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Cosimo Rossi intervista Fausto Bertinotti : Io ci provo

domenica 8 gennaio 2006

di Rossi Cosimo

Anarchico per apprendistato, comunista per identità, movimentista per passione, partitista per convinzione, sindacalista per professione, consiliare per esperienza, referendario per pratica, lettore per abitudine generazionale, salottiero per frequentazioni, operaista per amicizie, intransigente per educazione, giocatore d’azzardo per vocazione, lezioso per vanità... Una cosa, invece, Fausto Bertinotti non vuole farla: “il ministro”. Nel 1998 fu protagonista della rottura con il primo governo Prodi. Oggi sfida il professore per conquistare la leadership dell’Unione ed è pronto a guidare la sua Rifondazione comunista attraverso le colonne d’Ercole della prova di governo. Il leader del Prc si racconta e racconta le scelte di allora e di oggi:la fine del ciclo riformista del liberismo temperato, la crisi delle socialdemocrazie, le due sinistre, la messa in discussione del paradigma della globalizzazione e del pensiero unico ad opera di un movimento di movimenti che “parla al futuro”, la nonviolenza, la pace e la guerra, la transizione incompiuta dell’Italia, la riforma inattuata della politica.

1. ON THE ROAD

«Figurati che fino a cinquant’anni non ho portato la cravatta...». Oggi, invece, Fausto Bertinotti la cravatta la porta eccome, quasi sempre. Come la giacca. Tutte e due appese alla maniglia dell’auto, quando è in viaggio. Il segretario del Prc non è certo avaro di civetteria. Né si perita a sfilarsi i mocassini risalendo in macchina per un notturno viaggio di rientro in città.
«Io sto sempre con la parte progressiva del capitale rispetto ai rentier», risponde a un autorevole leader della coalizione che in aeroporto lo interroga polemico sulla posizione critica presa a proposito della giostra di scalate, opa, compravendite azionarie e cotillon che hanno animato i sacrari del capitalismo nostrano: «Ci sono casi in cui bisogna saper scegliere», chiosa sussurrando.
«Un uovo non è mica capace di cucinarselo», confida lo staff alle sue spalle. Se invece gli portano il caffè, rassetta la tavola per riflesso condizionato, come se ce l’avessero educato in collegio.

PRIMARIE. CIOÈ VOTARE

Fausto Bertinotti, classe 1940, Sesto San Giovanni. Una vita nel sindacato. Una militanza politica cominciata nel Psi, poi nel Psiup e dal 1972 nel Pci fino allo scioglimento. Nel «gorgo» pidiessino fino al 1994 e da allora segretario di Rifondazione comunista.
Protagonista nel ’98 della clamorosa rottura con il governo Prodi e oggi invece coprotagonista della sfida di governo dell’Unione. Ma proprio a cominciare da un nuovo e diverso duello con il professore per la scelta del candidato presidente del consiglio che tuttavia tutti identificano sempre in Prodi. E allora, queste votazioni non sono un po’ un esercizio di vanità che supplisce alla politica? Il professore è un leader senza partito per sua stessa ammissione, che da sempre si preoccupa di consolidare la propria autorità. Bertinotti, forse, non ha altro modo per andare oltre il proprio partito...

Per quel che mi riguarda credo che, in larga misura, sia il portato di una storia e di un’esperienza. Io non riesco a diffidare mai del voto. È una cosa di fondo: ogni esercizio di scelta collettiva, ogni campagna elettorale, ogni referendum, io l’ho sempre vissuto con un grandissimo investimento. Probabilmente è il portato di un’esperienza sindacale, di una storia in cui quelli come me - collocati su una posizione di sinistra - hanno sempre battuto in breccia tutti i dubbi e le riserve delle parti storiche delle organizzazioni contro quelle forme chiamate, con un qualche sopracciglio alzato, «referendarie». Si voleva che la democrazia partecipata fosse quella in cui i corpi intermedi - le organizzazioni sindacali, i partiti - organizzavano la partecipazione come fenomeno collettivo, e quello dava luogo all’espressione della politica, anche per la forza del rapporto che si creava tra la decisione, così presa, e la capacità di mobilitazione e di lotta. Io ho militato molto in questa vicenda, ma sempre con un piede fuori: con un piede rivolto anche al fatto che bisognava consentire che il singolo lavoratore, la singola lavoratrice dicessero la loro. Ricordo quando discutevamo a proposito del referendum sul contratto: c’era un’obiezione di destra e una di sinistra. Quella di destra è arcinota: si diceva «Il sindacato è un luogo di associazione che ha una delega contrattuale, dunque decidono i soci». Poi c’era l’obiezione di sinistra che diceva: «Vabbé, ma tu fai votare anche i crumiri! Decide la platea militante».

