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Un mese pericoloso

sabato 15 aprile 2006

di Valentino Parlato

Sono un po’ vecchio e forse ho le paure di un passato che è passato, ma questi mesi di governo di un Berlusconi sconfitto dal voto mi preoccupano, molto. Berlusconi non è uno che si rassegna facilmente alla sconfitta (ha già tentato d’invalidare per broglio il risultato del voto).

Berlusconi governerà fino al mese di giugno, se Ciampi non si convincerà del suo diritto dovere di designare il nuovo presidente del consiglio, cioè Romano Prodi. Berlusconi fino a quel momento si sentirà obbligato a fare qualcosa. Non è soggetto disponibile alla quieta rassegnazione.

Berlusconi è un bravo commerciante che non si rassegna al fallimento perché le sue vendite non sono andate bene. E, infatti già si è mosso, su due direttrici, contraddittorie ma parallele: i brogli, con la minaccia di invalidare le elezioni e la grande coalizione per salvare se stesso.

Berlusconi oggi è più forte che prima delle elezioni.

Siamo di fronte a due prospettive entrambi pericolose ed eversive. La prima, che alla fine mollerà, ma spingerà al massimo per far passare la seconda, che sarebbe egualmente eversiva in quanto si identificherebbe con la cancellazione del risultato elettorale.

Questi due pericoli sono di fronte a noi fino a quando (a maggio inoltrato) dovrebbe essere dato a Prodi l’incarico di formare il nuovo governo. Siamo in un paese fantasioso come l’Italia, dove può accadere di tutto e tutto può servire a tutto. Potrebbe esserci un aspro scontro sulla regolarità delle elezioni, sui brogli, e una richiesta di invalidare il risultato del 9 e del 10 aprile.

Quindi di ripetere le elezioni, sempre con Berlusconi a palazzo Chigi. Potrebbe esserci, egualmente, l’opportunità di una emergenza nazionale, di un brutto attentato, l’opportunità se non la necessità di stare tutti insieme per la salvezza della patria. E anche così Berlusconi rimane in piazza e con accresciuta legittimità patriottica.

Il consenso al rifiuto di Ciampi di dare subito l’incarico di formare il nuovo governo ai vincitori delle recenti elezioni è stato temerario o - oserei dire - vile. Il tempo che sta davanti a noi, prima che il nuovo presidente della Repubblica dia l’incarico di formare il nuovo governo a me pare estremamente pericoloso.

E - ripeto - essendo un po’ vecchio mi torna alla mente una vecchia parola: vigilanza, cioè mobilitazione di tutto il popolo di sinistra. Nel 1994, dopo la vittoria di Berlusconi il manifesto promosse la grande manifestazione del 25 aprile in una Milano inondata dalla pioggia.

E ricordo (ma lo dovrebbe ricordare anche Umberto Bossi) che fu proprio Bossi ad annunciarmi che avrebbe abbandonato il Cavaliere. Come poi accadde. Il tempo che ci aspetta, di qui a giugno, non sarà proprio una passeggiata; teniamolo presente.

www.ilmanifesto.it

Messaggi

  • Edward Luttwak famigerato esperto di strategie e relazioni internazionali complice delle politiche criminali della casa bianca intervistato dal settimanale Internazionale sul futuro politico italiano ha formulato questa ipotesi e queto auspicio.

    "In Italia le due coalizioni sono destinate alla paralisi.Berlusconi sarà comunque bloccato da AN che impedirà una drastica riforma delle strutture statali che sarebbe necessaria per recuperare competitività.Con Prodi,Bertinotti e Diliberto si divideranno il compito di bloccare le riforme del mercato del lavoro(ancora rigidissimo),delle pensioni(che cominciano troppo presto)e della sanità.

    Perciò io vorrei la sconfitta di Berlusconi,seguita dalla caduta di Prodi e poi l’instaurazione di un governo tecnocratico trasversale.Poco democratico?Sì,ma utilissimo."

    • Presidente, lo aiuti

      LUCIANO BARCA da "Il Manifesto" 14.4.06

      L’Unione ha vinto le elezioni all’ultimo voto e Berlusconi dovrà contentarsi di fare il capo dell’opposizione dopo il goffo tentativo di proporre la «grande coalizione». E’ una notizia incoraggiante soprattutto dopo che l’ex premier si era tolto la maschera del «mi consenta» e, pur di rastrellare voti, si era abbandonato a un populismo pericoloso e volgare che faceva presagire il peggio in caso di vittoria.

