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Sui fondi Mediaset il bianchetto della salvaPreviti

sabato 26 febbraio 2005

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di Marco Travaglio

MILANO Più che un’indagine, quella sulla compravendita dei diritti televisivi e cinematografici Mediaset pare un monumento al conflitto d’interessi. Ma anche una grande, spettacolare gimkana. Un lungo e tortuoso slalom fra regole esistenti e nuove norme ad personam (falso in bilancio), condoni fiscali e defiscalizzazioni (legge Tremonti), ostacoli di ogni genere alle rogatorie internazionali (prima la legge che le cestinava, poi il blocco deciso da Castelli), impunità incostituzionali (Lodo Maccanico) e ora il SalvaPreviti sulla prescrizione, che in realtà è un SalvaBerlusconi. Una legge-vergogna che, se se passerà, porterà a morte sicura anche l’ultimo fascicolo aperto a Milano sul Cavaliere. Ancora una volta (sarebbe la settima) non perchè non ci sia reato. Ma per prescrizione.

I pm Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, che lavorano a questo caso da quattro anni nel silenzio più assoluto, vanno comunque avanti. E chiudono, prima dello scadere dell’ultima proroga consentita, un lavoro che ha fruttato rogatorie in 12 paesi, 500 mila pagine di atti e 21 fogli di «avviso di conclusione delle indagini»: quello che prelude, entro un mese, alla richiesta di rinvio a giudizio. Per 14 indagati: Silvio Berlusconi (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio), Fedele Confalonieri («solo» falso in bilancio), i presunti soci occulti Frank Agrama (cittadino Usa, già agente Paramount) e Daniele Lorenzano (ex capoacquisti Fininvest), il superconsulente inglese David Mills (marito di una ministra del governo Blair), il presunto prestanome Erminio Giraudi(mercante di carni a Montecarlo), il banchiere svizzero Paolo Del Bue, il cugino del Cavaliere Giancarlo Foscale e la moglie Candia Camaggi (responsabili della finanza svizzera), una sfilza di altri dirigenti e manager del Biscione.

Stralciati Marina e Piersilvio: su di loro si continua a indagare per riciclaggio.

Una cresta dopo l’altra

L’inchiesta nasce da una costola di quella - chiusa con la prescrizione, grazie alla controriforma del falso in bilancio - sui 1550 miliardi di fondi neri Fininvest. L’attenzione dei pm si concentra su due misteriose società estere legate alla lussemburghese Silvio Berlusconi Finanziaria: la Century One e la Universal One. I loro conti svizzeri sono l’ultimo domicilio conosciuto della gran parte dei fondi neri (104 miliardi) «distratti» e dirottati «su conti bancari in Svizzera, alle Bahamas, a Montecarlo, nella disponibilità degli indagati» e «gestiti da fiduciari di Berlusconi».

Come nascono i fondi neri? Con un ingegnoso sistema di «creste» legato, appunto, all’acquisto dei diritti in America. Mediaset non li comprava direttamente. Li faceva acquistare da società off-shore, fra cui Century One e Universal One, che a loro volta li rivendevano ad altre società gemelle, in una sorta di catena di sant’Antonio: a ogni passaggio, il prezzo aumentava. Fittiziamente, secondo l’accusa. Una cresta oggi, una cresta domani: così la differenza fra il valore reale e quello gonfiato alimentava il polmone dei fondi neri. E - sostiene la Procura - a ingrassava le tasche degli indagati. Soprattutto di Silvio Berlusconi.

Ma perchè - domanda malizioso l’avvocato Niccolò Ghedini - Berlusconi avrebbe dovuto rubare «soldi suoi»? E come avrebbe fatto, visto che - è sempre Ghedini che parla - «da quando è entrato in politica nel ’93 ha lasciato tutte le cariche e non può esperire alcun atto?».

Tre reati, tre moventi

La prima domanda riguarda i moventi. Che, secondo i pm, sono tre. Primo: il premier s’è messo in tasca, lui e i suoi cari, l’equivalente di 280 milioni di euro (in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri, e persino in fiorini olandesi), ovviamente in nero (appropriazione indebita). Secondo: su quei fondi neri non ha pagato le tasse, esponendo al fisco costi fittizi per abbattere i redditi e pompare le perdite, sottraendo all’erario 124 miliardi di lire fra il 1996 e il ’99 (frode fiscale). Terzo: ha gonfiato il valore dei magazzini e dunque dell’azienda, approfittandone al momento della quotazione in Borsa, avvenuta nel 1996 «sulla base di una falsa rappresentazione della consistenza patrimoniale della società». Il tutto iscrivendo nei libri contabili «maggiori costi» per «mascherare la formazione di ingenti fondi neri», «con l’intenzione di ingannare i soci e il pubblico circa la situazione patrimoniale della società» (falso in bilancio fino al 2000).

La seconda domanda di Ghedini, nell’ipotesi accusatoria, ha una risposta semplice semplice: Berlusconi finge da 12 anni di disinteressarsi di Mediaset, ma in realtà ha continuato a fare il bello e il cattivo tempo. Anche nel 1994, quand’era presidente del Consiglio. E poi almeno fino al 1999, quand’ era capo dell’opposizione. In quanto principale azionista, è una sorta di prestanome di se stesso.

Week end, Stato e bottega

La prova? Una serie di testimonianze che raccontano come il Cavaliere, nei week-end, non si limiti alle cantatine con Apicella. Ma abbia continuato a dare disposizioni, sull’acquisizione di quei diritti cine-tv e sull’espansione del suo impero all’estero, ai suoi uomini di fiducia. Quali? Soprattutto Carlo Bernasconi, capo della Silvio Berlusconi Communications (morto nel 2001); Oliver Novick, responsabile della Direzione corporate development (che già nel ’95 aveva ammesso di aver «continuato a parlare con Berlusconi della questione Spagna fino all’estate ’94»); e Lorenzano, plenipotenziario per il commercio dei film a Hollywood. L’hanno raccontato alcuni collaboratori del gruppo, fonti davvero insospettabili. Come l’ex segretaria di Bernasconi, Marina Camana: secondo L’Espresso, ha raccontato ai pm che «le indicazioni per l’acquisto dei diritti televisivi venivano impartite da Arcore».

A questo punto entra in scena, proprio grazie alle rogatorie americane che il governo ha fatto di tutto per bloccare, un personaggio da romanzo esotico: Farouk Mohamed Agrama detto «Frank», l’interfaccia di Lorenzano in America.

Frank, lo zio d’America

Nato in Egitto, Agrama lavora come regista in Libano, poi sullo scorcio degli anni 60 approda a Roma, dove fonda la Film Associates of Rome (Far) e comincia a dirigere e produrre pellicole trash: «L’amico del Padrino», «Sesso e pazzia», «Si può fare molto con sette donne», «Queen Kong». Nel luglio ’79, mentre Berlusconi fa incetta di film alla Titanus per il varo di Canale 5, si butta nel business della compravendita di programmi tv. Ma, dopo pochi mesi, vola in California per collaborare con Paramount. Nel 1983 fonda, sul Sunset Boulevard, la casa di produzione Harmony Gold. Insieme a Lorenzano, diventa l’uomo del Cavaliere a Los Angeles e fa soldi a palate, producendo film per la Berlusconi Communications e rifornendo le reti Fininvest di diritti su programmi Usa, tramite un’altra società:la Wiltshire Trading. Secondo l’accusa, anche questa società ha svolto «un ruolo di intermediario analogo a quello di Universal One e Century One» per gonfiare i conti. Cioè le tasche del Cavaliere.

Marco Travaglio

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