- Invece il sindacalista Bertinotti che diceva?

Noi - perché parlo di una storia che è il sindacato torinese, la Fiom, ma anche la Fim - ci battevamo, invece, per dire «No, no, referendum per tutte e tutti. Perché? Perché noi dobbiamo avere un investimento di fiducia nella popolazione lavorativa, non possiamo selezionare». Lo dico perché, probabilmente, mi è rimasto un riflesso condizionato, tant’è che fui - e sono - sempre molto, molto favorevole ai referendum, anche nelle campagne radicali; l’obiezione di una parte della sinistra e del movimento operaio contro i referendum dei radicali non l’ho mai capita: sono sempre stato referendario.
Naturalmente, c’è anche una componente culturale. Io penso che la democrazia diretta sia un obiettivo da perseguire sempre: tutti gli spazi che si aprono verso la democrazia diretta per me sono buoni. Riconosco che, forse, qui conta molto la mia diffidenza verso la democrazia rappresentativa, il fatto che se non è integrata dalla partecipazione, se non è integrata dalla democrazia diretta, se non è integrata dalla critica del conflitto, la democrazia si riduce a un simulacro.
Quindi, dall’inizio, appena si è aperto questo spiraglio, noi ci siamo buttati...

- Buttati nelle primarie...

Da subito, senza la minima incertezza, prima ancora che si discutesse delle Puglie, molto prima.

- Dal settembre del 2004. Pressappoco subito dopo che Prodi, in un’intervista estiva, propose le primarie. Anzi. Allora sembrò che Prodi e Bertinotti giocassero in qualche modo di sponda sul tavolo della legittimazione reciproca dopo le ferite del 1998...

Quando si aprì la discussione nell’Unione, noi fummo da subito partigiani accaniti delle primarie. In primo luogo, ripeto, per una ragione di esperienza personale: sempre dalla parte del voto. _ Io non riesco proprio a concepire il voto come espressione seriale, penso sempre che tutto ciò che ti aiuta a ragionare e a mettere in rapporto pensiero e azione sia un elemento di vivificazione del rapporto tra individuo e società.
Ma in questo caso la ragione è anche politica. E non riguarda il ’98. Noi abbiamo sempre pensato che il sistema maggioritario fosse una prigione, e non solo rispetto a un ragionamento generale sulla democrazia. Il maggioritario è, soprattutto, una prigione per l’Italia, per la conformazione culturale dell’Italia, per questa Italia in realtà plurale, articolata e, tuttavia, attraversata da grandi culture profonde, lunghe. Come direbbe Fernand Braudel: un paese di «grandi corsi storici», in cui ci sono sedimenti e orientamenti attivi. Io non vedo come si possa ridurlo alla democrazia digitale del sì o del no, di uno schieramento dell’alternanza. Infatti non riesce: il meccanismo sta andando in crisi perché è una camicia di forza troppo stretta, esce da tutte le parti.

- Ma le primarie tutto sommato legittimano questo processo: quello del bipolarismo ma anche, più direttamente, quello della democrazia binaria, digitale come l’hai chiamata tu...

No, assolutamente. Anzi io penso il contrario. È questo l’argomento che voglio usare.
Siccome il maggioritario è così, penso che noi dobbiamo accompagnare uno sforzo di fuoriuscita: per andare - lo dico chiaramente - verso il proporzionale in un’Italia, tuttavia, di questo nuovo secolo: dei movimenti, della crisi della politica e dei partiti, della ricostruzione possibile, ma aperta, della politica. In questo processo penso che proprio le primarie siano un grimaldello nel maggioritario.

- In che modo?

Siccome è l’articolazione più radicale del sistema, ne costituisce anche il giro di boa.

- Una specie di nemesi...

