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Berlusconi: "L’Italia va a meraviglia" Bertinotti: "Lei ha visto un film"

mercoledì 29 marzo 2006

di Stefano Bocconetti

Il confronto televisivo non c’è stato. No, non perché Silvio Berlusconi abbia disertato la puntata di Ballarò dove, spalleggiato dal neodemocristiano Rotondi avrebbe dovuto affrontare Fausto Bertinotti ed Emma Bonino. E’ vero che ad un certo punto s’è temuto anche questo, visto che il premier - come gli è già capitato - s’è presentato con un po’ di ritardo. Comunque, s’è presentato.

No, il confronto non c’è stato perché i due principali protagonisti - inutile girarci attorno: Berlusconi e Bertinotti - hanno parlato, ragionato di due paesi diversi. Uno, il premier - nonostante i consigli che fino all’ultimo gli ha dato Fini e lo stesso Bossi, Casini no, ormai con lui ha rotto; nonostante gli inviti ripetuti in trasmissione dallo stesso Rotondi: "Calmatevi, mica poteva usare la bacchetta magica..." -, nonostante tutto questo ha spiegato che "mai come in questri ultimi cinque anni è cresciuta la spesa sociale".

Ha spiegato che mai il livello di occupazione è stato così alto, mai i conti sono stati così a posto. Di là, Bertinotti ha raccontato un altro paese. Quello che lui ha incontrato in questa campagna elettorale, ha incontrato appena poche ore, pochi minuti prima di entrare nello studio televisivo del terzo canale. I quattro operai della Montedison nuorese, fabbrica chiusa, che si sono visti sospendere anche i piccoli sostegni al reddito. Ha raccontato della madre siciliana, con due figli laureati. Uno con un contratto di due mesi ad un call center, l’altro costretto ad andarsene all’estero.

E racconta del deserto che ha visto là in Calabria, dove sarebbe dovuta nascere un’area industriale. «E allora - dirà il segretario del Prc - anche il disastro dei bilanci...», «disastro che non esiste», lo interrompe Berlusconi. «Vede, il disastro dei conti pubblici - riprende Bertinotti - non può essere valutato di per sè. Dipende dal contesto in cui è inserito. Per capire: un conto sarebbe se si fosse investito, se si fosse speso. Se le persone stessero meglio. Sarebbe più facile, sarebbe già indicata una via d’uscita. Ma così non è».

E allora, la domanda nasce spontanea. La formula per primo Bertinotti: «Signor presidente, ma in che paese vive?». La domanda la ripeterà anche Emma Bonino. Con l’aggiunta di un’altra battuta di Bertinotti: «E’ proprio vero che Dio acceca chi vuol far perdere».

Ma lui, il presidente, non ha modificato di una virgola l’atteggiamento che doveva aver studiato a tavolino. E così ha ripetuto l’elenco di conquiste per i giovani, per i giovani meridionali (dove uno su quattro è senza lavoro), sulla scuola, sull’università. Parole talmente imbarazzanti al punto che anche la sua claque, all’inizio ugualmente divisa, non se l’è più sentita di battere le mani. E così ha davvero avuto facile gioco Bertinotti a spiegare che se le cose fossero andate come racconta Berlusconi non ci sarebbero stati i più grandi movimenti sociali di questi anni.

I più grandi scioperi.
Insomma, il fallimento è davanti agli occhi di tutti. Fallimento non di un solo governo ma di una filosofia. Quella di chi ha pensato di comprimere il costo del lavoro, sostenendo che così sarebbe ripartito il motore dell’economia. La verità è che questo governo, la sua linea iperliberista, attraverso la leva delle tasse ha compiuto un’enorme di redistribuzione. Togliendo dal basso per dare ai nuovi ricchi, agli speculatori. Come racconta la storia dell’estate scorsa, con i «furbetti del quartiere». E «allora tassare i vari Ricucci, Fiorani non mi sembrerebbe scandaloso», dirà addirittura Emma Bonino.

Addirittura. Sì, perché questo strano confronto tv ha rivelato anche un’altra cosa. Che Emma Bonino, che spesso s’è attribuita il ruolo di unica difensore della laicità della coalizione, ha attaccato Berlusconi da una strana angolazione. Gli ha rimproverato di aver fatto poche liberalizzazioni. Quelle di cui, però, non c’è traccia nel programma dell’Unione. Ma questa è un’altra storia.