      Alla fine anche la legge elettorale, costruita su misura per Forza Italia, ha giocato contro di lui e, sia pure per pochi voti di differenza, il centrosinistra ha prevalso nonostante la partecipazione elettorale sia andata ben oltre il traguardo al di là del quale (l’80%) gli esperti americani avevano garantito il successo al miliardario padrone di Mediaset e di corposi contorni finanziari.
      Non ci meraviglia il fallimento degli exit polls: sono molti quelli che hanno votato per Forza Italia pur vergognandosene e, quindi, non dichiarandosi (accadeva la stessa cosa per la Dc al tempo in cui al posto dei «Messaggeri azzurri» di Mediaset inviati a sorvegliare i seggi c’erano i Comitati civici di Gedda e Pio XII). Dobbiamo per questo saper perdonare le agenzie che hanno fatto le previsioni anche se la certezza della vittoria a piene braccia proclamata alle ore 15 ha rattristato le ore di un interminabile giornata fino al serrato finale notturno.

      Ora si tratta di mettersi al lavoro. Mandiamo subito a casa, per il momento, coloro che invece di domandarsi che cosa dobbiamo fare a livello di governo per il paese e per tutti gli italiani hanno cominciato subito, senza pudore, a tessere i fili di manovre interne ai partiti in vista di questo o quel leaderaggio e di ogni cancellazione definitiva del cordone che lega alla socialdemocrazia e alla tradizione europea i partiti della sinistra. Non è l’ora di occuparsi di queste cose a meno di non voler dimostrare, aggravando il distacco dei cittadini dai partiti, che «c’è purtroppo una classe politica incapace di andare oltre se stessa» e di perdere ogni contatto con il paese che ci si accinge a governare: già troppi errori sono stati commessi in campagna elettorale cadendo nelle ragnatele predisposte da Berlusconi.

      E’ il momento di annunciare le prime cose che farà il governo per il Paese, per la sua crescita sociale ed economica, e di fare gesti che servano a ricucire rapporti civili a cominciare dai rapporti parlamentari. E’ anche il momento di dimostrare che il centro sinistra non usa il manuale Cencelli e si preoccupa solo di assicurare l’uomo giusto al posto giusto, al di là di ogni etichetta: sarebbe veramente questa una grande prova di serietà e una importante garanzia per un paese ancora diviso.

      Con l’autorità che gli viene dal voto Prodi deve chiarire al più presto priorità, dare certezze e sciogliere ogni residua ambiguità che può avere turbato risparmiatori e mercato e fatto perdere preziosi voti.

      D’altra parte occorre non fare di tutta la CdL un nemico indistinto da combattere. Ci penserà Berlusconi a marcare le differenze. Un paese profondamente diviso attende misure e impegni che lo rassicurino e che, insieme, marchino una svolta. Una svolta che conquisti forze che vadano al di là di quelle che hanno votato il centro sinistra.

      E’ indubbio che un aiuto importante all’opera di rasserenare il paese può venire dalla rinuncia di Ciampi a rifiutare il reincarico. Chi scrive ha esattamente la stessa età del Presidente e ne comprende appieno le preoccupazioni personali; ma oggi c’è una preoccupazione più grande: è in gioco l’unità del paese e la gestione di un passaggio difficile da un quasi regime alla normalità democratica regolata dalla Costituzione Italiana.

      Nessuno meglio di Ciampi può farlo con un consenso amplissimo. Lui stesso ci ha ammonito a non perdere il treno della ripresa europea. Il suo sacrificio può accelerare i tempi dei numerosi passaggi obbligati per l’insediamento, prima, della due Camere e, poi, del nuovo governo in modo che il timone del paese non resti privo di una guida e che Prodi, cui va il nostro augurio, mostri subito le sue capacità di guidare la ripresa.

