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Sarkozy sul campo di battaglia, fischi, insulti e poi la ritirata ...

domenica 13 novembre 2005

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Il reportage dalle zone degli scontri.
Sorvegliate le stazioni ferroviarie e il metrò che collegano il centro alla periferia.
Sarkozy sul campo di battaglia fischi e insulti, poi la ritirata.
Il ministro degli Interni contestato sugli Champs Elysées e applaudito dagli agenti.

di BERNARDO VALLI

I RIFLETTORI infiammano l’Arco di Trionfo, illuminano le bandiere appese lungo gli Champs Elysées, fino a Place de la Concorde, quando Nicolas Sarkozy comincia la sua ispezione lampo alle forze dell’ordine dispiegate nel cuore della capitale. Una rassegna alle truppe in prima linea che si conclude presto tra gli insulti, all’angolo dell’avenue George V, su cui si affacciano gli alberghi più lussuosi e il Crazy Horse. Gruppi di giovani riconoscono il ministro degli interni.
Gli gridano: "Sarkozy démission"; "Sarkozy batard". Lanciano un’imprecazione ancora più pesante, riferita alla madre ("Sarkozy n. ta mère ") e riportata dall’Agence France presse.

Seguito da giornalisti e telecamere, il ministro non può che risalire in automobile, e raggiungere la vicina place de l’Etoile, dove nella sottostante e sicura stazione della Metropolitana può proseguire l’ispezione.
A quell’ora il sole era già tramontato da un pezzo dietro i grattacieli del quartiere della Défense, incollato alle periferie di Puteaux e di Courbevoie, ma non era ancora cominciata la notte. Una notte considerata decisiva dal ministro degli Interni. Stando ai messaggi captati (sms e internet), i ragazzi piromani della banlieue si sarebbero potuti infiltrare nel centro di Parigi, rimasto praticamente inviolato.

Pare ne avessero, ne abbiano tuttora una gran voglia. Accendervi i roghi, che da due settimane traumatizzano e feriscono il resto della Francia, sarebbe per loro una importante dissennata vittoria. Tremila poliziotti presidiano, mentre scrivo, i venti arrondissements cittadini, delimitati dalle autostrade della circonvallazione, oltre la quale si stende l’Ile de France, la regione delle grandi periferie. Crs (celerini), gendarmi e agenti in borghese sorvegliano soprattutto le stazioni ferroviarie e della metropolitana, nelle quali il sabato sera si riversano fiumi di giovani banlieusards (i borgatari) diretti sulle due rive parigine della Senna. Se la notte trascorrerà tranquilla, senza auto incendiate e vetrine sfondate, il Paese tirerà un sospiro di sollievo. Si pensa (ci si illude? ) che in tal caso la rivolta delle periferie si spegnerà nel giro di qualche giorno.

Gli Champs Elysées e, dall’altra parte della metropoli, Place de la République, sono le ribalte più ambite da chi vuole manifestare la propria collera. Sono i due bastioni tradizionali da conquistare. Visitando gli Champs Elysées, Nicolas Sarkozy, nella sua qualità di ministro degli Interni, è sceso dunque su un probabile campo di battaglia. Dove, invece degli onori riservati di solito al comandante delle truppe, ha ricevuto brucianti insulti da una piccola folla, che probabilmente non gli perdonava di avere acceso la collera dei giovani magrebini, all’inizio dei disordini, chiamandoli "feccia" e "canaglie".

In quelle ore regnava un’atmosfera surreale sugli Champs Elysées, ancora addobbati a festa, da qui le tante bandiere, per l’anniversario dell’11 novembre, vittoria della Grande Guerra (1918), appena celebrato da Jacques Chirac con la dovuta pompa, in un momento in cui viene messa in discussione la compattezza della nazione. Nicolas Sarkozy non ha potuto usufruire a lungo di quella cornice solenne, che due giorni dopo le cerimonie ufficiali dava, a noi semplici passanti, l’impressione di essere capitati in una grande sagra popolare. Il ministro ha avuto più tardi una piccola consolazione: è stato applaudito davanti al commissariato del quartiere. In quanto ai precedenti insulti, ha commentato: "Il sabato sera c’è sempre confusione. Non si deve dar peso a quanto è accaduto".

Andando a piedi da Place de l’Etoile a Place de la Concorde, non ho notato il minimo segno di tensione. I turisti, molti dei quali italiani, tracimavano dai marciapiedi, intralciando il traffico denso che si muoveva nei due sensi. Tribù familiari si assiepavano davanti alle vetrine o si inoltravano nei grandi magazzini. C’era la solita rumorosa animazione del sabato e della domenica, sugli Champs Elysées, che molti parigini della Riva sinistra (a torto) detestano, al punto da disertarli, considerandoli una riserva per turisti stranieri, per provinciali o per banlieusards. Non pochi parigini erano del resto partiti per il più lungo week-end (da giovedì a domenica per via dell’anniversario della vittoria del ’18) prima di Natale, lasciando la città nelle mani dei turisti e dei poliziotti. E probabilmente dei banlieusards, dei quali i giovani che hanno coperto Sarkozy di insulti erano probabilmente una sparuta avanguardia.