Messaggi

  • I FATTORI CHE GUIDANO IL CALO DEL TASSO DI DISOCCUPAZIONE

    La disoccupazione di massa è una delle maggiori incognite che i governi di molti stati europei si trovano oggi ad affrontare. In Francia, ad esempio, questo tema è molto sentito, tanto che sta provocando un clima di profonda sfiducia verso le autorità che si occupano della politica economica sia a livello nazionale che europeo, così come un profondo disagio sociale tra la popolazione.

    Anche in Italia, nella seconda metà degli anni 90, la lotta alla disoccupazione è stata sempre in cima alla lista degli obiettivi dell’agenda economica dei vari governi che si sono succeduti.
    Oggi, una prima analisi degli indicatori sul tasso di disoccupazione, parrebbe indicare che questo obiettivo sia stato pienamente raggiunto e che mentre molte altre nazioni sono ancora alle prese con questo problema, in Italia si possa guardare alla situazione del mercato del lavoro con diffuso ottimismo.

    Il tasso di disoccupazione che nel 1998 era superiore all’11%, oggi si attesta al 7,6%, che in termini di forza lavoro sta a significare che in 8 anni il numero degli occupati è aumentato di più 2 milioni di unità.

    Generalmente tassi di crescita dell’occupazione così sostenuti si osservano durante fasi di forte sviluppo dell’economia. In particolare la variabile fondamentale dovrebbe essere costituita dagli investimenti. Un sostenuto aumento degli stessi dovrebbe cioè tradursi in uno spostamento verso l’alto della curva di domanda di lavoro e quindi in un aumento della popolazione lavorativa. Nel momento in cui, una vasta parte della forza lavoro non occupata ha accesso ad un reddito base mensile, è altamente probabile che essa vada ad impiegarne parte dello stesso per aumentare il proprio livello di consumi o, alternativamente, può decidere di non impiegare oggi queste risorse monetarie, ma destinarle a consumi futuri. Questa scelta provocherebbe un aumento dei risparmi e di conseguenza poiché secondo le comuni identità contabili I=sY, si dovrebbe osservare un successivo aumento degli investimenti.

    L’espansione delle due fondamentali variabili della domanda aggregata, avendo un impatto positivo sul prodotto interno, dovrebbe quindi condurre ad una sua, alquanto marcata, espansione.

    L’analisi del quadro italiano contrasta fortemente con queste conclusioni e andando ad osservare l’andamento delle variabili coinvolte nel processo appena descritto, si rimane abbastanza sconcertati. A fronte dei 2 milioni di posti di lavoro creati si osserva una crescita media degli investimenti molto bassa e nell’ultimo anno questi si sono addirittura ridotti dello 0,6% (Eurostat).

    Ancora più desolante il quadro dei consumi delle famiglie. Questi sono cresciuti ad tassi via via decrescenti per attestarsi nel 2005 ad un modesto (+0,2%). Questo dato inoltre va analizzato congiuntamente a quello del credito al consumo che nel nostro Paese si sta espandendo ad un ritmo del 15% annuo, fattore che ci spiega come gli italiani stiano utilizzando sempre più questo strumento per ovviare a budget familiari sempre più limitati. Ovviamente il PIl non poteva che mostrare un andamento analogo con crescita media del TOT negli ultimi 8 anni.

    Vi sono vari fattori che possono essere chiamati in causa x spiegare una tale divergenza tra la crescita dell’occupazione e la crescita reale del prodotto interno.

    Uno di questi è costituito dal fatto che dei due milioni di nuovi occupati, 635000 derivano dall’emersione di lavoratori sommersi, dato che preso singolarmente è molto positivo, ma che non contribuisce ad una crescita strutturale del Paese, in quanto tali lavoratori si trovavano già inseriti nel sistema produttivo. Tale circostanza, tuttavia, non è sufficiente a spiegare la stagnazione del prodotto nazionale.

    Gli ultimi dati Istat sull’occupazione sembrano dar voce a quanti sostengono la tesi di quanti affermano che i nuovi posti di lavoro, riguardando essenzialmente forme contrattuali estremamente flessibili, non rispecchiano un’effettiva espansione della domanda di lavoro e non permettono ai nuovi occupati di migliorare sostanzialmente i propri standard di vita. Dalla riduzione delle unità lavorative emerge, infatti, che in molti casi l’ammontare orario complessivo sia stato frazionato fra più lavoratori.