    • ancora da "il manifesto" 13.4.06

      Zagrebelsky: l’incarico deve arrivare subito

      L’ex presidente della Consulta: rischioso e anomalo prendere tempo, Ciampi può dare il mandato a Prodi

      VALENTINO PARLATO

      E’, in questi giorni, questione aperta e di non poco peso: sapere quando sarà dato a Romano Prodi l’incarico di formare il nuovo governo. In pratica se dovrà essere Ciampi, nel tempo del suo mandato, che scade il 18 maggio, o il nuovo presidente della Repubblica ed affidare l’incarico di formare il governo all’«unico capo» della coalizione vincente. Entro i limiti delle norme costituzionali il problema è se sia utile e giusto che Silvio Berlusconi continui a essere fino a giugno il capo del governo, sia pure per l’ordinaria amministrazione. Andrea Manzella, su Repubblica del 25 marzo, era intervenuto per sostenere che «Il Presidente della Repubblica cesserà dalla sua carica il 18 maggio. Fino a quel giorno egli potrà dunque, e dovrà, esercitare pienamente i poteri e le garanzie costituzionali che gli competono». Questa argomentazione diManzella non pare condivisa dal Quirinale. Sulla Stampa di ieri, il direttore Giulio Anselmi, nell’editoriale dal titolo «Al governo subito», scrive: «Resta però un dubbio circa la linea che i suoi (del Presidente della Repubblica, ndr) consiglieri giuridici, forse per eccesso di correttezza costituzionale, gli suggeriscono: rinviare al suo successore (o a se stesso in un secondo mandato) la designazione del nuovo presidente del Consiglio». E prosegue: «In un sistema semimaggioritario, in cui i partiti hanno indicato il leader della coalizione per ottenere il premio di maggioranza, la scelta del premier da parte del capo dello Stato non ha nulla di discrezionale. Ha senso, quindi, perdere quasi due mesi, lasciando il paese allo sbando?» La questione - come è facile intendere - non è di poco conto e proprio per questo abbiamo voluto sentire il parere del professor Gustavo Zagrebelsky, ieri a Napoli per un corso universitario. Zagrebelsky - e mi scuso per le mie imprecisioni - anche lui ritiene che debba essere l’attuale presidente della Repubblica a dare l’incarico di formare il governo una volta adempiuti tutti gli obblighi costituzionali per la piena funzionalità delle camere. E questo, sottolinea, per evitare un’anomalia e un rischio. L’anomalia sarebbe quella di avere un governo depotenziato in una situazione che sollecita invece seri interventi. E poi Zagrebelsky aggiunge: pur con tutti i limiti che ci sono, siamo di fronte a una coalizione che ha vinto e la cui vittoria è stata riconosciuta. Prendere tempo ci espone a un rischio grave. Si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica e su questa elezione si dovrà avere una qualche intesa. Ma proprio perché è ancora in carica il governo Berlusconi, la forte minoranza di centrodestra potrà ostacolare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e quindi lasciare in carica, per ancora qualche mese, il governo Berlusconi. Sarebbe un’autoprorogatio, ma possibile e da evitare. Proprio per questo Ciampi dovrebbe dare l’incarico di formare il governo - appena possibile dal punto di vista costituzionale - a Romano Prodi e non aspettare il nuovo presidente della Repubblica. E non è diverso dal parere di Zagrebelsky quello di un altro costituzionalista, Michele Ainis, che è stato anche candidato della Rosa nel pugno alla camera. Leggo infatti che in un’intervista al settimanale News anticipata ieri dalle agenzie di stampa Ainis arriva a sostenere che «il presidente della Repubblica non dovrebbe consentire che l’Italia venga governata per altri due mesi da un governo che non corrisponde più la volontà popolare. Questa sì che sarebbe una rottura istituzionale»: Secondo il professore «quando verrà nominato il nuovo presidente della Repubblica nella prassi succede che il presidente del Consiglio come atto di cortesia formale presenta le sue dimissioni al Quirinale che sempre per prassi le respinge. Si tratta solo di un balletto formale». Ma forse, mi viene a questo punto da pensare, la decisione di Ciampi non può essere letta solo con gli strumenti del diritto costituzionale. Le ragioni della politica possono essere più stringenti.

    • Controesodo

      "Se Prodi vince le elezioni bisognerà scappare in Svizzera" (Umberto Bossi, Il Giornale, 6 aprile 2006)

      "Villa in Svizzera per i Berlusconi, ma sorgono problemi legali. La suocera del premier uscente ha acquistato per la famiglia una splendida dimora. La legge elvetica limita le acquisizioni per gli stranieri, trovato escamotage?" (Repubblica. it, 17 aprile 2006).

