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Uragani, la lezione dei poveri : dopo lo tsunami, l’Onu indicò Cuba come modello di prevenzione

mercoledì 7 settembre 2005

di EMANUELE GIORDANA *

Se Fidel Castro avesse voluto essere di cattivo gusto non si sarebbe limitato ad offrire aiuto. E, nel suo messaggio di cordoglio agli Stati Uniti, avrebbe ricordato al paese del primo mondo per eccellenza che forse il "terzo mondo" ha qualcosa da insegnargli.

Alcuni anni fa, in occasione del ciclone Ivan, il governo cubano, grazie a un sistema di allarme e a una ferrea organizzazione preventiva delle comunità locali, fu in grado di spostare in poche ore due milioni e mezzo di persone, salvando beni materiali, vite umane e animali.

Con Ivan l’Avana non registrò alcuna vittima mentre nei Caraibi se ne contarono 112, di cui 35 negli Stati Uniti. Andando indietro, nel 1998, l’uragano George uccise 4 persone a Cuba e 600 nel resto dei Carabi. Durante l’uragano Charley, l’ultimo in ordine di tempo, l’isola di Fidel registrò altre 4 vittime. La Florida 30.

Si potrà obiettare che i numeri della popolazione cubana non sono gli stessi degli Usa (pur se il bilancio ancora incerto di Katrina appare inimmaginabile) ma è vero che la strategia preventiva di Cuba è molto valorizzata all’Onu tanto che, come il manifesto ha già riportato, quando lo Sri Lanka post tsunami chiese lumi su quale modello preventivo futuro da adottare, si vide consigliare «un viaggio all’Avana». Detto è fatto.

Il segreto dei cubani è l’uovo di Colombo: diffusa coscienza del rischio tra la popolazione e un’ottima capacità di ricorso alle risorse umane senza bisogno di grandi mezzi e con una rapidissima capacità di mobilizzazione in tempo reale che coinvolge scuole, fabbriche, luoghi pubblici.

Cosa insegna l’esperienza cubana? Che un paese che non ha grandi mezzi tecnologici e potenti protezioni civili può comunque montare un sistema di allerta - e di mobilitazione - molto raffinato. E a carico dello stato.

Quel che l’esperienza cubana insegna e che la vicenda Katrina conferma, è dunque che non è per forza l’alta tecnologia a salvare le vite umane. Insegna anche che la «liberalizzazione» della risposta ai disastri porta sciagura. In Louisiana, dicono le cronache, l’evacuazione era obbligata.

Ma se non hai soldi per andartene cosa fai? Ti arrangi e, se va male, muori. Molti governi ragionano nello stesso modo e i regimi non sono di per sé una garanzia: nella Cina denghista ad esempio, le catastrofi naturali sono sempre espresse in grandi numeri il che sembra aver a che vedere, non solo con la pressione demografica, quanto con una certa trascuratezza, tipicamente imperiale, nei confronti dei propri cittadini.

Come dimostra la diga delle Tre gole e le scarse preoccupazioni di Pechino sull’impatto sulle popolazioni residenti.Come che sia, quando il governo dello Sri Lanka si è rivolto alle Nazioni Unite, gli esperti di catastrofi non hanno avuto dubbi nel consigliare a un paese povero (Pil per abitante: 881 dollari l’anno) i metodi di un altro paese povero (Cuba: 1.700 dollari). Ma forse questa è una lezione che vale anche per un paese il cui reddito medio si aggira sui 37mila.

*Lettera22

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