Si parla, ad esempio, delle primarie statunitensi: non c’entra nulla, è una pura stupidaggine. Le primarie negli Stati Uniti d’America - si sa - sono una parte essenziale del sistema politico nordamericano fondato sul bipartitismo in cui le primarie sono, appunto, la competizione interna a un partito, lungamente consolidata, con tutti quegli elementi di ingresso anche violento dell’economia nella politica. Per rendersi conto che il confronto è insensato basta pensare allo sproposito necessario, in termini di dollari, per potersi candidare ragionevolmente; o al fatto che anche un candidato forte può - alla seconda, terza battuta - doversi ritirare perché non ha i fondi giganteschi necessari per proseguire.
Qui stiamo parlando di primarie in un sistema di coalizione: un maggioritario di coalizione. Ed è del tutto evidente che è lo stesso meccanismo maggioritario che tende a non accettare. Si vede. Lo si è visto e lo si vede. Ci siamo chiesti perché a settembre del 2004 se ne parlò e poi le primarie furono messe da parte? Perché invece le primarie in Italia vincono?

- Perché? Rispondi tu.

Naturalmente c’è la determinazione delle forze politiche, di qualche forza politica; non solo noi, anche una parte degli ulivisti è sempre stata convinta di questa ipotesi. Gli uomini intorno a Prodi sono sempre stati molto persuasi. Ma le resistenze sono state forti e significative nella Margherita come, e forse di più, tra i Ds. Tanto che, non dico con il pretesto, ma sulla base del successo elettorale delle regionali, le primarie vennero poi cancellate. La ragione è che era molto più facile pensare a una stabilizzazione senza le primarie.

RICONGIUNGIMENTO SENTIMENTALE

- Cosa intendi per «stabilizzazione»?

Vorrei ricordare che quando le primarie vengono accantonate, accade in base a un assioma posto dai riformisti: quello secondo cui il timone della coalizione deve stare stabilmente nella formazione riformista: la cosiddetta Fed. Ora, invece, siamo senza formazione riformista e con le primarie. Quindi il quadro, in poco tempo, è completamente mutato. Insisto, perciò, sul mio schema. Perché le primarie si sono affacciate e perché poi sono cadute? Sono cadute - appunto - per l’opposizione interna: perché in un sistema maggioritario, con una coalizione come l’Unione che si compone di forze di centrosinistra e di sinistra, le primarie costituiscono un elemento di oggettiva dinamizzazione del quadro politico. Dunque possono scartare rispetto al dettato, scritto per convenzione politica, del più forte, in base al quale il timone sta nelle mani dei riformisti e rispetto al fatto che la scelta deve cadere su un candidato convenuto tra i grandi partiti, preferibilmente con un profilo moderato. Inutile rifugiarsi in scappatoie: le primarie sono un elemento di incertezza di questa condizione. E infatti - di nuovo - quando si fanno per la prima volta sul serio?

- In Puglia, nel gennaio 2005, con la vittoria a sorpresa di Vendola. È qui che vuoi andare a parare? Sul successo del tuo apripista?

Vorrei solo che ci si interrogasse su come e perché si fanno le primarie. Forse perché c’è una scelta e un investimento da parte della coalizione? No. Si fanno perché c’è un conflitto irrisolto e, di fronte a questo, si presentano in estrema istanza le primarie proprio quando il conflitto rischia di diventare letale per la coalizione, in una vincente mossa del cavallo che restituisce vita a una coalizione altrimenti morta. Quindi si fanno in una condizione eccezionale, come extrema ratio. E come si fanno? Nella convinzione, non scritta ma vissuta come tale, che uno dei due candidati, cioè Nichi Vendola, parta sconfitto. Quindi - diciamo - le primarie vengono fatte dentro un quadro che, dal punto di vista del suo esito, è relativamente rassicurante per i moderati e, tuttavia, è vissuto con sofferenza per il solo fatto che la consultazione prende vita.

- In quel caso il fatto veramente straordinario non è solo che si fanno le primarie ma che Vendola vince...

