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A Muhammad Yunus il premio Nobel sbagliato, a Edmund Phelps il Nobel del passato

sabato 21 ottobre 2006

Hanno dato il Premio Nobel a Mohammad Yunus, l’economista del Bangladesh, teorico del diritto al credito, trasformatosi in grande banchiere del microcredito. E’ l’uomo che ha dimostrato che i poveri (soprattutto le donne povere) fanno del credito un uso infinitamente migliore di quello che ne fanno i ricchi. Ma gli hanno dato il Premio Nobel sbagliato.

di Gennaro Carotenuto

I funzionari della Grameen Bank, la banca del microcredito rurale fondata nel 1975 da Mohammad Yunus, allora professore di Economia dell’Università di Chittagong in Bangladesh, brindano ad un ennesimo anno di risultati eccezionali, dei quali, il Nobel al fondatore della banca, è solo uno dei tanti. Ma quelli della Grameen Bank non sono i risultati eccezionali per i quali brinderebbero i funzionari di una qualsiasi banca armata, Banca Intesa o la Chase Manhattan Bank.

I funzionari della Grameen Bank brindano al fatto che hanno superato i due miliardi di dollari prestati, a più di due milioni di clienti. Il 94% dei clienti sono donne indigenti che in qualunque altra banca sarebbero scacciate sulla porta dalla sicurezza. Il 97% di loro ha investito con profitto i soldi ricevuti. E ha restituito con gli interessi il prestito ricevuto permettendo alla banca di fare profitti. Con il microcredito ha migliorato il proprio avvenire e quello dei figli.

A molte migliaia di km da Chittagong anche Edmund Phelps, nel suo studio della Columbia University, sta brindando al premio Nobel. Non a quello di Yunus, ma al suo, ottenuto come difensore dell’ortodossia monetarista e della neutralità del libero mercato rispetto ai problemi da questo creato. Una sorta di Premio Nobel a Ponzio Pilato. Se sei precario, se non arrivi alla fine del mese, se il tuo paese paga di soli interessi sul debito più di quanto guadagna esportando in un anno, la colpa non è mai del libero mercato stesso che è per definizione innocente. In particolare, nei suoi studi, Phelps ha sostenuto a lungo che la riduzione del potere di acquisto dei lavoratori non è un male, perché così i lavoratori accetteranno di lavorare di più. A modo suo ha ragione, o almeno in Occidente l’ha avuta vinta. Chi porterebbe avanti, nell’Europa senza idee di oggi, battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro, soprattutto dopo il naufragio delle 35 ore?

E’ un Nobel (per l’economia) assegnato dunque all’ortodossia monetarista del neoliberismo decadente, quello dell’Accademia delle Scienze di Stoccolma al professor Phelps. E’ un Nobel (per la pace), quello assegnato da Oslo a Yunus, che premia un economista visionario che si misura -per alleviarli- con i problemi reali di persone reali.

Di sbagliato c’è che i poveri, le madri indigenti di Chittagong, non fanno mai la guerra ma la subiscono, ed allora Yunus non ha fatto far loro la pace, ma migliorato la loro vita economica, proprio come deve fare un Premio Nobel per l’Economia. Dargli il Premio Nobel per la Pace sa di riparazione, se non di beffa, in un sistema economico mondiale che solo le periferie, il Bangladesh, il Sud del mondo, sembrano capaci di riformare.

Forte e chiaro: il professor Phelps non meritava nessun premio Nobel, anzi forse meritava di andare in galera per induzione alla schiavitù, per aver contribuito ad indurre centinaia di milioni di lavoratori a lavorare di più per lo stesso salario. Al contrario, il professor Yunus non meritava il Premio Nobel per la Pace, ma quello per l’Economia, un’economia finalmente di pace e non più di guerra.

http://www.gennarocarotenuto.it

Messaggi

  • Ottima descrizione di quella che è la realtà delle cose, soprattutto quando fai
    riferimento
    al regresso dei diritti del lavoro quindi al passato. Ecco spiegato, il premio a Edmund Phelps èall’arrendevolezza dell’europa ed alla cedevole determinazione dei burocrati sindacalisti a rappresentare il vero interesse del LAVORO. Sempre più condizionati da interessi gestionali delle concertazioni, essi sovente danno anche versioni edulcorate di soluzioni improponibili al lavoratore, per arrivare addirittura a prevaricarli in decisioni importanti, vedesi tfr!
    Ora, includendomi anch’io nella critica che voglio fare (in quanto RSU) al sistema sindacale in genere, vorrei che il coinvolgimento d’ognuno di noi su tematiche di libero mercato, impresa,
    produttività, fessibilità ecc. ecc, fosse accompagnato dal sostegno interessato (e fattivo) dei lavoratori, ma spesso vedo troppo lassismo, o peggio servilismo liberalizzato da LIBRI BIANCHI a confermare gli effetti deleteri che liberalizzazioni selvagge comportano e portano il premio agli assertori che l’impresa cerca! schiavitù offresi?

    MAURIZIO LO MONACO