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Una questione di democrazia

martedì 11 ottobre 2005

di Graziella Mascia

Sono ancora tante, nel nostro paese, le questioni irrisolte che riguardano la democrazia. Ma ve ne è una talmente ingiusta, palese ed arcaica, quella della rappresentanza femminile nelle istituzioni, che neanche il più conservatore degli uomini è in grado di giustificare. Eppure, anche il più democratico degli uomini fa fatica ad accettare che in parlamento sieda il 50% di ogni sesso.

Così, tocca ancora alle donne portare disordine nel dibattito sulla legge elettorale.

E’ bastato un emendamento di alcune deputate di Forza Italia, e nell’accordo blindato della CdL si sono riaperte le contraddizioni. Questa volta non si tratta però di trovare una mediazione con quanto vuole l’Udc o la Lega, con l’interesse di questo o quel partito. Questa volta la questione è una sola e trova un fronte compatto in tutta la maggioranza, cioè il fronte degli uomini che non vogliono perdere il posto.

Ormai lo hanno capito tutti che il blitz sulla legge elettorale è l’ultimo atto di una maggioranza in caduta libera nei consensi nel paese per tentare almeno di perdere meno deputati. Berlusconi era riuscito a convincere tutti i suoi, che questa rimane l’unica strada per salvare il salvabile. Aveva spiegato ai deputati che facevano le bizze, quelli cioè che si considerano più garantiti perché eletti in collegi uninominali dove la Cdl fa il pieno di voti, che sarebbero stati salvaguardati attraverso le liste bloccate. Ma qualche donna del suo partito ha osato dire che almeno un terzo di quelle liste dovrebbe garantire le donne: dopo due uomini deve essere candidata una donna. Apriti o cielo! Per una giornata intera, mentre le opposizioni continuavano l’ostruzionismo in aula, in transatlantico capannelli di deputati del centro destra si consultavano sul da farsi. Perché anche una percentuale così miserevole può sconvolgere un parlamento in cui le elette sono il 9%, il minimo assoluto nella storia della Repubblica.

Naturalmente questo è uno degli effetti del sistema maggioritario uninominale, che privilegia gli uomini, possibilmente ricchi e potenti, mentre un sistema proporzionale, va da sé, consente di riaprire i giochi. Questo è tanto più possibile se non c’è la preferenza unica, che chiede invece una competizione sfrenata, usando tutti i mezzi a disposizione. La lista bloccata impone ai partiti di assumersi la responsabilità di scegliere, di dire, già con la presentazione delle liste, quali sono i candidati che intende eleggere. Costringe a dichiarare se ancora una volta si vuole un parlamento tutto al maschile o se finalmente si intende aprire le porte di Montecitorio e di Palazzo Madama all’altro 50% della società.

Fin qui, le proteste maschili hanno dato luogo a una mediazione del ministro Fini per un emendamento che prevede una donna ogni tre uomini, ma persino questa percentuale da riserva indiana potrebbe essere bocciata nel voto segreto. Così le donne del centro destra chiedono al presidente della Camera il voto palese.

Molte donne dell’Unione hanno già dichiarato che non si ridurranno mai a votare un simile contentino e chiedono ai capigruppo e ai segretari di partito di presentare, a loro firma, una emendamento che preveda l’alternanza uomo/ donna o donna/uomo nelle liste. In una scelta politica netta e determinata di contrastare fino in fondo l’approvazione della legge, e che perciò vede la presentazione di emendamenti dell’Unione tutti soppressivi, questa sarebbe l’unica eccezione di merito. Se ne sta discutendo. Ma è chiaro che anche in questa coalizione si aprono problemi e contraddizioni, perché anche in caso di bocciatura dell’emendamento dovrebbe seguire un impegno coerente nelle liste dell’Unione. D’altra parte, se Rifondazione comunista è rappresentata alla Camera da 6 deputati e 6 deputate, lo si deve alla scelta dell’alternanza nella quota proporzionale.

Si dice che la lista bloccata affida alle segreterie dei partiti la scelta degli eletti. E’ vero. Dunque è tutta loro la responsabilità. Comunque finisca la vicenda della legge elettorale non si può sfuggire a una straordinaria questione di democrazia. Nel parlamento francese le donne sono il 49% per una legge votata nel 2001. Nelle recenti elezioni tedesche, pur in assenza di una legge ordinatrice, Die Linke ha eletto 26 donne su 54. In Italia la sentenza della Corte che impediva la parità nelle liste è stata superata con la riforma dell’articolo 51 della Costituzione in materia di pari opportunità.

Non ci sono più vie di fuga. I partiti, tutti, anche quelli dell’Unione devono dire se le donne, che solo dalla costituente hanno il diritto a far parte dell’elettorato attivo, possono finalmente accedere su un piano di parità nell’elettorato passivo.

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