    Bisogna però anche considerare che negli anni precedenti questo indicatore presentava valori sempre positivi e che alcuni studi riferiscono che, l’utilizzo delle nuove forme contrattuali previste dalla legge Biagi è piuttosto limitato ed in molti casi tali assunzioni si trasformano poi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

    La quadratura del cerchio va dunque ricercata in un altro aspetto che oltre ad avere l’effetto di deprimere la domanda aggregata va anche a minare la produttività delle aziende italiane, come dimostra il dato sulla competitività del nostro sistema paese che è crollata di oltre Tot posizioni.
    Secondo le stime dell’Istat l’inflazione dall’introduzione dell’euro non ha mai superato i 3 punti percentuali mentre le famiglie italiane sembrano percepire un’inflazione molto più elevata. Non è fra gli obiettivi di questo articolo analizzare quale delle due voci in capitolo rappresenti meglio la realtà, in quanto si dovrebbero chiamare in causa argomenti tecnici legati alla metodologia con il quale l’istituto di statistica nazionale calcola il livello dei prezzi.

    Ciò che è innegabile è che ci sono state numerose categorie di lavoratori (in particolare quella dei lavoratori dipendenti) che sono state colpite dall’inflazione più di altre, questa affermazione trova fondamento anche dai dati sul potere d’acquisto dei salari italiani presentati dall’ultimo rapporto Eurostat secondo il quale negli ultimi tot anni nel nostro paese l’aumento del potere d’acquisto è stato compreso fra lo 0 ed il 7%, a seconda della categoria considerata, a differenza del 25% in Francia e Gran Bretagna e del 12% Germania.

    E altamente probabile quindi che molte aziende stiano assumendo nuovi lavoratori a fronte della caduta del salario reale e che in molti casi si stia operando ove possibile una sostituzione capitale-lavoro utilizzando con maggiore intensità il fattore della produzione più a buon mercato, senza però ricavare vantaggi dal lato della produttività, in quanto ad investimenti sul lato del lavoro corrispondono riduzioni dal lato del capitale e dell’innovazione tecnologica.

    Per far ripartire l’economia occorre che essa riceva stimoli sul fronte della domanda mentre bassi salari associati a scarsa competitività sui mercati nazionali la deprimono sia dal lato interno che da quello estero.

    In queste condizioni l’aumento dell’occupazione non va a caratterizzare un processo virtuoso, bensì rappresenta un dato fuorviante di un sistema malato.

    Raffaele Fargnoli

    www.lavoce.info

  • Quando si danno i numeri .....

    Purtroppo la questione dei dati economici fasulli e spacciati per "veri" senza che il telespettatore medio possa farsi un’idea corretta dello stato delle cose si fa sempre più seria. Non passa giorno senza imbattersi in
    concetti di grande impatto emotivo sull’elettorato quali "pressione fiscale" "tasso di disoccupazione" enunciati nel modo più distorto possibile e lontani dal loro significato.

    "Pressione fiscale" sic et simpliciter non vuol dire nulla. proviamo a scomporla: dal 2001 quella diretta è diminuita di 1 punto, il che è abbastanza risibile, quella indiretta è aumentata di ben di più, e quella in conto capitale è aumentata per effetto dei condoni.

    Tasso di disoccupazione andrebbe letto insieme all’andamento degli occupati (la cui crescita è costantemente in discesa ed è in gran parte frutto di regolarizzazione).

    Trovo stupefacente che professori di economia prestati alla politica si vantino del fatto che l’occupazione è "cresciuta" (mettiamola pure così..) ma nello stesso tempo il pil è rimasto fermo e l’economia ha conosciuto la peggiore stagnazione dal dopoguerra (ma in campagna elettorale non si hanno remore). La produttività del lavoro in questi anni ha avuto crescita negativa, il che è tutt’altro che una bella notizia.

    Ma parlare in TV in questi termini sembra una costante. E nessuno che si prenda la briga (men che mai i giornalisti presenti) di far presente che 1 punto in meno di "pressione fiscale" (sic!) e un tasso di crescita ancora positivo dell’occupazione non vogliono dire proprio nulla se il pil è pratica rimasto (in termini reali) quello di 5 anni fa.

    by Alessandro Sciamarelli