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D’Alema si ritira è dà il via libera a Bertinotti presidente della Camera

domenica 23 aprile 2006

Dopo una giornata complicata di riunioni e consultazioni, il ledaer Ds scrive a Prodi e Fassino e dice che per evitare lacerazioni rinuncia alla sua candidatura: il compito del maggior partito della coalizione è anche quello di assicurare l’unità dell’alleanza

di Stefano Bocconetti

Ci sono due nomi per la presidenza della Camera e del Senato. Due nomi, due nomi soli. Non tre come era fino a ieri pomeriggio. Se insomma non si può dire che per i nuovi incarichi istituzionali sia fatta, certo ora la soluzione è vicinissima. Soluzione che significa Fausto Bertinotti alla Presidenza di Montecitorio e Franco Marini nello scranno più alto del Senato. A sbloccare la situazione è stata una lettera, firmata da Massimo D’Alema. Dal terzo concorrente appunto, dal presidente dei diesse, fino a ieri candidato dal suo partito alla Camera in concorrenza con Bertinotti.

D’Alema - quando si era concluso da neanche un’ora un colloquio fra il nuovo premier e il segretario di Rifondazione - ha inviato una lettera a Prodi. Ovviamente diffusa immediatamente dalle agenzie. Poche righe dove annuncia la sua decisione di tirarsi fuori. Di rinunciare. «Ho informato Prodi e Fassino della mia decisione di rinunciare alla candidatura alla Presidenza della Camera. - scrive - E’ apparso evidente anche dagli incontri di oggi che vi è infatti una contrapposizione che potrebbe portare dolorose lacerazioni e indebolire il governo del paese». D’Alema quindi sceglie di farsi da parte. Ovviamente lo fa a modo suo. Aggiungendo parole e frasi sulle quali subito si sono gettati gli «esperti» della politica, tentando di leggerne il significato fra le righe. «Ringrazio i diesse per aver avanzato la mia candidatura che d’altro canto rispondeva alla legittima aspirazione del maggior partito del centrosinistra ad esprimere uno dei vertici delle istituzioni. - scrive ancora il Presidente della Quercia - Appartiene tuttavia alle responsabilità del maggior partito anche assicurare la tenuta unitaria di una maggioranza che deve affrontare sfide difficili e a cui guarda con fiducia un così gran numero di italiani. Per noi questi valori sono prioritari rispetto a qualsiasi pur legittima aspirazione politica o personale».

Capitolo chiuso, insomma. Sembra anche da Prodi. Che, infatti, due minuti esatti l’arrivo della lettera, già rendeva pubblica la sua risposta: «Ringrazio pubblicamente Massimo D’Alema e i diesse per il senso di responsabilità dimostrato».

Così probabilmente il leader della coalizione non dovrà aspettare neanche i due giorni di riflessione che si era dato. Non dovrà attendere lunedì, come aveva annunciato ieri, al termine del colloquio con Bertinotti. Tutto fa capire, insomma, che la vicenda possa considerarsi chiusa. Certo, la prudenza - tanto più trattandosi di questioni istituzionali - è quasi d’obbligo. E, infatti, il segretario di Rifondazione non se la sente di commentare: «Mi dispiace ma non parlo. Non parlo per il dovuto rispetto nei confronti di Romano Prodi, destinatario della lettera».

Lui non parla ma, insomma, nel mondo politico le due nomine da ieri sera si considerano ormai scontate. A volerla raccontare tutta, le due nomime le si consideravano scontate da molte ore prima della lettera. Chi conosce il complesso mondo dei diesse, fin da ieri mattina, raccontava infatti che D’Alema mai avrebbe accettato una situazione che lo esponeva a quel punto. «Mai avrebbe accettato di restare sulla graticola per i due giorni di tempo che s’era preso Prodi per riflettere». E tutti, almeno tutti quelli che sanno delle cose della Quercia, si aspettavano una mossa del genere. Del resto - e anche su questo convergono quasi tutti gli osservatori della politica - Prodi da tempo aveva espresso la sua preferenza per la soluzione Bertinotti. Quella appunto che da ieri si è delineata con nettezza.

Risolto così il primo scoglio che la neonata maggioranza s’è trovata di fronte, rischiano di aprirsi altri fronti di instabilità. Anzi: rischia di aprirsi un altro fronte di instabilità. Quello interno ai diesse. Anche qui, non è un mistero per nessuno che D’Alema, quando nei giorni scorsi la situazione andava aggrovigliandosi, abbia polemizzato duramente col suo segretario Fassino. Quando ha detto: «La mia candidatura non è un mio problema personale. E’ stata indicata dai diesse, spetta a loro decidere se ritirarla».

Fassino non l’ha fatto. E allora l’ha fatto lui. Con un gesto, con otto righe che entrano di forza nella discussione interna al partito. Discussione solo abbozzata ieri in direzione. La prima, dopo molti anni, di nuovo a porte chiuse. Dove il segretario ha tentato di tenere un profilo basso, raccontando che quello zero sette per cento in più della Quercia rispetto a cinque anni fa, era «un risultato tutt’altro che disprezzabile». Pochi gli hanno creduto, anche e soprattutto fra le fila della maggioranza. Anche se tutti, pure sulla spinosa querelle del gruppo unico alla Camera, hanno preferito rimandare una discussione vera. Rimandarla a quando tutto sarà più chiaro.

E nella chiarificazione, in quella chiarificazione, entra anche la questione Quirinale. Sì, perchè l’organigramma istituzionale prevede anche l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Carica alla quale molti vedrebbero bene una figura come D’Alema. Anche fra le fila della neominoranza, anche fra le fila delle destre. Per tutte valgano le parole dell’altro giorno di Alemanno, che pure impegnato nella battaglia contro Veltroni, ha trovato espressioni di apprezzamento per l’ex Presidente del Consiglio. Per il leader che nel ’96, quando Berlusconi era all’opposizione, tentò con la Bicamerale di disegnare le nuove regole del gioco, sempre tentando di coinvolgere le minoranze. Esperienza fallita, qualcuno dice - e diceva anche allora - perché fu troppo spiunta la strategia di coinvolgimento dell’opposizione. Ma tant’è.

Ma lui, l’eventuale candidato che dice? Come tutti i leader politici rifiuta l’idea che la Presidenza della repubblica possa essere una decisione da prendere in una trattativa fra partiti di maggioranza. «E’ una materia indisponibile», ha continuato a ripetere ancora l’altro giorno. E’ una materia, ha detto nell’intervista al più importante giornale italiano, che va affrontata se non d’intesa, almeno senza la contrapposizione con l’opposizione. Il suo, insomma, non è stato un «no», è stato un rifiuto a diventare un nome di bandiera. Uno di quelli che, da quando la Repubblica è Repubblica, viene bruciato alle prime battute. Da ieri sera però la situazione è mutata. E l’idea che i diesse possano aspirare alla più alta carica dello Stato non è più considerata fantapolitica. Anche se, probabilmente, D’Alema qualche difficoltà è destinata a trovarla. Non nell’alleanza e forse neanche fra l’opposizione. Forse nel suo partito.

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