Parigi e le sue periferie sono due mondi in questi giorni tanto incollati uno all’altro quanto remoti. Forse sono vicini nei cervelli, nei pensieri. Ma a occhio nudo non si scorgono sintomi d’allarme. Bisogna fermarsi davanti a un televisore, o davanti alle edicole grondanti giornali francesi e stranieri, le cui prime pagine annunciano una Parigi in fiamme o blindata, per accorgersi di essere al centro di un dramma. Dagli Champs Elysées, allungando lo sguardo, si vede l’Arc de la Défense, il monumento dietro il quale si stende la periferia dove nei giorni scorsi si sono accesi migliaia di roghi: una realtà che non sembrava riguardare la folla in movimento tra l’Etoile e la Concorde.

I poliziotti visibili sono rari. Le telecamere e gli obiettivi dei fotografi devono andarli a scovare nelle stazioni della Metropolitana o all’angolo di qualche ponte sulla Senna. Nei ristoranti e nei caffé non si sente parlare degli incendi alla periferia. Né si raccolgono imprecazioni contro i magrebini piromani. E’ assai probabile che in queste ore i potenziali elettori di Jean Marie Le Pen, il capo xenofobo del Front National, crescano a una velocità vertiginosa. E’ inevitabile che gli avvenimenti in corso sconvolgano il panorama politico francese. Episodi come quello che ha visto Nicola Sarkozy protagonista sfortunato sugli Champs Elysées sono destinati a lasciare dei segni. Il ministro degli interni ha subito uno smacco come pretendente alla successione di Jacques Chirac. Invece degli applausi, come sperava, il leader populista ha raccolto insulti all’ombra dell’Arco di Trionfo. La sua immagine non è migliorata, mentre quella più composta del primo ministro Villepin, suo rivale nella corsa alla presidenza, è rimasta intatta.

Nonostante questi episodi, la compostezza nella società politica, e in generale nel Paese, è per adesso esemplare. Gli incidenti, le intemperanze sono rare. Le autocritiche, per le condizioni dei ghetti e la discriminazione nei confronti degli immigrati, molti dei quali sono cittadini francesi, sono già cominciate. Le polemiche sono tuttavia contenute.

La storia di Francia è ricca di lotte intestine, ma per la prima volta una componente della società, di recente ufficialmente integrata, contesta la République, entità unica e indivisibile. E si tratta di una massa di giovani che ha alle sue spalle tra i cinque o sei milioni di musulmani. Un decimo della popolazione di cui la parte adulta non segue, è vero, anzi spesso condanna, e cerca di trattenere i rivoltosi, ma che non è certo insensibile alla collera di figli e nipoti. L’estate scorsa, dopo gli attentati di Londra, Parigi sottolineò il fallimento del modello multiculturale anglosassone, ed esaltò il modello assimilazionista francese. Adesso anche quest’ultimo si rivela inefficace. Il dibattito sulle responsabilità dominerà la vita politica nell’immediato futuro, appena si spegneranno i roghi. Ci sono già varie letture degli avvenimenti ancora in corso: a chi parla di un fallimento del modello francese si oppone chi sostiene, come lo storico Emmanuel Todd, che in realtà i giovani magrebini sono in rivolta perché vogliono essere trattati come "veri" cittadini francesi. Non agiscono forse rivendicando i principi di libertà e di uguaglianza che sono alla base della République? Non sono quindi un ostacolo, ma una forza in favore della compattezza nazionale.

(13 novembre 2005)

www.repubblica.it

Messaggi

  • FRANCIA E DINTORNI . E SONO 17 !!!!!!

    Sono 374 le vetture incendiate e 212 le persone fermate Scontri anche a Lione e nella provincia di Sant Etienne Francia, ancora incidenti Feriti due poliziotti

    PARIGI - Nonostante il coprifuoco la violenza che da due settimane infamma la Francia non si ferma. Sono 374 le vetture incendiate e 212 le persone fermate in tutto il paese nel corso della diciassettesima notte di guerriglia. Due poliziotti sono rimasti feriti. Uno, in particolare, è stato trasportato in ospedale dopo essere stato colpito a La Courneuve, a Seine-Saint-Denis. Le sue condizioni non sono giudicate gravi. Il bilancio, registrato alle ore 04:00 locali, è stato reso noto dalla direzione generale della polizia transalpina. Nella notte tra venerdì e sabato, alla stessa ora, le vetture date alle fiamme erano state 386 e i fermati 162.

    Lione
    Undici giovani sono stati arrestati a Lione. Nonostante il coprifuoco imposto sulla città, nelle prime ore della notte 24 autovetture sono state bruciate. Nella provincia di St.Etienne sono state bruciate tre autovetture.

    Atene
    Due concessionarie sono state incendiate in nottata ad Atene da gruppi di sconosciuti che le hanno bersagliate con alcune bottiglie molotov in quello che la polizia considera un gesto di emulazione delle violenze avvenute nelle periferie di numerose città francesi.

    Rotterdam
    Due vetture sono state date alle fiamme e una terza è stata danneggiata da un gruppo di giovani sabato sera a Rotterdam, in Olanda, con tecniche simili a quelle che stanno caratterizzando la violenza nelle banlieues francesi.

    Belgio
    Cinquanta persone fermate dalla polizia e decine di auto distrutte dalle fiamme è il bilancio della settima notte di violenze degli emuli delle banlieue francesi in Belgio. Gli arresti sono stati eseguiti nel centro di Bruxelles dove c’è stato un raggruppamento di giovani. La maggior parte dei fermati avevano con sè oggetti ritenuti pericolosi. Gli incendi si sono ripetuti anche a Liegi, a Charleroi e in altri centri minori del Belgio.

    (13 novembre 2005)

    Indirizzo web :www.repubblica.it 13.11.05