Si produrrà lì un fatto politico effettivamente straordinario, legato a un personaggio altrettanto straordinario come Nichi Vendola, che vince perché si sottrae all’attesa di vittoria dei riformisti in quella competizione. Cioè, si sottrae alla contesa in puri termini destra-sinistra, moderati-radicali; e si sottrae all’idea che si tratti di uno scontro nella geografia politica tra i partiti cosiddetti riformisti e i partiti radicali. Quindi si sottrae anche all’idea di essere il candidato di Rifondazione comunista. Nichi rompe lo schema, rompe tutti gli schemi. Poi si troverà la formula per dire che vince perché è radicato e non radicale: in realtà vince un radicale. E vince perché compie una ricomposizione del rapporto tra popolo e élite, che è uno dei punti critici della vicenda italiana. L’operazione corsara di Nichi taglia questa linea di faglia che si è prodotta tra popolo e élite, ristabilisce un rapporto, una «connessione sentimentale» - come direbbe Gramsci - tra un leader e il suo popolo. E le primarie diventano in primo luogo l’elemento costitutivo di un popolo.
Chi ha il dubbio sulle primarie si studi per favore il caso Puglia! Lo studi: vada a vedere chi sono stati quelli che si sono animati in quella battaglia, quali sono stati i soggetti, quali le parole d’ordine, quali i discorsi, come Nichi ha interpretato la costruzione del suo popolo. E come Nichi, figlio e espressione del popolo delle Puglie, scardina le previsioni e vince.
Questa irruzione delle masse nella politica - per usare un linguaggio del Novecento - per quale ragione ai tanti epigoni del Novecento risulta indifferente? Perché? Vorrei proprio saperlo.

- Ammetterai, però, che c’è una differenza tra la contesa vinta da Nichi Vendola contro il margheritino Francesco Boccia e il guanto di sfida lanciato da Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, a Romano Prodi, leader riconosciuto dell’Unione. È tutto un po’ più prevedibile, non trovi?

Io e Prodi siamo totalmente diversi, è vero. Però abbiamo stabilito che si dà il caso in cui le primarie sono lo strumento attraverso il quale il popolo ricostruisce un suo rapporto con la politica e cambia le attese, quasi meccanicamente determinate dalla situazione e dal realismo della politica, che davano vincente il candidato moderato come guida naturale della coalizione. Al contrario, vince un esponente comunista, radicale, omosessuale, colto di raffinata rielaborazione di questa condizione esistenziale, portatore di una lunga battaglia per il riconoscimento del valore di una pluralità di esperienze esistenziali.
Pare poco? Lo dico per rafforzare l’elemento di riforma: la vittoria di Nichi è lo scompaginamento dell’ordine costituito nella rappresentanza. È un caso? Forse. Ma intanto si dà.

- Diamo il caso. Pur con le attese moderate, quello pugliese era comunque un duello aperto, all’ultimo voto. Le primarie per la leadership dell’Unione, invece, secondo molti non riescono a correggere un certo retrogusto di strumentalità e calcolo: da parte di Prodi che cerca di aprirsi spazi di manovra, dato che è un generale senza truppe, e da parte di Bertinotti che cerca di affermare una leadership sulla sinistra radicale più che sulla coalizione. Non è così?

Veniamo pure al generale. Qual è la condizione del bipolarismo italiano? Che sul timone si può discutere, ma che il candidato leader della coalizione deve essere dal profilo moderato, e spesso dev’essere attinto nel mondo cattolico per questa impropria equivalenza tra moderatismo e cattolicesimo che pure viene usata.
Faccio inoltre notare che nelle culture di altri sistemi maggioritari, quando non si verifica l’anomalia italiana secondo cui la coalizione deve esprimere necessariamente una candidatura moderata e possibilmente cattolica - e confesso che a volte mi sembra di essere tornati alla discussione degli anni Cinquanta sul presidente della repubblica -, questa connotazione viene sostituita da quella del partito senior: cioè del partito che, essendo maggioritario nella coalizione, porta con sé il diritto a far sì che il proprio segretario sia naturaliter il leader dello schieramento. Dunque, nei sistemi tendenzialmente maggioritari si danno due casi: o di una propensione a una leadership moderata o di una propensione alla leadership del partito maggioritario.
Ebbene: le primarie mettono in discussione entrambi questi elementi, li mettono in discussione strutturalmente. E il fatto che Prodi parta oggi iperfavorito non cambia di una virgola questo aspetto.

- Sicuro che non cambi «di una virgola»?

