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Tra social-democrazia e post-Dc

mercoledì 9 febbraio 2005

di Rina Gagliardi

L’impressione, mentre si chiude il sipario del terzo congresso diessino, è che il treno della Federazione, e forse del Partito riformista, si sia davvero messo in moto: prossima stazione, Palazzo Chigi. Una prospettiva concreta di governo, di rivincita, di "rinascita" - in fondo tra soli quindici mesi - che basta a rendere sideralmente lontane le assisi di Pesaro: ieri, pochissimi anni fa, dalla Quercia promanava un messaggio malinconico, diviso, rassegnato, di una forza che aveva perso e non capiva in realtà nemmeno perché aveva perso; oggi, quella stessa forza diffonde non si dirà inni di allegria, ma la sicurezza di potercela fare - e di essere anzi ad un passo dalla vittoria, dal diventare, da capo, la nuova classe dirigente del Paese. Una fiducia diffusa (parola-chiave, non a caso, di tanti interventi), una inedita unità interna, un nuovo "patto" tra corpo del partito e gruppo dirigente, dove la diarchia D’Alema-Fassino non appare insidiata, a breve, né dall’outsider "di lusso" Walter Veltroni né dagli emergenti o precocemente invecchiati (Cofferati) o ancora confinati nelle pur potenti periferie regionali (Bassolino, Martini) - e neppure, ahimè, da una sinistra interna tanto generosa quanto oggi davvero ridotta a minoranza. Che cosa sperare di più e di meglio, alla fin fine? S’intende, dal punto di vista della sinistra moderata e dell’opposizione di cui i Ds costituiscono, a tutt’oggi, il partito maggiore. E infatti Piero Fassino, nella sua replica-conclusione, è apparso più che rinfrancato - a tratti perfino frizzante (per quanto possa esser frizzante un piemontese che non sia uno spumante). Eppure, sono almeno tre i paradossi con cui proprio questo "successo" congressuale è destinato a scontrarsi.

Il primo paradosso è che il partito dei Ds, più appare in miglior salute, più tende a sciogliersi, trascendersi, "autosuperarsi". Più è pluralista, composito, articolato, meno tende ad assumere una forma solida. Una forza, insomma, in permanente divenire - come se "la sindrome della Bolognina" fosse a tutt’oggi viva e operante, a dispetto del fatto che il suo autore, Achille Occhetto, non sia più da tempo nel partito.

Appunto: se la linea strategica auspicata dai leader principali (e implicita in Fassino, rimasto prudente per evidenti ragioni tattiche) avrà successo, nel giro di pochissimi anni la vecchia Quercia sarà solo un ricordo, e andrà a far parte di un "contenitore" più grande ("il soggetto riformista" destinato ad essere il motore della Gad) il quale a sua volta sarà il perno di un’alleanza più grande, destinata quasi "naturalmente" all’approdo del partito unico. Del resto, non è questa la conseguenza coerente di un’impostazione che ha assunto il Governo (la governance, per dirla in inglese, fa più fino) come fattore centrale della politica (e del far politica) e, alla fin fine, della verifica della propria identità? E se la dialettica è, convintamente, quella bipolare, maggioritaria e "alternanzistica", in nome di che i diversi riformismi di centrosinistra, quello postcomunista e quello postdemocristiano in particolare, dovrebbero rimanere separati in eterno? In questa pratica "scatolare" della politica (concepita come una sorta di sequenza infinita di scatole), è il partito, come tale, che rischia di smarrire la sua funzione. E proprio nel momento in cui esso, quasi, si ritrova, si riconosce, si rispecchia nel messaggio rassicurante, e al fondo "partitista", del suo presidente D’Alema.

Il secondo paradosso è che, nei meandri futuri del partito riformista (ma anche della Fed), è la sinistra che rischia di non sapere più dov’è e dove si colloca. Anche questo accade nell’esatto momento in cui i Ds recuperano un rapporto più netto con l’identità socialdemocratica e con alcuni dei suoi orizzonti peculiari (il rilancio della spesa pubblica e dell’intervento dello Stato, l’uso della leva fiscale, l’universalità del Welfare). E’ pur vero che l’intervento più di sinistra del congresso (tra gli interventi dei leader) l’ha fatto Romano Prodi (ecco un ulteriore paradosso, quello in virtù del quale un ex-democristiano può essere più innovativo, più attento a sottolineare una soluzione di continuità rispetto al vecchio Ulivo, e meno preoccupato della centralità del mercato e dell’impresa privata, di molti ex-comunisti). Ma Prodi, come è noto, oggi non rappresenta certo né la Margherita né il "centro geometrico" dell’alleanza: come leader consapevole anche delle carte tattiche ed emotive che deve giocare, l’ex-presidente della Ue può rivolgersi al popolo della Quercia con l’epiteto per lui inconsueto di "compagni" e stabilire con esso un feeling non formale. Ma domani? Chi sarà ad imprimere la sua "cifra", la sua cultura politica, la sua impronta, al nuovo soggetto riformista? La sinistra, per quanto in una versione "rosa" e postclassista, o il centrismo perbene, e nemmeno laico, dei Rutelli? E a quale schieramento internazionale aderirà, prima o poi, questa neo-formazione, all’Internazionale socialista o al Partito popolare? Il Congresso non solo non ha sciolto questi interrogativi, li ha se mai rilanciati.

Il terzo e ultimo paradosso è che tutto questo può tradursi in concrete proposte programmatiche, e in una pratica politica riformatrice, oppure, al contrario, può rimanere prigioniero del passato e della vecchia esperienza ulivista. Nella replica di Fassino, questa ambiguità (che per molti sarebbe il sale della politica) era molto evidente: tra la tentazione continuista, la voglia di rifare, più o meno, quel che è stato già fatto, e la necessità di innovare, rompendo fino in fondo con i tabu neoliberisti e con prospettive che la realtà si è incaricata di falsificare. Sarà la politica, giust’appunto, a sciogliere, nella verifica dei processi reali, l’interrogativo: i Ds vogliono tentar di essere davvero un partito socialdemocratico o preferiscono ecumenicamente imitare la vecchia Dc?

http://www.liberazione.it/giornale/050206/archdef.asp