    • Berlusconi lascia a sorpresa San Siro, forse per andare a Gemonio da Bossi

      "Finché Prodi non accetterà il dialogo semineremo dubbi sul risultato"

      Il premier: "Sentenza già scritta
      ma dobbiamo fare il possibile"

      di FRANCESCO BEI www.repubblica.it

      ROMA - "Capisco che sia una lotta improba, questi hanno una fretta matta di chiudere, ma tutto quello che possiamo fare facciamolo". Raccontano che Silvio Berlusconi abbia esaminato con attenzione tutte le opzioni che i suoi gli sottoponevano a Palazzo Grazioli per resistere a un verdetto "che ormai hanno già scritto". E quindi via libera alla contestazione del voto all’estero "che non corrisponde agli standard di un paese occidentale", sì ai ricorsi in tutte le circoscrizioni, benissimo le memorie da presentare alle future giunte per le elezioni di Camera e Senato (anche se il ministro Pisanu, presente alla riunione a via del Plebiscito, ha fatto successivamente una nota per prendere le distanze da tutto questo armamentario).

      Senza nascondersi tuttavia che, ormai, è solo questione di tempo e presto - uno o al massimo due giorni - si tratterà di fare quella famosa telefonata a Prodi che è consuetudine nei paesi anglosassoni. "Con le scadenze internazionali che incombono - ammette Paolo Guzzanti al termine del vertice a Palazzo Grazioli - penso che prima o poi un colloquio ci sarà". Si capisce insomma che, dopo il verdetto della Cassazione, sarà inevitabile dichiarare la sconfitta.

      Una considerazione che ha spinto ieri Berlusconi (per non parlare degli altri leader della Cdl) a non prestare la sua faccia, come inizialmente previsto, per sponsorizzare l’appello alla Corte di Cassazione affinché riveda i conteggi elettorali.

      La prospettiva, si capisce, non riempie di gioia il Cavaliere. Ancora ieri lo hanno sentito lamentarsi con Calderoli, "che se non faceva la coglionata di mettere il veto in Lombardia a quel De Paoli, che voleva venire con noi, a quest’ora avevamo vinto". Ce l’aveva ancora con Tremaglia, "per l’idiozia di presentare quattro liste della Cdl pure in Antardide". Persino con Forza Italia, perché "i nostri rappresentanti di lista, diciamocelo, erano dei ragazzini volenterosi, ma pur sempre ragazzini".

      Ma con la testa il leader della Cdl pensa già al dopo, a quando si tratterà di intavolare una trattativa con l’Unione da una posizione di minoranza. Per questo è fondamentale ora non mostrarsi deboli e costruire delle fortificazioni che possano resistere ai prossimi passaggi istituzionali. "Sino a quando Prodi non accetterà di aprire un dialogo con chi rappresenta più della metà del Paese - ha osservato infatti il premier - noi semineremo i nostri dubbi sui risultati".

      Uno dei presenti alla riunione di ieri, con la mente alle imminenti scadenze parlamentari, riflette sull’atteggiamento dell’Unione mostrando un certo ottimismo: "Con il Senato in queste condizioni dove vanno? La verità è che anche loro aspettano che gli concediamo la vittoria per trattare con noi". L’unico ostacolo, agli occhi di Forza Italia, a questo punto resta Romano Prodi e la sua "incomprensibile tracotanza".

      Un fastidio acuito dal fatto che persino all’abile Gianni Letta, mandato in avanscoperta dal Cavaliere dopo l’offerta di grande coalizione, sia stato ripetuto dagli uomini del Professore quell’invalicabile "niet" all’intesa.

      Con altri leader "avveduti e lungimiranti", come ad esempio Massimo D’Alema, la trattativa potrebbe invece partire da subito: "D’Alema - osserva Sandro Bondi prima di allontanarsi sotto la pioggia dal portone di palazzo Grazioli - ha fatto capire di essere consapevole della realtà uscita dalle urne, mentre qualsiasi politico che non ne prenda atto non potrebbe che combinare guai. E Prodi non ne prende atto".

      Il sottinteso è sempre lo stesso, quel governo di larghe intese che Berlusconi è sempre intenzionato a tenere sul tavolo. "L’Unione pensa a Prodi - confida un esponente di An che in questi giorni ha assistito alle consultazioni con il Cavaliere - ma noi in realtà stiamo già esaminando chi potrà essere tra sei mesi il "Lamberto Dini" da lanciare in pista". Per il Cavaliere resta però da convincere Umberto Bossi. Per questo ieri sera il premier era atteso a cena a casa del Senatùr: forse è questa la spiegazione della sua inaspettata decisione di lasciare lo stadio di Milano dieci minuti dopo esservi arrivato per assistere a Milan-Barcellona.

      (19 aprile 2006)