Sicurissimo. Non cambia perché si dà il caso, che altrimenti non si dava fuori dalle primarie, che invece un leader di sinistra - donna o uomo che sia - possa candidarsi e vincere. Se questo diventa un sistema, io penso che proprio questa variabile costituirà un elemento costante di erosione del sistema maggioritario. Perché, tra l’altro, il sistema maggioritario non solo tende a costituire l’alternanza invece dell’alternativa ma, appunto perciò, a far competere per l’alternanza al centro. Non sempre accade così, ma spesso la competizione avviene al centro.
Le primarie possono mettere in scacco questo assioma. Tanto che per questa via si rompe anche il principio oligarchico che regola il sistema maggioritario: le primarie - le primarie come sono qui, non quelle americane - lo spezzano, perché introducono l’alea di una competizione. Insisto, il fatto che oggi Prodi parta così avvantaggiato non cambia il fatto che intanto si vota, e che quella che poteva essere una discussione chiusa negli stati maggiori diventa invece una discussione trasparente, alla luce del sole, su cui si possono pronunciare milioni di persone. A quelle persone si consente di dire: «Sai cos’è? Attraverso il candidato vorrei dire qual è il profilo dell’Unione. Vorrei che fosse più a sinistra».

- Oppure «più a destra»...

Anche «più a destra», certo. Ma, insomma, possono dirlo e quel dire, quell’esprimersi risulta influente nella costruzione del processo politico. Mi pare una chance straordinaria. Senza queste primarie, secondo me, la difficoltà a costruire democrazia e partecipazione nell’Unione sarebbe stata incommensurabilmente più grande.
Certo, noi ci siamo battuti per dire quale programma si costruisce con tutte le forze dell’Unione, quindi anche con le forze che sono extra istituzionali, le associazioni, i movimenti, le parti del sindacato che ritengono di starci. Noi la pensiamo così. Ma, come si vede dall’esperienza, tutto ciò risulta sempre molto difficile. Queste primarie possono invece essere la leva che rende - diciamo così - obbligatoria quella partecipazione: perché queste forze possono entrare nelle primarie, ciascuno a modo proprio. Non mi importa neppure sapere come, ma organizzazioni importanti si sono già poste il problema di entrare nella contesa con una loro proposta rivolta ai candidati per chiedere di pronunciarsi sulle linee programmatiche che interessano quel soggetto.

DISINCAGLIARE LA TRANSIZIONE, RIPENSARE IL PROPORZIONALE

- La verità dei fatti, però, è che le primarie tornano in campo solo nel momento in cui Prodi perde la partita per essere il leader della Fed...

Sì, è verissimo. Da questo punto di vista svolgono effettivamente un ruolo di «supplenza», come lo hai chiamato all’inizio: servono a Prodi per rafforzare il ruolo di un leader tutto sommato riconosciuto ma che per diverse ragioni - anche legate alle cicatrici del passato - si sente sotto schiaffo da parte delle forze politiche e non trova altre vie d’uscita.
Ma questa è solo una delle componenti. Abbiamo ragionato di tanti motivi che portano a fare le primarie: per quale ragione noi dobbiamo far sì che un elemento prenda il sopravvento su tutti gli altri?

Perché è l’elemento più concreto, quello senza il quale semplicemente le primarie non si sarebbero date.

- È vero, siccome le primarie non sono nelle corde di questa Unione, le primarie si possono attivare soltanto perché si determina un concorso eccezionale di elementi. Altrimenti, da ferma, l’Unione preferisce la quiete dei gruppi dirigenti. Ma la domanda da farsi dovrebbe essere un’altra.Quale?

