saranno probabilmente simboliche e d’avanguardia, a causa non solo e non tanto della stagione estiva e dei giorni feriali, ma di un “affaticamento” del movimento perseguito sistematicamente da chi stava preparando la Caporetto di questi giorni, nei quali siamo costretti ad assistere al clamoroso voltafaccia degli ex “paladini del pacifismo non violento”, intenti con spillette e patetici escamotage (la riduzione del danno….) a giustificare un voto ingiustificabile.

    Siamo in profondo dissenso con coloro i quali oggi evidenziano l’esigenza di contemperare il no alla guerra con la tenuta del governo.

    Spiacenti, il movimento contro la guerra non ha “governi amici” di fronte all’alternativa tra pace o guerra.

    Dissentiamo dall’idea di mettere ai voti un principio come quello del NO alla guerra. Sui principi non si vota, ma si costruiscono politiche concrete, a costo di essere “impopolari”.

    O le scelte “impopolari” devono essere solo quelle che chiedono sacrifici ai soliti noti, magari per finanziare proprio le costosissime missioni?

    I ripetuti sondaggi di questi anni ci dicono invece che la scelta sarebbe molto popolare, perché la maggioranza del popolo italiano è per il ritiro delle truppe, trasversalmente ai poli.

    Ogni temporeggiamento rispetto a questo passaggio è in stretta continuità con il lavorio di smobilitazione già abbondantemente intrapreso in questi anni contro il movimento

    Ci indigna che si usi la categoria della “concorrenza” a sinistra su un tema di questo genere: Concorrenti su che cosa? Sulla vita o la morte degli afgani, dei kosovari, degli iracheni, dei palestinesi?

    I tempi sono scaduti e le scelte sono di fronte a chi ha ricevuto un mandato preciso: il No alla guerra senza se e senza ma.

    Chi farà una scelta diversa non lo farà in nostro nome, e se ne assumerà tutta la responsabilità politica e morale di fronte al popolo della pace, in Italia e nel mondo.

    Noi saremo a Roma, il 15 luglio alla assemblea autoconvocata dai senatori e deputati che mantengono una posizione di coerenza con il mandato elettorale, il 17 al sit in del movimento davanti al Parlamento, in P. Montecitorio, il 24 di fronte al Senato.

    Il Comitato nazionale per il ritiro dei militari italiani

    www.disarmiamoli.org