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Alì Agca - Killer professionista per omicidio su commissione

venerdì 13 gennaio 2006

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L’ultimo affaire della guerra fredda
Obiettivo: accusare i Servizi dell’est
Ma anche Cia e Vaticano restarono coinvolti. La pista bulgara non trovò mai conferma definitiva, lo stesso papa alla fine non la accreditò. E per gli Usa è diventata quasi un Nigergate

di PAOLO MONDANI

Il 13 e 14 maggio del 1980 (esattamente un anno prima dell’attentato a Giovanni Paolo II) nel corso di una riunione dei ministri degli Esteri e della Difesa della Nato in corso a Bruxelles, il segretario della Difesa americano Harold Brown chiese agli alleati di poter inviare in Italia due gruppi di caccia bombardieri per rafforzare il fronte mediterraneo.

In quegli stessi giorni, in tre diversi editoriali pubblicati su l’Unità, il Pci accusava il presidente del Consiglio Cossiga e il ministro della Difesa Lagorio di aver stipulato con Harold Brown un accordo segreto atto a garantire la disponibilità del territorio italiano per proiezioni offensive contro la Libia. Oggi il ricordo è sbiadito: ma la percezione era quella di una guerra imminente nel Mediterraneo. Il 27 giugno, il Dc9 Itavia in volo tra Bologna e Palermo precipitò verosimilmente abbattuto da un aereo della Nato.

Qualche mese dopo, il 4 novembre, Ronald Reagan conquista la presidenza degli Stati Uniti che si annuncia immediatamente con la richiesta di installare i missili Cruise in Sicilia (il governo italiano diede già con Cossiga il suo assenso) e con l’idea di realizzare una nuova bomba (al neutrone) e una rete stellare di difesa antinucleare. Sul versante sovietico, basterebbe solo ricordare la crisi polacca e i carri armati con la stella rossa entrare a Kabul mentre al 26mo Congresso del Pcus - del febbraio `81 - a Giancarlo Pajetta venne impedita la lettura di un messaggio ufficiale di condanna dell’invasione in Afghanistan.

Per non parlare delle esercitazioni militari in corso in quei mesi nel Mediterraneo e nell’Atlantico, di parte sovietica e americana, le più impegnative visto lo spiegamento di uomini e mezzi dal dopoguerra. Insomma, quando il 13 maggio del 1981 Giovanni Paolo II entrò nel mirino del revolver di Alì Agca si andavano certamente consumando i giorni più crudi della guerra fredda. Quell’equilibrio non reggeva più, e le grandi burocrazie, comprese quelle dei servizi segreti di entrambe le parti, tentarono il tutto per tutto pur di ostacolare la deriva del loro mondo.

Come è noto, Papa Wojtyla non fu spettatore distaccato. Spinse lo Ior a finanziare il sindacato polacco Solidarnosh, lo Ior di Marcinkus con i soldi dell’Ambrosiano di Roberto Calvi. La Polonia esplose e quel protagonismo contribuì alla crisi del campo sovietico e dell’intero sistema di blocchi contrapposti. E così, quel pomeriggio del 13 maggio Alì Mehmet Agca arrivò a pochi metri da Karol Wojtyla.

A 25 anni di distanza, visto che le infinite investigazioni e i numerosi procedimenti giudiziari non hanno prodotto un plausibile e definitivo risultato sull’identità dei mandanti del tentato omicidio è bene far caso ad alcuni particolari.

Primo: fu omicidio su commissione. Non c’è dubbio. Se non altro perché si incarica di testimoniarlo Giovanni Paolo II in persona nel suo ultimo libro, «Memoria e identità». Laddove scrive che i mandanti sono figli di «una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza scatenatesi nel XX secolo», una formula complessa che esclude la semplificazione televisiva di Porta a Porta sulla matrice esclusivamente «comunista» dell’attentato.

Peraltro, Wojtyla non ha mai smesso di cercare la verità «terrena» tanto che persino nel colloquio con il suo attentatore ci ha provato (essendo la verità «spirituale» emersa attorno alla rivelazione del terzo segreto di Fatima e la mano della Madonna che avrebbe deviato il proiettile mortale oggetti che sfuggono alla percezione di chi scrive).

Secondo: Alì Agca era un killer professionista arruolato nel gruppo di estrema destra nazionalista dei Lupi Grigi. Nel `79 in Turchia venne inviato a uccidere il direttore del quotidiano Millijet Abdi Ipecki, un democratico che infastidiva i conservatori. Il gruppo era così potente da poter garantire ad Agca una comoda fuga da quel medesimo carcere che l’ha ospitato in questi ultimi anni. Mehmet Alì era uno che sparava bene, un professionista appunto, eppure quel giorno in piazza San Pietro fallì. Gli inquirenti italiani non poterono mai analizzare uno dei due proiettili, recentemente da altre testimonianze è emerso che forse gli spari furono tre. E sul ruolo del suo principale complice, Oral Celik, non si è mai fatta definitiva chiarezza. Insomma, un’inchiesta che sembra essere stata gestita da principianti.

Terzo: la famosa pista bulgara non ha mai trovato definitive conferme giudiziarie. Anzi: fu lo stesso Wojtyla durante la visita a Sofia del 2002 ad escluderla. A proposito del coinvolgimento dei servizi segreti di quel paese chiarì: «Il popolo bulgaro non c’entra». E va ricordato che il primo dicembre 1989, durante il primo storico incontro con il Papa, Gorbaciov negò qualsiasi coinvolgimento del Kgb e Wojtyla fece chiaramente intendere di avergli creduto. La commissione parlamentare di inchiesta sul dossier Mitrokhin guidata dal senatore Guzzanti si è viceversa molto sbattuta in questi anni per cercare prove in quella direzione ma ahimé con ben magri risultati.

Quarto: non c’è dubbio che Agca fosse però conosciuto dai servizi segreti dell’Est e questo prima del suo ultimo viaggio a Roma. Così come è noto che l’invenzione della pista bulgara fu opera di un settore «deviato» del Sismi e che il Senato americano legittimò oltre il lecito il coinvolgimento dei servizi di Sofia (una specie di Nigergate).

Quinto: il giudice Priore che ha svolto le ultime indagini sul caso ritiene che il tentato omicidio del Papa abbia avuto legami profondi con il rapimento della giovane Emanuela Orlandi e lascia intendere che i comportamenti nell’ambiente vaticano non siano stati tutti così limpidi. Può darsi. Nel frattempo, Alì Agca esce di galera e promette di scrivere un libro su tutto quel che sa mentre l’ex giudice Imposimato, che in passato l’ha sentito ore e ore a verbale, scommette sulla sua vita.

Sesto: la Segreteria di Stato non ha mai voluto esprimere un giudizio ufficiale sulle inchieste di questi anni, né ha mai formalmente cercato di conoscere la verità sebbene l’attentato sia avvenuto in Vaticano e coinvolgesse il suo monarca.

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