La domanda è: le forze di sinistra, dovunque dislocate, sono interessate alla quiete o al movimento? Nell’Unione e con l’Unione, a che cosa sono interessate? La risposta per una forza di sinistra dovrebbe essere - mi auguro - quasi scontata: siamo interessati al movimento.
Dunque, le forze di sinistra debbono avvalersi delle ragioni eccezionali, perché altrimenti non hanno forza sufficiente a imporle. In una condizione ordinaria le primarie non si fanno, perché prevale la quiete sul movimento. Ma quando si crea una condizione straordinaria, quando si impone un ricorso eccezionale alle primarie, anche in ragione di elementi di crisi che si determinano nell’Unione, coloro che sono per l’ipotesi di movimento devono buttarcisi sopra: per provare a farle diventare come si diceva una volta, una-due-tre-cento primarie. Devi provare a operare questo scatto. Naturalmente, devi giovarti degli eventi, perché sennò da solo non ce la fai.
Tu dici supplenza? In questo senso c’è effettivamente una supplenza: le primarie non suppliscono al fine, c’è una supplenza rispetto alla volontà politica ed è determinata dagli eventi. In Puglia è l’impasse, nel caso mio e di Prodi è la crisi. Perché se ci fosse stata la federazione, la lista unitaria, il partito riformista sostanzialmente guidato da Prodi, purtroppo non avremmo avuto le primarie. Siccome, invece, si produce quella crisi, il blocco - definiamolo così - che presidiava una certa modalità di selezione della leadership si scompagina. Voglio far notare che così riemerge anche una vocazione progressiva delle primarie. Cioè: per comporre quel dissidio che riguardava la federazione dei riformisti viene esaltato il ruolo dell’Unione, e per esaltarlo si ricorre alle primarie. Questo è il punto. Questo percorso è virtuoso? Secondo me sì. L’origine è viziosa? Di nuovo sì. Ma il percorso che ne esce è un percorso virtuoso, appunto perché l’unica possibilità di uscire dalla crisi, non potendo essere riposta nella federazione riformista, viene riposta nell’Unione.
E allora, chiedo di nuovo: le forze di sinistra hanno interesse che il baricentro della politica sia concentrato sull’Unione piuttosto che sulla federazione dei riformisti oppure no? Secondo me sì. Dunque, poiché si tratta di un’ipotesi di movimento e sposta l’accento dal primato dei riformisti al primato dell’Unione, secondo me le primarie sono una cosa su cui investire veramente. Buscar el levante por el ponente? Ma questo spesso accade.

- Tu dici: «Le primarie per scardinare il maggioritario». Tuttavia stai anche al gioco, dato che attraverso le primarie porti la tua sfida per guidare una coalizione nello schema bipolare. Un po’ come la Quercia quando, negli anni scorsi, fece la scelta maggioritaria per sbloccare la via d’accesso al governo...

Primo: niente mi toglie dalla testa che le primarie sono il modo migliore che conosciamo per scegliere la leadership. Oppure c’è qualcuno che pensa che sia meglio che lo decidano i segretari di partito, che sono in qualche modo una direzione oligarchica?
Secondo: sono arciconvinto che questo sistema sia una prigione che va superata e che le primarie, per il loro potenziale democratico, finiranno per entrare in rotta di collisione con questo maggioritario.
- Del resto, penso che non si possa optare per un sistema politico rappresentativo sulla base delle convenienze di partito o dell’aggregazione politica di un dato momento. I sistemi elettorali, secondo me, vanno pensati in funzione della possibilità di dare voce rappresentativa a un popolo e a un paese. Bisogna cioè ragionare su quale forma elettorale è più congeniale a far vivere e a esprimere le culture politiche di un paese: sia quelle ereditate dalla storia che quelle che si annunciano per il futuro. Perché, in generale, un’idea di trasformazione prende corpo solo se c’è un pieno dispiegamento delle potenzialità democratiche. Non è un ragionamento fatto per generosità intellettuale: è che una cosa è troppo soverchiante sull’altra. Rispetto a come si compone un governo è molto più importante quanto possa esprimersi la società in termini di accumulo di domanda, di penetrazione culturale, di rapporto tra conflitto e decisione istituzionale. Queste cose sono assolutamente più importanti della meccanica di accesso al governo. Tanto è vero che, in un sistema politico ricco democraticamente, anche dall’opposizione tu puoi determinare una profonda incidenza nella vita delle persone. Che poi è una questione fondamentale della vita politica.

- Come faceva il Pci con i governi democristiani, per intendersi...

Appunto. Non abbiamo bisogno di andare lontano. Guardiamo all’Italia: con il partito comunista all’opposizione e un governo certamente ipermoderato ottieni lo statuto dei lavoratori. E in quel momento a parti importanti del movimento sembrava persino un risultato parziale, intermedio, imperfetto, addirittura inadeguato. E allora: cos’è che ti importa di più se fai politica? Ti importa di più l’apertura di un processo in cui i diritti vengono conquistati e si produce un rapporto tra la lotta e la conquista, oppure ti interessa di più la geografia politica, l’alchimia della governabilità? Secondo me non c’è dubbio: la prima. Del resto noi siamo in una stagione in cui sembra che le classi dirigenti abbiano una propensione ad applicare tardivamente la dottrina della Trilateral. Cioè la dottrina secondo cui nella realtà contemporanea - e oggi, nella crisi delle politiche liberiste, questo è particolarmente vero - un sistema democratico che canalizza le domande delle popolazioni produce un sovrappiù di domanda rispetto a quelle che il sistema è in grado di corrispondere, e quindi genera un eccesso di conflittualità o comunque un elemento di instabilità e di crisi del sistema stesso. Per cui la Trilateral diceva: «E allora? E allora tagliamo la democrazia». Cioè: riduciamo fortemente i canali che consentono l’esprimersi di queste domande, impediamo il formarsi di queste domande. Un’ipotesi di ostruzione delle arterie della democrazia.
Io penso che bisogna fare il contrario, bisogna dilatare i canali democratici. Per questo il sistema di rappresentanza politica che consenta al conflitto di influire sui luoghi delle decisioni strategiche della democrazia rappresentativa è il punto da cui partire. Per questo sono per il proporzionale, tutto il resto è secondario, accessorio.

