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THE ASSASSINATION

sabato 26 febbraio 2005

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di Enrico Campofreda

C’è tanta America e anche un pizzico d’Italia nell’opera prima dello sceneggiatore Niels Mueller che per l’esordio alla regia si fregia della straordinaria maestrìa di Sean Penn. La storia è appunto americana ed è amarissima. È una vicenda realmente accaduta a un uomo - Sam Bicke - nel 1974, l’anno dello scandalo Watergate. Quello che affossò Richard Nixon, il più gran venditore di fandonie del mondo (Berlusconi all’epoca era solo un palazzinaro). La grande bugia che il Presidente Usa vendeva a piena voce al suo popolo era il ritiro delle truppe dal Vietnam e, mentre i giovani continuavano a crepare nel sud-est asiatico, lui faceva i suoi affari personali. Nixon trasbordante dallo schermo ossessiona anche la vita di Sam che è un vinto, di cui nessuno animato da spirito yankee s’occuperebbe. Lo fa Mueller - americano solo di nascita, cognome e parenti sono tedeschi - appassionato di realismo e figure perdenti. E dunque del cinema italiano del dopoguerra firmato da Visconti, Rossellini, Fellini.

Sam Bicke, purtroppo per lui, nella società del denaro e del consumo perdente lo è: vede sfumare un lavoro da venditore e la relazione con la moglie Marie, fra una disillusione e un rifiuto sociale finisce dannato e killer. È la classica storia del sogno americano rovesciato: per uno che arriva e sul quale si puntano ruffiani i riflettori e si sciorina la retorica del self made man ce ne sono mille che soccombono e di cui nessuno è interessato a parlare. Sono i dettami della società ridente e vincente che spesso per vincere trucca le regole del gioco con ipocrisia, falsità, disonestà. Proprio come ha fatto il primo cittadino degli States Richard Nixon. Verso questa società Sam ha una crescente idiosincrasia, non sopporta chi non ha rispetto del prossimo e va in soccorso dell’amico gommista Bonny maltrattato dai clienti perché nero. O della consorte, costretta nel suo ruolo di cameriera, a minigonne e palpeggiamenti per non inimicarsi la ditta per cui lavora. Sam giunge a odiare quell’occupazione che gli chiede ipocrisia come odia il suo padrone e si licenzia.

Sogna di mettersi in proprio con l’amico Bonny ma constata difficoltà crescenti sia che chieda ansiosamente un finanziamento bancario che non arriva, sia che tenti di truffare il fratello, cui gli affari vanno a gonfie vele, dal quale riceve un out-out e minacce di carcerazione. Sam è frustrato, finisce abbandonato, si sbanda e si deprime implorando Marie a non procedere nelle pratiche di divorzio. Poi per sentirsi vivo medita vendetta. Il suo riscatto sarà un beau geste, un attentato clamoroso di cui tutto il mondo parlerà: un dirottamento aereo con l’obiettivo di centrare la Casa Bianca e punire il suo inquilino più illustre. Così prepara un rudimentale ordigno incendiario e lo infila in una valigetta. Quindi prepara se stesso alla devastante impresa. S’infila nell’aereo e, nel panico creato fra i passeggeri, fa un paio di vittime prima di veder naufragare il piano e crollare ricoperto di sangue sotto i colpi della sicurezza.

Quella di Bicke non è la solita vicenda dello squilibrato cui il consumismo americano ci abitua da decenni, l’uomo sarà un fallito ma non è un pazzo, rifiuta soltanto i valori per cui la maggioranza silenziosa vive e vota. La sua follia, se ce n’è una, consiste nel credere che il gesto individuale dell’eliminazione del simbolo del Male diventi una liberazione dal Male stesso. Negli States di Presidenti ne sono stati uccisi parecchi senza per questo vedere il sistema cambiato, e chi ha scavato su quelle morti ha scoperto che a ordirle non erano certo uomini antisistema come Sam. Lui è la vittima di quella solitudine che conduce l’emarginato sociale in un angolo e lo riduce a soggetto senza speranze, con l’unica chance di compiere un gesto clamoroso quanto disperato e inutile.

Nel film la centralità del dramma del protagonista è esaltata dalla magnifica interpretazione di un Sean Penn, certamente armato di proprie eccelse doti interpretative, che fotogramma dopo fotogramma mostra d’avere introiettato la lezione dei migliori Hoffman e De Niro in due gioielli della cinematografia statunitense: i tic autistici di ‘Rain man’ e la metamorfosi killeristica di ‘Taxi driver’. Una pregevole lezione di recitazione per una star sempre più splendente.

QUANTO È DIFFICILE MOSTRARE L’ALTRA AMERICA

Niels Mueller e Kevin Kennedy avevano progettato e sceneggiato questo film da oltre cinque anni. Inizialmente, volendo restare fedeli al caso narrato, la trama trattava del tentativo di assassinare Lyndon Johnson. Poi gli autori hanno fatto scivolare l’ambientazione avanti di dieci anni e l’obiettivo è diventato Nixon. Ma al di là del presidente in questione il regista ricorda che portare sugli schermi il progetto omicida d’un emarginato rappresentava una scelta tutt’altro che rassicurante. E lui ha dovuto penare prima di rintracciare un produttore disposto a sostenere l’opera. Gli uomini dei capitali (alla fine contenti perché il lavoro ha avuto bassi costi) sono stati Alfonso Cuaròn e Jorge Vergara, due messicani.

Anche se “l’altro cinema” americano ha avuto il merito di narrare il volto celato di quel Paese, dopo l’11 settembre molto è cambiato. E la produzione di pellicole che recitano fuori dal coro è diventata un’impresa, alla faccia di pluralismo e democrazia. La fobia dell’antiamericanismo e l’alibi del paraterrorismo diventano il velo sotto cui celare l’America di Bush per niente diversa da quella di Nixon. La denuncia di Mueller è esplicita e coraggiosa, specie per chi come lui è all’esordio e vuole proseguire a scrivere e filmare, e può venir bollato dalle Major come un pericoloso sovversivo. “Dopo il successo elettorale di Bush - afferma il regista - negli States s’è spenta ogni eco di protesta. Che in Iraq si combatta e si muoia non provoca opposizione alcuna alla politica estera americana anche perché chi combatte è volontario e non c’è più la leva obbligatoria come durante la guerra in Vietnam. Allora i morti si vedevano; oggi con un’infinità di news e telecamere la guerra appare asettica ma non lo è affatto”. Quindi la sferzata contro i media: “Attualmente tutti i più importanti media statunitensi sono controllati dal potere che fa dire ciò che vuole. Non esiste più il giornalismo di denuncia come quello di Woodward e Bernstein, che con la propria inchiesta svelarono i retroscena dello scandalo Watergate”.

Sarà anche per questo che Bush ritiene Berlusconi un amico fedele?

Regia: Niels Mueller.
Soggetto e sceneggiatura: Niels Mueller, Kevin Kennedy.
Direttore della fotografia: Emmanuel Lubezki.
Montaggio: Jay Cassidy.
Interpreti principali: Sean Penn, Naomi Watts, Don Cheadle, Brad Henke, Michael Wincott, Jack Thompson, Mykelti Williamson.
Musica originale: Steven M. Stern.
Produzione: Carlos Cuaròn, Jorge Vergara.
Origine: Usa, 2004.
Durata: 101 minuti.
Titolo originale: “The assassination of Richard Nixon”.
 
Info Internet: www.Luckyred.it / sito ufficiale.
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