- Ma con il proporzionale il valore della sfida delle primarie, la possibilità di rompere da sinistra lo schema del candidato moderato, va a farsi benedire. Senza contare che la balena bianca neo e vetero centrista naviga sempre sott’acqua...

Certo, può anche essere che in Italia, in determinate condizioni, una forza di sinistra radicale abbia una minore possibilità di accesso al governo. Però può anche darsi che aumentino le possibilità di un governo più spostato a sinistra. È vero che in una condizione in cui un’ipotesi neocentrista diventasse particolarmente robusta, le possibilità per una sinistra di alternativa di entrare nel governo si ridurrebbero. Ma io penso possibile anche il caso che invece l’ipotesi neocentrista veda una maggiore articolazione nella vita politica del paese. Cioè: che accanto a una forza di centro e moderata ci sia, oltre a una sinistra radicale, anche una sinistra riformista che in certe occasioni possa acquistare il timbro di un riformismo forte. Nulla toglie che in questo modo si possa aprire anche la possibilità di un governo di sinistra che aggiorni le suggestioni di certi momenti dei governi delle sinistre in Europa e dell’entusiasmo popolare che li ha accompagnati.

- Restiamo al qui e ora. Allo stato attuale i due contendenti ufficiali sono Berlusconi e Prodi. Gli stessi di dieci anni fa, la stessa generazione politica spuntata dal dopo Tangentopoli, e che non sembra propensa a mollare la presa. Neanche tu sei un novizio. Quand’anche tu battessi il professore contro tutti pronostici, non significa che qualcosa si è incagliato nella transizione italiana?

Sai che io penso da tempo che serve un passaggio generazionale. Lo penso per me, figurati per gli altri. Per il mio partito penso specificamente a una generazione cresciuta da Genova in poi e che ha tutta la necessità e la possibilità di essere accompagnata da storie diverse; naturalmente senza che l’appartenerea una generazione costituisca un titolo di selezione, proprio perché parlo di un rinnovamento generale. Quindi figurati. Al contrario, però, sul terreno delle individualità stiamo attenti a non trascinare delle ipotesi generali giuste in ragionamenti troppo specifici. Voglio dire: la prima repubblica italiana ha visto per trenta e anche quaranta anni dei grandi leader calcare la scena. Non era questo il demerito. Anzi: se uno ha una condizione o un’autorevolezza politica in qualche misura elevata, è un suo merito. Il demerito attiene alla sua azione politica. La Germania, per capirsi, non era malmessa perché Adenauer ha calcato la scena politica per troppo tempo.
Perciò eviterei di concentrarsi sul fatto che i due - Prodi e Berlusconi - erano in lizza anche dieci anni fa. Intanto perché sono incomparabili. Berlusconi porta addosso il segno della fine di una stagione e del sistema politico che ha costruito con forza vera, non sulla sabbia: quindi, quale che sia la sua scelta sul futuro, come leader è alla fine di una stagione.

- E Prodi, perdona la brutalità, rappresenterebbe il cambiamento?

La condizione che sostiene Prodi, come si vede anche nelle primarie, è quella di essere un elemento o addirittura l’elemento che meglio accompagna una transizione del tutto incompiuta. Prodi c’è quasi a garantire una transizione che purtroppo non incontra la necessaria consapevolezza né trova sbocchi con la dovuta forza. Prodi, perciò, copre in qualche modo il fatto che il campo che organizza l’Unione è un campo del tutto transitorio.

Rossi Cosimo
Io ci provo
Cosimo Rossi intervista Fausto Bertinotti

2005 pp.128 6,90 €

http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=366